I
vestiti nuovi dell'imperatore
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Regia: Alan Taylor - Interpreti: Ian Holm (Napoleone/Eugène Lenormand), Iben Hjejle (Pumpkin), Tim McInnerny (dottor Lambert), Tom Watson (Gérard), Nigel Terry (Montholon), Murray Melvin (Antonmarchi), Eddie Marsan (Marchand), Ashley Artus, Hugh Bonneville (Bértrand), Clive Russell (sergente) - Soggetto: liberamente tratto dal romanzo "The Death of Napoleon" di Simon Leys - Sceneggiatura: Kevin Molony, Herbie Wave e Alan Taylor - Fotografia: Alessio Gelsini Torresi - Costumi: Sergio Ballo - Montaggio: Masahiro Hirakubo - Musica: Rachel Portman - Genere: Commedia - Origine: Germania, Italia, Inghilterra, 2001 - Durata: 105' - Produzione: Uberto Pasolini per FilmFour e RedWave - Distribuzione: Mikado
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| (...) Prodotto da Umberto
Pasolini (Palookaville, Full Monty), I vestiti nuovi dell'Imperatore
è un bell'esempio di cinema d'autore che usa la "fantastoria"
e la riscrittura immaginaria del passato per toccare nodi, problemi e questioni
che investono anche l'oggi e che riguardano da vicino temi cruciali come
la leadership e il potere. Immerso nei colori e nelle ombre dense della
bella fotografia di Alessio Gelsini Torresi (che si ispira a un pittore
come George de la Tour per le scene notturne illuminate dalla luce delle
candele, a Chardin per gli interni domestici e a ritrattisti come Ingres
e Poussin per il lavoro sui volti e sui personaggi), il film inizia con
Napoleone che, già a Parigi, interrompe il figlio della vedova che
lo ospita, intento ad osservare con la lanterna magica alcune immagini agiografiche
dedicate alla sua vita e alla sua morte, per raccontare a ritroso come si
sono svolti veramente i fatti. Nei toni della rievocazione effettuata da chi ha ormai accettato la sconfitta, il film finisce per essere così un lucido e vibrante apologo sul rientro nei ranghi e sulla perdita del potere. In giro per le strade di Parigi con il cappello di Napoleone in testa, la mano chiusa a pugno dietro la schiena e frotte di bimbi che lo inseguono irridendolo, il personaggio di Alan Taylor sconta e sperimenta in prima persona lo scarto fra ciò che è e sa di essere e ciò che gli altri vedono in lui: ritorna a Waterloo, ormai trasformata in meta turistica, e gli sembra di non essere mai stato lì; passa davanti alla sua antica reggia e soffre per l'esclusione fisica da un luogo che era stato il simbolo del suo potere; oppure grazie alle sue non comuni capacità strategiche e logistiche salva la vedova Pumpkin dal rischio del dissesto economico organizzandole una gigantesca vendita di meloni per le vie di Parigi, senza che nessuno sospetti neanche minimamente che un uomo con quel carisma e quel senso innato della leadership possa essere qualcosa di più che un semplice marinaio nostalgico del passato imperiale. Di fatto, I vestiti nuovi dell'Imperatore ci dice come ogni ruolo di potere abbia bisogno di insegne esteriori e di marche di riconoscimento per essere percepito come tale. Il sosia che sostituisce Napoleone a Sant'Elena, una volta indossate le insegne del potere, finisce per credere di essere davvero Napoleone. E lo crede con tale intensità che perfino gli ufficiali inglesi addetti alla sua sorveglianza non sospettano nulla, credono che egli sia il vero Imperatore in esilio. Per converso, il vero Napoleone, privato delle insegne del potere, non è più nessuno. Nessuno gli crede. Neppure la vedova Pumpkin. Tanto che quando finalmente accetta di rientrare nella normalità, esprime simbolicamente questa decisione regalando la sua divisa e il suo cappello a uno degli ufficiali della sua vecchia guardia. (...) |
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| Si parte con un'ipotesi (fanta)storica.
In esilio a Sant'Elena da sei anni, Napoleone prepara il suo trionfale ritorno
a Parigi. Il grande condottiero salpa dall'isola diretto in Francia sotto
la falsa identità del marinaio Eugène Lenormand; mentre il
vero Lenormand si risveglia a Sant'Elena nel letto imperiale, come in una
scena della "Vita è sogno". A questo punto entriamo nella
commedia degli equivoci. Da una parte, la nave cambia rotta, cosicché
il vero Napoleone non può raggiungere la capitale in tempo per la
sollevazione dei suoi fedeli; dall'altra il falso imperatore, uomo sempliciotto
e zotico, pretende di sostituire a tutti gli effetti l'illustre sosia. Il
resto è apologo. Raggiunta Parigi con mezzi di fortuna, Napoleone
si ritrova isolato. Tra lui e una giovane vedova, venditrice di cocomeri,
nasce l'amore. il condottiero Bonaparte ne trarrà un salutare lezione
sulla portata effimera della gloria mondana, paragonata al valore autentici
sentimenti. Un film dalle molteplici letture: d'altronde il mondo non è
forse pieno di matti che credono di essere Napoleone? Adattamento del libro di Simone Leys "La morte di Napoleone", più che un film di regia I vestiti nuovi dell'imperatore è un film di produttore e d'attore. Il produttore Uberto Pasolini ("The Full Monty") si è innamorato del soggetto e ha deciso di realizzarlo a tutti i costi. Quanto all'attore, solo un interprete del calibro di Ian Holm dispone del carisma necessario per rendere molto piacevole la bizzarra storia, prestando una sola faccia a due personaggi antitetici. Attori anglosassoni, troupe italiana, ambientazioni europee più o meno truccate (Torino fa da "controfigura" a Parigi; Malta lo è per l'isola di Sant'Elena): "I vestiti nuovi dell'imperatore" è un prodotto cosmopolita, ma con una sua unità di fondo. Allo stesso modo, riesce a conservare un'omogeneità drammaturgica pur coniugando una quantità di generi diversi sotto lo stesso titolo, dal film storico alla commedia, non tralasciando il congruo spazio per un'imprevista love-story. |
Il
colpo
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Regia: David Mamet - Interpreti: Gene Hackman (Joe Moore), Danny DeVito (Bergman), Delroy Lindo (Bobby Blane), Sam Rockwell (Jimmy), Rebecca Pidgeon (la moglie di Mocre), Ricky Jay (Pinky Pincus), Alan Bilzerian - Soggetto e Sceneggiatura: David Mamet - Fotografia: (Normale/a colori) Robert Elswin - Musica: Theodore Shapiro - Montaggio: Barbara Tulliver - Genere: Thriller, Drammatico - Origine: Canada - USA, 2001 - Durata: 111' - Produzione: Art Linson, Elie Samaha, Andrew Stevens - Distribuzione: Warner Bros Italia (2002) |
| Con la magistrale sequenza
di una rapina si apre l'ultimo film di David Mamet regista, Il colpo
(Heist). Si tratta di una mirabile variante di una vecchia storia, la
lotta tra bande per impossessarsi del grisbì. Infatti è difficile
credere che Mamet non abbia visto il capolavoro di Jacques Becker. La stessa
malinconia, un protagonista logorato dall'età e dal mestiere, il
forte legame che lo lega ai compagni e una donna più giovane, dal
comportamento a dir poco sconcertante. Tutti elementi ben visibili ma giustamente
distinti dalla matrice francese di Grisbi. Se Becker avvolgeva i suoi eroi
in un soffuso rigurgito di romanticismo alla francese. Mamet predilige una
visione ellittica, nella quale di ogni cosa si intravede l'esatto contrario.
Tutto risiede nella personalità del protagonista Joe Moore, un monumentale
Gene Hackman, che per quanti film interpreti non ci sembrano mai abbastanza.
All'apparenza glaciale, Moore si porta appresso disillusione ed esperienza,
che compendia con una frase emblematica: "Non farei mai un colpo senza
un piano di riserva" e su questo assioma ruota l'intera vicenda. Joe
Moore, ladro di talento, nel corso di una rapina viene inquadrato da una
telecamera, pertanto è "bruciato". Il suo socio e ricettatore.
Mickey (Danny De Vito), non lo vuol pagare a patto che Joe non compia un
altro colpo, difficile se non impossibile. La complessità del colpo comporta una serie di avvenimenti a scatola cinese, che per quanto in apparenza prevedibili hanno la caratteristica di svoltare verso l'angolo opposto all'ultimo istante. Mamet mostra con simpatia, pietà, commiserazione e fatalismo un pugno di canaglie, furbi gaglioffi, spietati quanto occorre, professionali e non privi di un sordido senso dell'umorismo. E ci regala, a proposito di Hackman, un aforisma che resterà di certo tra i più memorabili dell'intera storia del cinema: "Quando va a letto non conta le pecore, sono le pecore che contano lui". Ma l'intera pellicola è punteggiata da un dialogo che riesce sempre a sorprendere. Il fare cinema di Mamet ha la semplicità dei classici, scivola via con la forza dell'intelligenza. Per quanto non privo di tensione, non c'è il solito ricorso a botti e carneficine, ma il piacere di giocare con lo spettatore, che si trascina per l'intero film una serie di interrogativi, che Mamet discioglie cori una punta di perfidia. Ma alla malinconia di Becker si sostituisce un ottimismo non stolido di forte matrice americana, perché il suo sogno non muore ma. Il colpo, che nell'originale Heist significa appunto rapina, è comunque, più di ogni altra cosa, un film sull'amicizia, vera e tradita. La misoginia che vi si respira è priva di ogni altra implicazione che non sia legata a una visione romantica dell'esistenza e alla possibilità di viverla fino in fondo, senza che altro possa disturbarla. |
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| Il colpo di David
Mamet è un film che non coltiva illusioni sulla natura umana. Il
pessimismo - del resto - è un carattere costituzionale del genere
cui appartiene, ossia il noir, luogo deputato di violenza, doppiogiochismo,
tradimento, lotta di tutti contro tutti. David Mamet conosce bene le regole
del classico film nero (che ha applicato in più occasioni come sceneggiatore
a Hollywood): l'avidità è il motore di tutte le azioni, i
criminali invecchiati sono migliori di quelli giovani, che non rispettano
nulla. Rispetto alla maggior parte dei colleghi che frequentano il genere, però, lui dispone di una marcia in più, come ha dimostrato fin dal debutto nella regia con La casa dei giochi (1987). La sua peculiarità consiste sostanzialmente nel ribaltare le carte in tavola: quando le cose sembrano prendere una certa piega, arriva un colpo di scena, poi un altro e un altro ancora, fino all'ultimo fotogramma. Qui la moltiplicazione dei ribaltoni, più fitta del solito, prolifera a tutti i livelli. (...) Possedere una penna come quella di Mamet, comunque, è un bel vantaggio. A paragone di tanti film d'azione circolanti, privi di qualsiasi ironia o spunto umoristico, Il colpo si distingue per l'alta qualità dei dialoghi, farciti di battute spesso irresistibili. Come questa: "Se Joe è un tipo calmo? È tanto calmo che la sera, a letto, sono le pecore a contare lui". |
Le
biciclette di Pechino
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Regia: Xiaoshuai Wang - Interpreti: Lin Cui, Xun Zhou, Yuanyuan Gao, Shuang Li, Yiwei Zhao, Yan Pang - Genere: Drammatico - Origine: Cina - Taiwan - Francia, 2001 - Durata: 103' - Produzione: Arie Light Films, Asiatic Films, Beijing Film Studio, Eastern Television, Public Television Service Foundation, Pyramide Productions - Distribuzione: Teodora (2001) |
| Una bicicletta, una metropoli,
due ragazzi. E un mostro. La città è la Pechino arrembante
di oggi, la bici è quella che passa e ripassa da un ragazzo all'altro,
il mostro è il capitalismo, che in Cina è nella sua fase più
espansiva e selvaggia. Altro che De Sica e "Ladri di biciclette".
Lo frenato film di Wang Xiaoshuai proibito in Cina e premiato a Berlino,
"Le biciclette di Pechino", più che al Neorealismo
fa pensare ai western. Dove a essere rubati erano i cavalli, ma il West
non era meno selvaggio della Pechino di oggi e gli eroi in fondo lottavano
per le stesse cose. L'orgoglio, il rispetto, i mezzi di sostentamento. La
vita. Per Guei, ragazzo di campagna impiegato come pony express, la bici è infatti un mezzo di lavoro, e quando gliela rubano gli crolla il mondo. Per Jian, lo studente povero che ignaro l'ha ricomprata, la bici (che da anni gli promette invano il padre) è invece la chiave per essere accettato al college. Per quella bici sono pronti a battersi a morte. Ma la bicicletta è anche il mezzo su cui si esibiscono e spadroneggiano le prime gang giovanili... Risse, inseguimenti, odio, violenza simbolica e reale. Si capisce perché sia proibito in patria. E perché vada visto assolutamente. |
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| Sono i ladri cinesi di biciclette. Solo nel titolo, perché poi le strade si dividono. Il regista della sesta generazione, Wang Xiaoshuai, Shangai classe '66, racconta con una parabola realista e feroce, che aleggia silenziosa, i nuovi baratri della società del micro benessere. E come sempre parte dal contrasto tra città e campagna, secondo i personaggi testardi cari a Zhang Yimou. Anche qui c'è un giovane contadino inurbato che viene a Pechino per fare il pony express, ma la elegante mountain bike di cui viene provvisto gli viene rubata quando è vicino a riscattarla da uno studentello figlio di operai che non sopporta di non possedere i simboli del consumo promessi dalla nuova civiltà occidentalizzata. I due sedicenni sono complementari, legati da un'ostinazione simile e capaci alla fine di darsi la mano e dividersi le quattro ruote di cui non possono fare a meno. Con più verosimile determinazione "no global" rispetto ai colleghi precedenti, "Le biciclette di Pechino" è un drammatico percorso di iniziazione da leggere in controluce per capire dubbi e angosce di una Cina in fieri. Perciò molto lontano dall'Italia del dopoguerra di De Sica, "Le biciclette di Pechino" è un buon racconto didascalico che pecca talvolta di ripetizioni ma esprime un livello di fascinazione visiva che viene da un talento e da una tecnica giovani. Di sicuro il film parla della Cina di oggi in modo non fasullo, senza fare sconti né usare trucchi: sono tutti anti eroi probabilmente conosciuti di persona, che l'autore guarda cercando di interiorizzare le loro emozioni e reazioni. Un "teatrino" qualche volta avvincente, altrove solo interessante, ma in grado comunque di suscitare le ire della censura che non permette al film di essere distribuito in patria, forse perché, questa Pechino dove lavorare è un lusso, viene rappresentata come un luogo sempre più senz'anima e i suoi ragazzacci sembrano i selvaggi del Bronx dei film americani che possono trasferirsi in piazza Tienanmen o pestarti a sangue in un vicolo. È sempre la storia dei panni sporchi, meglio lavarli all'estero. |
Incantesimo
napoletano
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Regia: Paolo
Genovese - Luca
Miniero - Interpreti: Marina Confalone
(Patrizia), Gianni Ferreri (Gianni), Cielia Bernacchi (Assunta a 80 anni),
Serena Improta (Assunta a 20 anni), Chiara Papa (Assunta a 10 anni), Tonino
Taiuti (Tonino), Riccardo Zinna (Riccardo), Lello Giulivo (Ciro), Lucianna
De Falco (Renata), Dani Zuffino (marito di Renata) - Soggetto
e Sceneggiatura: Paolo Genovese e Luca Miniero - Fotografia:
(Panoramica/a colori) Andrea Locatelli - Musica:
Enzo Avitabile, Rocco De Rosa, Tom Sinatra - Montaggio:
Paola Freddi - Genere: Grottesco - Origine:
Italia, 2001 - Durata: 90' - Produzione:
Gianluca Arcopinto, Andrea Occhipinti, Amedeo Pagani - Distribuzione:
Lucky Red Distribuzione (2002) |
| È possibile che una
bambina nata a Napoli da una coppia di napoletani veraci, appena comincia
a parlare si esprima in milanese e, cresciuta, alla pastiera, al capitone
e al babà preferisca il panettone e il risotto con lo zafferano?
Naturalmente no, tuttavia Paolo Genovese e Luca Miniero, esordendo nel lungometraggio
sulla base di un corto con titolo e argomento eguali realizzato da loro
nel '97, sono partiti da questo paradosso per imbastire una beffa ai danni
di un certo integralismo napoletano pronto, nei casi più estremi,
a sconfinare addirittura nel razzismo. Senza la minima polemica, è
chiaro, unicamente per arrivare a una commedia amabile e bonaria intenta
a giocare sia con i caratteri sia con le situazioni. Con ironia ma anche
con affetto, in cifre lievi, senza calcare la mano. L'"anormalità" della bambina, che si chiama Assunta, è sofferta con triste dignità della madre ma, al contrario, è a tal segno vissuta dal padre come un'onta che prima fa di tutto per tenerla nascosta ai parenti e ai vicini, poi se ne ammala, aggravandosi anche di più quando, avendo spedito Assunta da certi zii di Torre Annunziata che parlano il napoletano più stretto, se la vede tornare incinta, senza neanche sapergli dire il nome del responsabile. Non è però la storia in sé quella che conta e nemmeno la sua assenza voluta di una conclusione, ma il clima in, cui i due autori l'hanno immersa e i modi, fra la sceneggiata e il dramma popolare, con cui poi ce l'hanno raccontata. Il clima, quando irreale, quando grottesco, parte da una Napoli dei vicoli, quasi sempre senza sole, tra pescatori, cultori del ragù, parenti desiderosi di sapere, vicini scandalizzati dediti ai mestieri più diversi. Inseriti, ciascuno, quasi con funzioni di coro: guardando sempre verso gli spettatori, come in teatro, e commentando i fatti che via via si svolgono ognuno secondo la propria mentalità e alla luce, sempre, della riprovazione più decisa per quella napoletana 'diversa'. Un'opera prima piacevolissima, di gusto fine anche quando sembra facile e leggera. E recitata per di più da tutti con colori e sapori ghiotti. Specie da Marina Confalone, la mandre in ambasce. |
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| "Volevamo ironizzare
su certi stereotipi, parodiare alcuni luoghi comuni della napoletanità",
spiega Luca Miniero, "e abbiamo scritto una storia che ci consente
di ribaltare il tradizionale, oleografico razzismo tra nordisti e sudisti".
"La nostra è una commedia", aggiunge Genovese, "che
fa il verso a obsoleti pregiudizi". Una coppia di integralisti partenopei (la Confalone e Ferreri) mette al mondo una bambina che contro ogni logica parla milanese, odia la pastiera e il ragù e preferisce il panettone e il risotto. "Sono stata subito conquistata dalla sceneggiatura", spiega la Confalone, "nelle mie passioni napoletane sono sempre abbastanza sobria, so distinguere i pregi e i difetti dei partenopei. E questa commedia ha dentro di sé un po' di dramma, come piace a me". Ferreri, invece, mette le mani avanti: "So che il primo impatto col mio personaggio può essere negativo, Gianni Aiello può risultare non molto simpatico, ma alla distanza viene fuori l'affetto che ha per Assuntina, è l'eccessivo amore che lo porta a essere intollerante verso la sua cadenza milanese". Consumato attore di teatro, da qualche tempo Tonino Taiuti si concede con piacere incursioni cinematografiche: "Mi sono divertito nei panni del pescivendolo amico di Gianni". La proiezione è stata scandita dalle risate del pubblico, conquistato da questa commedia anomala, ambientata in una Napoli senza tempo. Assieme alla prova dei protagonisti ed alla canzone "Vocca rossa" dell'ex Little Italy Canio Loguercio, sono piaciuti la robusta scrittura cinematografica, i dialoghi misurati, la comicità a tratti realistica a tratti surreale. |
Le
lacrime della tigre nera
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Regia: Wisit Sartsanatieng - Interpreti: Chartchai Ngamsan, Stella Malucchi, Supakorn Kitsuwon, Arawat Ruangvuth - Sceneggiatura: Wisit Sasanatieng - Fotografia: Nattawut Kittikhun - Musiche: Amornbhong Methakunavudhi - Genere: Commedia - Azione - Origine: Thailandia, 2000 - Durata: 110' - Produzione: Nonzee Nimibutr - Distribuzione: BIM |
| Delirante
incrocio tra melodramma e western, con colori sgargianti saturati digitalmente
ed inquadrature mozzafiato, in cui gli occhi dei bounty killers di Sergio
Leone incontrano i sogni e le illusioni delle donne di Douglas Sirk ed i
musicals indiani. "Le lacrime della tigre nera", rivelazione
dell'anno e trionfatore a Cannes 2001 nella sezione "Un certain regard",
è un gioiello dai mille riflessi cromatici ed un rumoroso omaggio
spettacolare alla settima arte, che ha la forza del divertimento e del gioco
delle citazioni infinite, tra teatro, dramma d'amore, baci in bocca e sberleffi
splatters. È l'orgogliosa rivincita orientale del racconto popolare, creata combinando la tradizione orale ed il linguaggio sintetico dei fumetti con l'inevitabile malinconia esistenziale dell'eroe solitario, eternamente prigioniero dell'illusione d'amore e condannato alla solitudine; trascrivendo le massime di vita degli anziani assieme all'ironia di variazioni pop che ricalcano le illustrazioni delle cartoline disegnate e colorate a mano. Sartsanatieng, figlio legittimo e riconoscente della globalizzazione dell'immaginario, ha l'abilità del falsario, conosce a memoria tutte le regole del cinema-cinema e produce un plastico e raffinatissimo intrattenimento di consumo, con la sicurezza del cineasta che si diverte a smontare e rimontare prototipi e stereotipi, azzera senza rimorsi le psicologie dei personaggi, annulla ogni analisi psicanalitica, riscrive con intelligenza ed ironia le passioni contrastate ed assolute, i pregiudizi sociali, la visione romantica dell'esistenza in cui la passione diventa meccanismo infernale di desiderio e giustizia. Appuntamento imperdibile della stagione, "Le lacrime della tigre nera" rielabora, con uno stile che diventa sperimentazione visiva, la musica degli anni Cinquanta e Sessanta con la fedele riproduzione di abiti d'epoca, arredamenti rigorosamente a fiori, inserti comici, ed una completa immersione nella cultura tailandese che non è mai parodia, ma rivisitazione (infedele) della memoria, spazio iperrealista e zona di confine ricca di riferimenti religiosi ed annotazioni di costume per gli inestinguibili conflitti tra città e campagna. Serie B! Serie B!, gli urleranno contro critici accigliati e distratti... Forse, ma di gran classe; il ragazzo però ha studiato rinchiudendosi, per settimane, dentro la sala di proiezione a sezionare le coreografie aeree dei killers di John Woo, le commedie romantiche e sofisticate, cercando un'esatta alchimia tra lacrime e proiettili e ricalcando in ogni fotogramma vecchie pellicole, come dentro una sala di specchi deformanti del luna-park. L'idea dell'autore è quella di cancellare ogni differenza tra i generi combinando le atmosfere tailandesi con un linguaggio cinematografico moderno, per esasperare il modello assoluto di finzione con situazioni del fotoromanzo, per far tifare il pubblico per buoni e cattivi e ricordare i films di Rattana Pestonji. È un kiss-kiss bang-bang venato di nostalgia, come un appassionante romanzo d'appendice, per il trionfo dell'estetica e di un autore immerso in una seducente astrazione e dimensione post-futurista. |
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| Un
gusto tutto postmoderno per il pastiche e la parodia: Wisit Sartsanatieng,
filmaker dal nome straordinariamente musicale, ne fa ampio sfoggio ne "Le
lacrime della Tigre Nera" (presentato nella sezione "Cartain
Regard" di Cannes 2001). Contamina giocosamente la tradizione del cinema
di genere asiatico, lo stile trucido del spaghetti western, la radicalità
violenta de "Il mucchio selvaggio" di Sam Peckinpah, le
convenzioni del melodramma, i fondali dipinti del teatro popolare Likay.
Fa largo uso di espedienti di montaggio ormai obsoleti come iris e tendine.
Cita senza posa dai vecchi film del suo paese e in particolare rende omaggio
a Rattana Pestonij, direttore della fotografia e regista indipendente semisconosciuto
fuori dalla Thailandia ma autore di audaci sperimentazioni negli anni Cinquanta
e Sessanta. Da lui Sartsanatieng ha preso l'attitudine alla ricerca sul
colore della pellicola. Il rosa shocking e un verde carico sono le tonalità
che dominano "Le lacrime della Tigre Nera" e ritornano
ossessivi in ogni scena: nei vestiti, nel rossetto di Rumpoey, nei muri
delle abitazioni, nell'acqua e nelle ninfee che vi galleggiano. Colori "lividi e sovraccarichi molto thailandesi. Si trovano nei templi, nelle case e nei manifesti, anche se - dice il regista - oggi sono classificati come di cattivo gusto perché la moda è molto più cool, europea". E lo sguardo del regista si è rivolto all'indietro anche per recuperare tecniche di promozione inattuali come la drammatizzazione radiofonica e la pubblicazione della sceneggiatura su una rivista popolare. L'obiettivo di Sartsanatieng, cresciuto nell'ambiente della pubblicità, è "esplorare uno stile di cinematografia autenticamente thailandese" e il risultato della sua ricombinazione ironica di stili e linguaggi è gustoso, esilarante, raffinato. |
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