Cinecircolo Cappuccini

L'apparenza inganna
Le Placard


Regia: Francis Veber - Interpreti: Daniel Auteuil, Gérard Depardieu Guillaume, Thierry Lhermitte - Sceneggiatura: Francis Veber - Fotografia: Luciano Tovoli - Costumi: Jacqueline Bouchard - Musica: Vladimir Cosma - Prodotto da: Alain Poiré, (Francia, 2001) - Durata: 84' - Distribuzione: Filmauro

  Benché i gay francesi abbiano protestato durante la lavorazione di "L'apparenza inganna", il nuovo film di Francis Veber non ha nulla di omofobo. L'idea di partenza innesca una commedia degli equivoci dove il protagonista non fa nulla per apparire omosessuale; non è lui a cambiare, insomma, ma lo sguardo che gli altri posano su di lui. A partire da quello del macho Gérard Depardieu.
Al contrario di quanto accadeva nella "Cena dei cretini", lo sceneggiatore-regista non si affida questa volta al comico nella sua forma più semplice e diretta (il cretino), ma al comico di situazione. Benché il protagonista si chiami Pignon, come il personaggio del "cretino" ricorrente in parecchi film di Veber, non è affatto un cretino; non più del mondo in cui vive, comunque, dove la gente si giudica solo in base alle apparenze.
In fondo, "L'apparenza inganna" racconta una storia edificante, quella di un uomo che ritrova la sua dignità; e, sotto lo strato del comico, lo fa con una certa serietà, perfino con una punta di amarezza. La regia, accurata ma discreta, è tutta al servizio degli attori: ottimo Auteuil, impagabile Depardieu.
  François Pignon telefona per l'ennesima volta alla ex-moglie e parla come al solito con la segreteria. Vuole solo dirle che sta per essere licenziato e che vorrebbe vedere suo figlio. Poi si avvicina alla finestra per chiudere platealmente l'ultimo atto di una vita grigia assolutamente inutile. Ma il suo nuovo vicino di casa, ex-psicologo omosessuale, lo convince a ripensarci e gli propone una strategia di contrattacco piuttosto insolita. (…) È un modo molto garbato di trattare il tema della diversità. E Veber lo fa con stile. Riprende uno dei suoi temi preferiti per raccontare una storia. Lo sguardo degli altri: sono loro a decidere chi siamo.
Questa volta non c'è un legame fra due uomini (come in "Les compères" del 1983), o una situazione di gruppo (come nel pluripremiato "La cena dei cretini" del 1998), ma la storia di un uomo solo, di un piccolo uomo. Ma ci sono anche punti comuni. L'idiozia, il caso, l'apparenza, sono per Veber strumenti risolutivi, con cui ribaltare le situazioni e trasformare gli inetti in eroi.
Pignon (anche il protagonista de "La cena dei cretini" si chiama così), non è un eroe, ma ha coraggio. Ha il coraggio di dimostrare di essere quello che gli altri non vedono o non vogliono vedere. E questo è più forte dell'eroismo innato. In più Veber si avvale di un cast ricco e in stato di grazia che sostiene splendidamente il protagonista. Michele Aumont, Thierry Lhermitte, Gérard Depardieu, che passa con estrema disinvoltura dal cinismo all'arroganza, alla tenerezza e alla fragilità. Si ride molto, e si ride amaro. Ma sempre con discrezione. Sono quindici anni che Veber vive in America, ma la sua impronta francese non si è cancellata, così come il suo modo non banale di trattare temi comuni, come questo della diversità, visto e rivisto sugli schermi.
  Vi dice niente il nome di François Pignon? Era il protagonista della "Cena dei cretini", la fortunata commedia scritta e diretta da Francis Veber, in Francia acclamato re dell'umorismo e della satira farsesca, reclutato anche da Hollywood per film come "In fuga per tre" e "Ma capita tutto a me". Anche l'antieroe di "L'apparenza inganna" si chiama François Pignon (al quale presta una maschera di straordinaria intensità Daniel Auteuil), un contabile licenziato dall'azienda in cui lavora perché il soprannumero invita a sacrificare gli impiegati anonimi e quelli che non stanno nelle grazie del ruvido capo del personale (Gérard Depardieu). Un provvidenziale angelo custode alla Frank Capra (non a caso i francesi hanno accostato Francis Veber al regista di "La vita è meravigliosa") non soltanto lo salva da gesti inconsulti ma gli suggerisce per giunta la scappatoia per sottrarsi al licenziamento. (...)

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Santa Maradona
Santa Maradona


Regia: Marco Ponti - Interpreti: Stefano Accorsi (Andrea), Anita Caprioli (Dolores), Mandala Tayde (Lucia), Libero De Rienzo (Bart) - Genere: Commedia - Origine: Italia, 2001 - Soggetto & Sceneggiatura: Marco Ponti - Fotografia: (Scope/a colori) Marcello Montarsi - Musica: Motel Connection (Canzoni: Mano Negra, Subsonica) - Montaggio: Walter Fasano - Durata: 96' - Produzione: RAI cinema, Harold, Mikado - Distribuzione: Mikado Film (2001)

  Emergerà dal censimento in corso che esiste una categoria di trentenni (circa), disoccupati e single, che vorrebbero prolungare all'infinito l'adolescenza esattamente come i genitori sessantottini quando avevano la loro età, ma senza implicazioni ideologiche? Per il momento la testimonianza arriva dal film di esordio di Marco Ponti "Santa Maradona" i cui protagonisti Stefano Accorsi e Libero De Rienzo faticano a pagare l'affitto dell'appartamento dove coabitano, tanto che il padrone di casa ex jugoslavo minaccia balcanicamente di fargli tagliare i genitali. I due amici sono entrambi senza lavoro: o meglio, Stefano va ai colloqui facendo di tutto per essere scartato; Libero scrive (copiandole da un giornaletto locale siciliano) critiche letterarie pagate pochissimo. L'importante è avere i soldi necessari per noleggiare una videocassetta, andare al cinema, mangiare una pizza e comprare i giornali: i libri no, quelli si rubano. Quanto all'amore, da nichilista convinto, Libero non ne vuol sapere anche se si capisce che la ragazza italo-indiana Mandala Tayde non gli dispiace affatto, mentre Stefano è un inguaribile romantico. Un giorno correndo per la strada si scontra e butta a terra una studentessa e, giustificato dal fatto che Anita Caprioli è molto graziosa, il colpo di fulmine scatta immediato. La presenza di Accorsi in ruoli analoghi induce a un paragone fra i trentenni agiati e integrati descritti in "L'ultimo bacio" e i trentenni intellettuali di "Santa Maradona" arrabbiati "contro" qualsiasi moda o etichetta e precari per scelta di vita. Si tratta di universi opposti, ma gli opposti com'è noto si toccano; e infatti i personaggi di entrambe le pellicole sono animati dalla stessa serpeggiante inquietudine e incapacità di responsabilizzarsi. Dal punto di vista sociologico, in "Santa Maradona" potrebbe rispecchiarsi un pubblico generazionale di segno uguale e contrario a quello che ha decretato il successo al botteghino di "L'ultimo bacio". Dal punto di vista formale, invece, essendo molto più povero di budget e meno abilmente scritto e diretto, questo film si presenta meno competitivo di quello di Muccino. Ma l'opera prima, ambientata a Torino (una città che è tornata importante nel cinema italiano), è pervasa da estro e da una scontrosa vitalità ben resa dagli interpreti; e tutto fa pensare che di Marco Ponti risentiremo parlare.
  Che bella, divertente, vitale sorpresa è "Santa Maradona", opera prima di Marco Ponti che racconta le vite in sospeso e un po' spericolate di due ragazzi neo laureati, amici per la pelle come Robert e Paul del loro cult Butch Cassidy, che a Torino attendono di entrare ufficialmente nella vita: ma senza fretta, non si piacciono granché. Intanto aspettano, consumano cinema e sport come gli italiani medi, si innamorano, si lasciano, si sfottono, si disperano con allegria. Ma prima o poi un ufficio li acchiapperà, l'immagine fissa che li vede alla fine buttarsi in avanti è open, è assai probabile che non cambieranno il mondo, che andranno tutti giù per terra, ma il loro disadattamento è reso benissimo. Il regista, anche sceneggiatore, si è fornito di un copione pieno di battute spiritose, di piccole grandi idee significative, non retorico né moralistico ma con tutti i problemi reali allineati in attesa, mentre la cinepresa fa qualche birichinata giovanile da nouvelle vague.
Ma non passa inosservato che un'ansia esistenziale li corrode, che una vita così non ha senso, che è difficile arrendersi al ménage. Forti di due personaggi scritti benissimo, il film si avvale di un duetto strepitoso di interpreti: Stefano Accorsi, divo amato e romantico, è l'ideale ragazzo un po' sbandato della porta accanto, mini ribelle con una causa che ci guarda con malinconia, mentre Libero De Rienzo è non solo drammaticamente comico fra nevrosi e infantilismi ma anche di una irrefrenabile simpatia. E le due signorine in causa, Anita Caprioli e Mandala Tayde non sono solo un ornamento, accarezzano con grazia la storia. Andate a vedere "Santa Maradona" uno spiritoso, capitolo del nuovo cinema italiano.

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Il mestiere delle armi
Il mestiere delle armi


Regia: Ermanno Olmi - Interpreti: Hristo Jivkov (Giovanni de' Medici), Sergio Grammatico (Federico Gonzaga, marchese di Mantova), Dimitar Ratchkov (Luc'Antonio Cuppano), Fabio Giubbani (Matteo Cusastro), - Genere: Drammatico - Origine: Italia/Francia/Germania, 2000 - Soggetto & Sceneggiatura: Ermanno Olmi - Fotografia: (Panoramica/a colori) Fabio Olmi - Musica: Fabio Vacchi - Montaggio: Paolo Cottignola - Durata: 105' - Produzione: Cinema11, Rai Cinema (Italia), StudioCanal (Francia), Taurus Produktion (Germania) - Distribuzione: Mikado Film

  Argani, pulegge, mani che lavorano frenetiche spazzando via fango e detriti. Dalla terra emergono quattro piccoli cannoni lucenti appena forgiati. Poche ore prima Alfonso d'Este, duca di Ferrara, li aveva negati a Joanni de' Medici detto Giovanni dalle Bande Nere, il condottiero al soldo di papa Clemente VII impegnato a contrastare l'avanzata dei Lanzichenecchi con imboscate e "scaramazze". Ora l'illuminato Alfonso, amante delle arti e delle tecniche, protettore dell'Ariosto, concede quelle micidiali bocche da fuoco al Frundsberg generale dei Lanzichenecchi, che intende passare il Po per marciare alla volta di Roma.
Non è tradimento, solo politica. Alfonso d'Este pensa alla salvezza del suo regno. E le armi da fuoco, che consentono di combattere da lontano, facilitano la politica, separando le arti della guerra da quelle del governo. Principe e condottiero non sono più una cosa sola ormai, solo i puri, gli idealisti, i violenti (la violenza del combattimento, ma anche della fede e della passione), continuano a impugnare le armi. Come Giovanni, che cadrà colpito da una palla di quei cannoni e morirà quattro giorni dopo, a 28 anni, una gamba amputata fra atroci tormenti.
Come tutti i capolavori, perché di capolavoro si tratta, " il mestiere delle armi" di Ermanno Olmi si presta a svariate letture. La più immediata è quella storica. Con Giovanni dalle Bande Nere tramonta un'epoca e se ne apre un'altra, che arriva fino al nostro presente fatto di guerre telematiche e bombe "intelligenti". Si capisce che Olmi, da umanista attento alle fonti (usate con liberta e insieme con assoluto rigore) insista molto su questo aspetto.
Ma "Il mestiere delle armi" è anche un magnifico ritratto, ottenuto sbalzando dall'ombra la fosca figura di Joanni, la sapiente radiografia di un'anima chiaroscurata a forza di fatti, non di parole; un affresco dipinto con poche pennellate vigorose in cui però c'è tutto: i dialetti dei mercenari, il violino di Alfonso d'Este, la colazione a letto di Federico Gonzaga duca di Mantova, celebre per la corte raffinata e per il Palazzo del Te, che prende decisioni capitali trastullandosi col cane o con l'amante. E poi le visioni di Joanni nell'agonia, le sue donne, i figli, il senso di una vita che scorre a passo di carica fra tornei e colpi di vento impetuosi, quasi metafisici.
Un grande personaggio per un grande film corale che rifiuta le psicologie, comprime le battaglie in pochi scorci fulminanti, istoria il racconto di ellissi e flashback, corteggia l'oscurità grazie alla bellissima fotografia di Fabio Olmi, insomma sfida tutte le convenzioni del cinema in costume (e non solo). Non sarà facile decifrarlo, specie per gli stranieri. Ma ci auguriamo che a Cannes, fra pochi giorni, susciterà interesse e meraviglia.
  Ermanno Olmi non smentisce la sua scelta di un cinema controcorrente, che non assecondi le aspettative dello spettatore ma piuttosto lo spiazzi, lo prenda di sorpresa. Anche raccontando gli ultimi giorni di vita di Giovanni dalle Bande nere, capitano di ventura morto ventottenne durante la campagna contro i lanzichenecchi mandati da Carlo V a conquistare la Roma di Clemente VII. Sulla strada aperta da Bresson e dal suo Lancillotto e Ginevra, la ricostruzione storica viene come decantata e scomposta nei suoi elementi. Qui, la fatica fisica (il freddo, il sonno), i rituali guerreschi ma anche il teatrino della diplomazia, delle lettere, delle petizioni e poi i ricordi e forse i rimpianti (di un amore improvviso e 'tempestoso'): tutto egualmente importante e concretissimo e insieme evanescente e transitorio, come non potrebbe essere diversamente su un letto di morte. Olmi sceglie di non scegliere, di non privilegiare una chiave di lettura ma di cercare la complessità dove forse siamo abituati a vedere e leggere la semplicità e la linearità. Così, nell'esemplare parabola di Giovanni si possono leggere lo scontro tra l'arte della politica e quella della guerra (la causa della morte - un colpo di falconetto si può far risalire al 'tradimento' di Federico Gonzaga), tra un mondo cavalleresco e uno più concreto e 'moderno' (l'introduzione delle nuove armi da fuoco), ma anche tra la duttilità di certa morale e la coerenza dei proprio dovere (la parabola 'cristologica' di Giovanni).
Il rischio è che lo straordinario lavoro sull'immagine di Fabio Olmi, capace di dare concretezza luministica alla crudezza dell'inverno padano e della fatica umana, rischi di schiacciare la complessità dei film, privilegiando la sacralità, che spesso è presente nei film dei regista, a scapito della riflessione.

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A tempo pieno
L'emploi du temps


Regia: Laurent Cantet - Interpreti: Aurélien Recoing, Karin Viard - Genere: Drammatico - Origine: Francia, 2001 - Distribuzione: Mikado(2001)

  Un uomo, dirigente d'azienda, perde il lavoro. Non si sente, non ha il coraggio o la voglia di dirlo ai famigliari e agli amici. Osserva gli orari di prima, rispetta l'apparenza di una vita che non ha più: nel tempo inoccupato dorme in automobile, mangia male, abusa del telefonino, girella nei parchi o lungo i fiumi, s'intristisce nell'ozio e nell'ansia, affonda in un mare di menzogne alla fine insopportabile. Il caso è più frequente di quanto si creda. In Francia l'analogo percorso di Jean-Claude Romand ha dato origine a un fatto di cronaca sanguinoso e famoso. In "A tempo pieno" di Laurent Cantet, vincitore del Leone dell'Anno all'ultima Mostra di Venezia, il protagonista senza più lavoro deve procurarsi i soldi per garantire alla famiglia il livello di vita abituale: organizza una piccola rete di falsi investimenti col denaro di conoscenti e poi se ne pente, si associa a un truffatore dell'importazione clandestina dai Paesi dell'Est europeo, racconta balle, a un certo punto le sue bugie non reggono più. Con l'aiuto del padre, trova un nuovo lavoro.
Al di là dell'aneddoto, il bel film diventa l'analisi di un'esistenza: l'uomo né brutto né bello, anonimo e insieme ricco di personalità, profondamente sincero mentre recita le sue bugie, è logorato dal lavoro eppure incapace di avere identità senza il lavoro. Dopo mesi di tensione (e anche di riposo: ozio, ore vuote, mancanza di regole e di competizione), quando si presenta al nuovo impiego non prova alcun sollievo. Smarrimento e desolazione non si cancellano. Dentro di lui, così attento a mostrarsi buon dirigente, buon padre, buon marito, buon guidatore, buon componente della società, esiste un immenso desiderio di libertà che gli permette di sopravvivere. I rapporti del protagonista con il lavoro, con la solitudine, con i propri figli e i propri genitori, sono illustrati nel film attraverso unasottigliezza, accuratezza e originalità alle quali dà un grande contributo l'interpretazione eccellente di Aurélien Recoing, attore di teatro meno noto al cinema. Nel mondo contemporaneo disoccupazione e sottoccupazione sono incubi quotidiani, e può sembrare singolare l'analisi di un disagio insito nel lavoro parolaio, inappagante: ma "A tempo pieno" rappresenta anche una lezione importante d'intelligenza umana.
  È un film da vedere, bello, attuale, intelligente. È un ideale seguito di "Risorse umane" in cui Laurent Cantet dimostra - ispirandosi alla storia vera di un uomo che perde il lavoro e mentendo si inventa una pericolosa doppia vita - la resistibile discesa di un manager. Non solo l'operaia ma anche la classe borghese non andrà in Paradiso. Cantet pone in "A tempo pieno" molti problemi (il tempo libero, la pratica della menzogna, i legami di famiglia, il sottile confine della legalità), ma ha la mano ferma nelle psicologie, entra sottopelle ai personaggi, anche i più patologici, manovra questo teatrino di alienazioni reciproche con gusto del dramma psico-sociale ma privo di retorica. Aiutato da un magnifico ed inedito attore, Aurélien Recoing, che con una maschera impassibile subisce le onde del destino in un mondo comandato dal Dollaro. Rispetto alla realtà, Cantet ha preferito un finale non certo felice ma non truculento (la vera storia finiva con un eccidio in famiglia, come in un film di Claude Chabrol), lasciandoci un originale film seminato di fertili dubbi, fra cui quello della nostra identificazione con il lavoro che, dice il regista, è un diritto ma non sempre un dovere.

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La nobildonna e il duca
L'anglaise et le duc


Regia: Eric Rohmer - Interpreti: Lucy Russell, Jean-Claude Dreyfus - Genere: Drammatico - Origine: Francia, 2001 - Durata: 125' - Produzione: Compagnie Eric Rohmer e Pathe Image - Distribuzione: Bim

  Rimanendo fedele a se stesso, Rohmer allarga il campo della sua riflessione confrontandosi con i grandi temi della Storia. Anzi, chiedendosi, attraverso la turbolenta vita di una nobildonna inglese rimasta in Francia durante gli anni della Rivoluzione, come sia la Storia. E dove si faccia veramente. La fedeltà al "metodo Rohmer" la si riconosce nella decisione di prendere un personaggio e la sua visione morale, per confrontarlo con le idee e le azioni dì chi lo circonda. Senza interrogarsi sulla bontà o sulle contraddizioni di quella visione (che in questo caso è quella di un'aristocratica moderatamente aperta al nuovo eppure incapace di mettere in discussione i capisaldi della propria cultura, sovranità reale in testa), ma scavando, con puntiglio proprio nelle o reazioni che quelle idee scatenano, si tratti di nobili, borghesi o popolani. E se in altri film questo metodo serviva per raccontare l'animo umano e il divertito (e certe volte dolente) gioco dei sentimenti, qui la tela di fondo - è proprio il caso di dirlo - ci racconta la rivoluzione francese e il suo periodo più cupo, quello del Terrore. Evitando la verosimiglianza delle ricostruzioni storiche che cercano di nascondere lo scorrere del tempo, Rohmer usa la tecnologia digitale per far vivere i suoi personaggi come all'interno di 'quadri', accentuando il lato pittorico (e irrealistico) di quegli scenari. Obbligando lo spettatore a chiedersi cosa sia 'vero': se il mondo esterno, con i suoi sommovimenti popolari (la plebaglia che porta la testa della principessa di Lamballe su una picca), o non il chiuso delle case dove sono i sentimenti umani che si confrontano, la coerenza e la rabbia, rivelando le umanissime contraddizioni delle persone. Soprattutto se in questo modo siamo obbligati a riflettere su tanti luoghi comuni della nostra cultura.
  È il fim grandioso con cui Eric Rohmer, passati gli ottanta, ci riconferma la sua giovinezza creativa e la genialità con cui sa dominare il digitale con anche le tecniche più nuove del cinema.
Lo spunto, le memorie di una nobildonna inglese della seconda metà del Settecento, Grace Elliott, che, dopo esser stata l'amante del cugino di Luigi XVI, Luigi Filippo Duca d'Orléans, lo aveva seguito a Parigi, augurandosi, date le sue idee liberali, che con la presa della Bastiglia anche la monarchia francese accogliesse i principi costituzionali di quella inglese. Vedeva presto però i rivoluzionari prendere sanguinosamente il sopravvento mentre il Duca arrivava a votare la morte del Re pensando di succedergli. Da qui un suo scontro con lui, con un continuo e profetico metterlo in guardia dai rischi che egli stesso correva e con una conclusione che, pur avendo portato anche lei, dopo il Duca, alla soglia della ghigliottina, la vedeva salvarsi solo perché, caduto Robespierre e finito il Terrore, Termidoro poneva fine a quel seguito di orrori.
Rohmer, per dirci questo, ha seguito due strade parallele che alla fine, però, si congiungono. Da una parte il rapporto fra "la nobildonna e il duca" costellato, con dialoghi, addirittura squisiti, di contrasti, di momenti ancora affettivi, di dissertazioni mai retoriche sulle opposte, reciproche ideologie. Arrivando ad evocarci sullo schermo due personaggi a tutto tondo, messi in risalto, oltre a tutto, da due interpreti d'eccezione, la quasi esordiente inglese Lucy Russell, il francese Jean-Claude Dreyfus. Da un'altra parte la Storia in movimento, non solo i fatti dal 1790 alla vigilia di Termidoro, ma le persone e quella Parigi di allora in cui si muovevano. È l'altro momento folgorante del film: con scenografie e cornici che, riprese da incisioni e dipinti di quegli anni, accolgono per sovrimpressione, grazie al digitale, quanti le animano: con colori quasi seppia, in cifre in cui la realtà della cronaca si sublima nella memoria.
Mentre, non in contrasto ma con meditata conseguenza, gli interni, con arredi preziosi e affascinanti chiaroscuri, fanno da sfondo ai personaggi quando vi si isolano in preda ai loro drammi quotidiani. Per arrivare, appunto, nel finale, all'incontro fra le due parti, quando il privato viene sopraffatto dal pubblico e la protagonista, ormai ghigliottinato il Duca, finisce anche lei in carcere, certa di seguire la sua stessa sorte. Una didascalia tratta dalle sue memorie ci dirà invece che si salverà, ma le ultime immagini sono le facce degli aristocratici in primo piano che, ad una ad una, mentre echeggia una Marcia Funebre d'epoca, ci svelano mute e angosciate, l'attesa di affrontare da un momento all'altro il patibolo.
Basterebbero per fare grande un'opera che, anche in tutto il resto, è un monumento al cinema. E alle verità spesso rimosse della Storia.

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Betty love
Nurse Betty


Regia: Neil LaBute - Interpreti: Morgan Freeman (Charlie), Renée Zellweger (Betty), Chris Rock (Wesley), Greg Kinnear (George/Davíd Rave0), Aaron Eckhart (Del), Tia Texada (Rosa), Crispin Giover (Roy), Pruitt Taylor Vince (Ballard), Allison Janney (Lyla), Kathieen Wilhoite (Sue Ann) - Genere: Commedia - Origine: Stati Uniti, 2000 - Soggetto: John C. Richards - Sceneggiatura: John C.Richards & James Flamberg - Fotografia: Scope, a colori Jean Yves Escoffier - Musica: Rolfe Kent - Montaggio: Joel Plotch, Steven Weisberg - Durata: 105' - Produzione: Gail Mutrux, Steve Golin - Distribuzione: United international Pictures (2001)

  Alla fine l'uscita italiana di Betty Love, più volte rinviata (il film fu presentato a Cannes, nonché premiato al Noir in Festival di Courmayeur, nel 2000), rischia di risolversi in un vantaggio: dopo il grande successo del "Diario di Bridget Jones", infatti, la protagonista Renée Zellweger è diventata un'attrazione anche per il nostro pubblico. (...)
Gran fustigatore dei costumi americani in film come "Nella società degli uomini" e "Amici & vicini", Labute lascia da parte il realismo per una commedia metaforica e sorridente dove l'eroina, nella sua fuga dalla realtà, sembra la sorella maggiore della Dorothy del "Mago di Oz". Tuttavia, Betty Love non va scambiato per un film di pura evasione. Sullo sfondo, per cominciare, c'è sempre la perversione dei rapporti umani nella società occidentali, basati sulla prevaricazione e la crudeltà. Ma soprattutto, Labute innesca un segnale d'allarme contro lo strumento più (falsamente) compensativo di questa realtà poco edificante, la televisione, mostrando la parte preponderante che il piccolo schermo tende ad assumere nella vita delle persone. Fino a sostituire la realtà virtuale a quella quotidiana, incluso l'amore.
  Dopo gli 'sgradevoli' "Nella società degli uomini", e "Amici vicini" era difficile ipotizzare che Neil Labute, regista dal talento notevole, apparentemente troppo invischiato in commedie umane estreme, virasse la rotta del suo cinema verso lidi di diverso spessore artistico e qualitativo. Betty Love è, infatti, un'interessante satira sociale di una società dipendente dalla televisione e - al tempo stesso - un'irresistibile commedia incentrata sulla recitazione di grandi attori del calibro di Morgan Freeman e di una Renée Zellwegger cui possiamo perdonare "Io, me & Irene". (...)
Betty nella sua imprevedibile allegria è uno specchio di una società confusa, dove persone insoddisfatte della propria esistenza si rintanano in paralleli universi televisivi con il tubo catodico come cordone ombelicale diretto verso un mondo lontano e distante - carico, però, di felicità. Una constatazione amara che resta sempre sullo sfondo di un film gradevole e decisamente riuscito. Non sorprenderebbe, infatti, l'idea di poter considerare "Betty love" come uno dei film di culto dell'attuale stagione cinematografica abbastanza avara di pellicole originali se non addirittura uniche. Questo film, nato dall'ideale incontro tra "Pulp Fiction" e le suggestioni del "Truman Show", colpisce per il suo essere essenzialmente una commedia carica di messaggi ironici e al tempo stesso molto seri riguardo alla società dominata e per certi versi guidata dalla mitologia hollywoodiana.

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Yi Yi. E uno... e due
Yi yi


Regia: Edward Yang - Interpreti: Wu Nianzhen, Issey Ogata, Elaine Jin, Kelly Lee - Genere: Drammatico - Origine: Taiwan, 2000 - Soggetto & Sceneggiatura: Edward Yang - Fotografia: Yang Weihhan - Montaggio: Chen Bowen - Durata: 173' - Produzione: Kawai Shinya e Tsukeda Nacko - Distribuzione: Istituto Luce (2001)

  Date tre ore a un regista taiwanese. Farà un film tutto al presente, la storia di una famiglia (e dei suoi vicini di casa), una piccola saga concentrata in un breve lasso di tempo ma distribuita su varie generazioni, padri e figli, nonni e nipoti, che malgrado la distanza geografica e culturale trasmette un vivido sentimento del presente.
Un film che pur muovendosi fra Tokyo e Taipei tocca temi e sentimenti universali. E non solo perché parla di computer, di veri e di falsi (moda o informatica, Taipei è la capitale mondiale del falso), di vecchi soli e di figli distratti; ma perché in questo mondo sospeso in un eterno presente, per cui anche un amore di trent'anni prima riapre dubbi e ferite, tutto scorre senza troppi scossoni, almeno in apparenza: matrimoni e funerali, flirt e delitti, affari e amicizie. Mentre gli unici filosofi rimasti sono i bambini con le loro piccole grandi domande che ci costringono a ripensare il mondo e guardare le nostre vite da un punto di vista diverso.
Insomma, anche se viene da lontano "Yi Yi" di Edward Yang (premio per la regia a Cannes 2000) dura tre ore ma potrebbe durare il doppio o la metà, ogni dettaglio parla, il suo ritmo è quello della vita. Anzi, la durata "espansa" serve a sconfiggere la velocità e la distrazione di oggi. E non importa se vi smarrite fra mariti e mogli, figli e cognati, colleghi e amori mancati, non importa se l'andatura pacata, orizzontale, de-drammatizzata, è l'opposto del tempo funzionale e mirato a cui ci ha abituato il cinema occidentale (occidentale anche quando viene da Oriente; pensiamo, per contrasto, ai film diversissimi di un altro taiwanese, Ang Lee). Perché basta assestare lo sguardo per scoprire, dietro le increspature della superficie, profondi movimenti interiori. Basta guardare oltre la ciclicità del racconto per notare crescite, cambiamenti, maturazioni.
Da quel viaggio a Tokyo che è insieme un viaggio d'affari e un viaggio sentimentale, nascerà una amicizia quasi magica fra l'informatico taiwanese e l'ingegnere giapponese. E intanto l'azienda si salva, ma non come previsto; i figli amano, sbagliano, soffrono e fanno soffrire; le etàdella vita si intrecciano in una sorta di ideogramma che fra Tokyo e Taipei unisce i dubbi del padre, gli amori della figlia, i turbamenti del più piccolo. Magari non è un caso che fra le ultime battute del film ci sia questa dichiarazione di poetica. "Sai cosa farò da grande? Voglio dire agli altri quello che non sanno, mostrare loro quello che non vedono". Fra tante definizioni del Cinema, non è la peggiore.
  Se Hitchcock diceva che il cinema è la vita con le parti noiose tagliate, il film "Yi Yi" - e uno... e due - appartiene più alla vita che al cinema. Il regista Edward Yang, premiato a Cannes, non si è infatti preoccupato di tagliare niente: e ti fa scorrere sotto gli occhi quasi 3 ore di spettacolo delibando, oltre ai momenti cruciali, anche i fatterelli della vita quotidiana. Per immergersi in un tale contesto minimalista bisogna frenare le nostre impazienze di spettatori dell'era dello spot, ma ne vale la pena. Non fosse che per constatare che possiamo tranquillamente riconoscerci nei problemi, negli umori e nelle vicende di una media famiglia borghese di Taiwan; e anche nel personaggio del protagonista. Il bravo Ni Jian è infatti un capofamiglia come tanti, con madre malata a carico, moglie afflitta da soprassalti di misticismo, figlia in età difficile alle prese con un amore sbagliato e figlioletto vulnerabile in maniera preoccupante. Proprio il piccolo Yang Yang fornisce la chiave per leggere il film attraverso la bizzarra abitudine di fotografare i recessi trascurati degli ambienti e la nuca delle persone che incrocia. "Yi Yi" rappresenta insomma un invito a guardare ciò che generalmente trascuriamo. Nel mezzo del cammino della vita, e forse un passo oltre, Ni Jian è indotto a fare il bilancio da alcuni eventi: da una parte l'incontro fortuito con la donna amata nell'adolescenza e dall'altra la crisi della sua società di computer. Le due vicende si intrecciano nel corso di un viaggio a Tokio in cui il protagonista trascorre qualche giorno con l'ex innamorata, toccando con mano che il passato non risorge, e discute una "joint venture" coni il titolare di una ditta nipponica. Forse la cosa più originale del film sono i colloqui di questi due orientali che parlando inglese stabiliscono uno strano rapporto di confidenza; e certo il momento magico è quello in cui il giapponese suona il "Chiaro di luna" di Beethoven al pianoforte di un night. Miracoli del cinema quando vola alto, è come sentire questa musica per la prima volta. Nell'insieme si ha tuttavia la sensazione che l'autore non padroneggi bene la materia, ovvero sia incapace di distinguere l'essenziale dal superfluo; ma forse non gliene importa affatto e il fascino di questo film sta proprio nel mettersi al di sopra di ogni regola e consuetudine.

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Monsoon wedding
Monsoon wedding


Regia: Mira Nair - Interpreti: Lalit Verma, Naseeruddin Shah, Pimmi Verma, Lillete Dubey, Mira Verma, Shefali Shetty, Aditi Verma - Sceneggiatura: Sabrina Dhawan - Fotografia: Declan Quinn - Scenografia: Stephanie Carrol - Costumi: Arjun Bhasin - Musica: Mychael Danna - Montaggio: Allyson C. Johnson - Prodotto da: Caroline Baron, India, 2001 - Durata: 114' - Distribuzione: Keyfilms

  Hanno più speranza di riuscita i maitrimoni d'amore o quelli combinati? Non c'è dubbio che chiunque in Occidente opterebbe per la prima ipotesi, ma in India la pensano in modo diverso. Laggiù l'unione la decide la famiglia e gli sposi si conoscono a patti conclusi. Pare però che la valutazione oculata delle componenti caratteriali, affidata in genere a un mediatore professionista, garantisca ai matrimoni indiani una durata maggiore di quelli nostri fondati sulla transitorietà della passione; e mi piacerebbe sapere che cosa ne pensa Francesco Alberoni, massimo teorico dell'innamoramento.
Arriva dalla Mostra di Venezia, con l'onore e l'onere di un discusso Leone d'oro, Monsoon Wedding di Mira Nair che descrive appunto un matrimonio punjab a New Delhi. Sul modello dei film corali di Robert Altman, la regista indiana, affermatasi nel 1988 con Salaam Bombay!, schiera 68 personaggi parlanti per raccontare il fausto evento su n'arco di quattro giorni, dal fidanzamento alla cerimonia. (...)
A un finale liberatorio, dove il monsone del titolo costituisce una specie di lavacro, si perviene grazie all'accattivante bravura degli interpreti e alla leggerezza del tocco registico, ma con un retrogusto di amarezza.
Monsoon Wedding è contrassegnato dalla reticente nostalgia per i valori e le certezze del buon tempo antico, che si insinua nella commistione fra radici antropologiche e consuetudini di importazione. L'immagine tradizionale dell'India si scolorisce nel global; e il panorama del pianeta tende a uniformarsi nel grigiore degli usi e costumi borghesi, ugualiovunque. Il tutto è suggerito con grazia e gusto dei particolari in un film che fra i suoi produttori reca per l'ultima volta il nome di Kermith Smith, un uomo di cinema operante in Italia la cui scomparsa ha lasciato un vuoto.
  Il "film di matrimonio" è un filone abbastanza prolifico di cui la Nair rispetta la principale convenzione. Col pretesto della cerimonia, si riuniscono i membri delle due famiglie degli sposi, parenti e amici e si vede quel che ne viene fuori.
Il pregio del film è quello di unire il tono da commedia con una vena più drammatica e amara, un po'alla maniera del "Festen" di Vinterberg. Né manca d'interesse l'impasto di tradizione (i matrimoni combinati, ci spiega la Nair, non sono necessariamente i peggiori) e di modernità che circola per i fotogrammi, inclusi i numeri musicali che costellano ogni film indiano che si rispetti, ma che Mira ci offre in una versione techno inedita dalle nostre parti. Come è istruttivo, per lo spettatore europeo, vedere messa a confronto una tradizione culturale minuziosamente rispettata (gli abiti, l'apparato rituale) con lo stile di vita, ormai globalizzato, di personaggi che guardano talk-show, parlano al telefonino o si ritrovano alle prese con problemi di pedofilia. Quanto all'enorme cast, sono ammirevoli la spontaneità di ciascuno e l'eccellente gioco di squadra.

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Assolutamente famosi
Iedereen beroemd!


Regia: Dominique Deruddere - Interpreti: Josse De Pauw, Eva Van Der Gucht, Werner De Smedt - Sceneggiatura: Dominique Deruddere - Durata: 95' - Produzione: Belgio/Olanda/Francia, 2000

  Il soggetto di "Assolutamente famosi" evoca quello di "Re per una notte" di Scorsese. L'operaio Jean crede nel talento di sua figlia Marva, adolescente grassoccia e stonata nonché frequentarice di concorsi per replicanti di celebrità canore, da Madonna a Bocelli. E concepisce un piano per regalare alla rampolla la celebrità. (...)
Nel mettere in satira la truffa e il potere dei media, il fiammingo Dominique Deruddere non ci va leggero, ma non si discosta poi tanto dalla realtà. Al vaticinio di Andy Warhol sul quarto d'ora di notorietà per tutti è subentrato, ormai, il culto della celebrità come condizione necessaria e sufficiente perché la vita sia degna di essere vissuta; e l'universo mediologico attribuisce l'ambìto premio a chi sa procurarsela. Malgrado il retrogusto amaro, il film diverte; tanto da farsi perdonare la misoginia che circonda i personaggi femminili: figlia e moglie maltrattano Jean, mentre il suo mite complice Willy convive con una ragazza che lo sfrutta e lo tradisce. Sarà comunque l'amore di un'altra donna a garantire anche a lui un (sarcastico) happy end.
  Jean è un operaio con la fissazione per la musica. Vuole fare di sua figlia Marva una star e la iscrive a tutti i concorsi canori possibili. Quando perde il lavoro, Jean escogita un piano (scombinato e grottesco) per evadere dallo squallore quotidiano: rapisce una diva della musica leggera e ricatta ilsuo manager. Niente soldi ma un'occasione per sua figlia. L'avrà, anche se a un prezzo che davvero non immagina.
Quasi un musical consolatorio per dilettanti allo sbaraglio del sabato sera e replicanti aspiranti di Andrea Bocelli e Freddy Mercury, che sognano la platea televisiva ma si esibiscono in balere di quart'ordine tra avventori distratti e ubriachi, con giurati occasionali che sollevano meccanicamente le palette e distruggono tutti i loro sogni.
Sono figli sovrappeso di genitori affettuosi ma vampiri, che riversano le ambizioni tradite nelle loro creature accompagnandoli a corsi d'inglese, corsi di recitazione e improbabili concorsi, ed acquistano telefonicamente elettrostimolatori per rinvigorire muscoli e carni irreversibilmente flaccide.
Sono operai di provincia dalle camicie a fiori, licenziati da fabbriche in sovrannumero e raccontati con partecipata e crudele ironia, che vivono leggendo appassionatamente dettagli intimi dai rotocalchi di idoli senz'anima e personalità. Ambizioni irrealizzate e bollette da pagare sedate da tranquillanti e dall'illusione di biglietti della lotteria raschiati senza speranza e alimentati dall'illusione di un rapimento liberatorio.
È una commedia grottesca e divertente sui cacciatori di celebrità, tra maschere plastificate di Michael Jackson, microfoni che fischiano tra manager laidi, seduttori per necessità, basettoni infiniti e pantaloni leopardati. Dominique Deruddere smonta tutti gli ingranaggi della manipolazione televisiva, rendendo omaggio alla cialtroneria vincente di John Waters, con una protagonista con lo stesso peso di Ricky Lake e sbeffeggiando cantando a squarciagola Lucky Manuelo, successi pop ed ambizioni eternamente represse.

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No man's land
No man's land


Regia: Danis Tanovic - Interpreti: Branko Djuric, Filip Sovagovic, Simon Callow, Katrin Cartilidge - Genere: Commedia - Origine: Italia/Belgio/Slovenia/Gran Bretagna, 2001 - Durata: 98' - Produzione: Counihan Villiers Productions, Fabbrica, Man's Films, Noè Productions, Studio Maj/Casasablanca - Distribuzione: 01 Distribution

 

È il 1993. Dopo il massacro di una pattuglia bosniaca, il soldato Ciki si trova isolato in una trincea tra le linee di fuoco dei due fronti. Qui lo raggiunge il serbo Nino, che resta imprigionato nella sua stessa trappola. Si aggiunge un terzo soldato, un bosniaco creduto morto il cui corpo è stato disteso su una mina antiuomo: se venisse rimosso, l'ordigno esploderebbe. Dapprima i due si azzuffano, poi tentano disperatamente di negoziare la propria sopravvivenza. Un sergente francese dell'Onu interviene per districare l'impossibile problema, mentre le tv internazionali si precipitano sull'evento come avvoltoi, trasformandolo in un cinico realityshow. Qualche autentica scintilla di comprensione, e perfino di solidarietà, sembra scoccare tra Nino e Ciki; poi l'aggressività riprende il sopravvento, fino ad un epilogo che autorità e media racconteranno a modo loro. Bisogna che passi del tempo perché, da una guerra, si possa ricavare una commedia: è accaduto col Vietnam e ora accade con la guerra di Bosnia: ma, a ferite ancora aperte, "No man's land" dell'esordiente Danis Tanovic è una commedia nera, nerissima, che alterna il riso a denti stretti con la smorfia e chiude su un finale da farti accapponare la pelle. Puro teatro della crudeltà. Era più difficile di quanto sembri costruire un film del genere, senza cadere nella metafora, lasciarsi andare all'invettiva o predicare buoni sentimenti. Tanovic c'è riuscito grazie a un'ottima sceneggiatura e a una regia sobria, ma ben attenta al linguaggio. Basterebbe, a dimostrarlo, la sequenza in cui il sole disperde la nebbia notturna, infondendoti un senso di sollievo cui fa immediatamente seguito una scena di strage. Irresistibili alcune battute di dialogo, come quando Ciki chiama "puffi" i caschi blu per il colore dei loro elmetti. Però Tanovic non ti lascia finire la risata: te la strozza in gola riportandoti implacabile all'orrore della guerra.

  Chi ha cominciato la guerra? Voi, urla il bosniaco Ciki (Branko Djuric) al serbo Nino (Rene Bitorajac). La sua voce non conosce dubbi, come quella del suo nemico. Al pari di Ciki, anche Nino urla: voi, l'avete cominciata. Oltre alle loro non c'è, nel film di Danis Tanovic, una voce 'terza', un'istanza superiore, una ragione giuridica o morale che risponda a quella domanda. C'è solo la voce muta che sta per intero nella canna d'un fucile: chi di volta in volta lo impugna e lo punta contro l'altro, quello ha 'ragione'.
E sarcastico in senso stretto, questo sorprendente "No Man's Land" (Bosnia, Slovenia, Italia, Francia, Belgio e Gran Bretagna, 2001, 98'). Se fosse solo ironico, si limiterebbe a mostrare la guerra così come se la figurano i suoi ideologi, ma capovolgendone di fatto l'apologia in condanna. Se poi fosse grottesco, come pure è stato detto, ne deformerebbe e ne ridicolizzerebbe situazioni e caratteri (questo accade, ma solo in parte e a danno degli ufficiali dell'Unprofor e dei giornalisti, che di niente si curano che non prometta d'essere uno scoop).
Essendo invece soprattutto sarcastico, il film di Tanovic 'lacera la carne' (come suggerisce l'etimo greco del latino sarcasmus). E non lo fa solo in senso figurato. Da un lato, cioè, affonda la lama di un'amarezza radicale nel corpo grosso dei luoghi comuni e delle ovvietà con le quali, per lo più, siamo abituati a pensare alla guerra. Dall'altro, è la carne in senso pieno e materiale ciò di cui sceneggiatura e regia ci suggeriscono e ci fanno soffrire il tormento, e appunto la lacerazione.
Il centro narrativo e visivo di "No Man's Land" è una trincea che sta fra, nello spazio delimitato da altre due trincee, dalle quali i combattenti si fronteggiano in odio. Si tratta dunque d'uno spazio residuale, negativo: non è bosniaco e non è serbo, dal punto di vista dell'appartenenza politica è un non-spazio. Nessuna bandiera gli inventa un senso. Proprio per questo, nella sua cavità si fa palese il lavoro della morte.
Nelle altre trincee, nel loro pieno politico, alla morte si possono dare tanti nomi, tutti grandi: eroismo, storia, futuro. Ma qui, lontani da slogan e da entusiasmi, senza bandiere che pretendano di porre confini nel vento, gli occhi e gli orecchi paiono più liberi di vedere e sentire, e in primo luogo di vedere e sentire la paura. Rispetto alla sua potenza, entrambi i nemici sono egualmente in scacco.

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L'uomo che non c'era
The Man Who Wasn't There


Regia: Joel Coen - Interpreti: Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini - Genere: Commedia - Origine: Stati Uniti d'America, 2001 - Durata: 116' - Produzione: Working Title Films - Distribuzione: Medusa (2001)

  Incarnato dal camaleontico Billy Bob Thornton sul modello di attori d'epoca come Humphrey Bogart e soprattutto Monty Clift, il protagonista di "L'uomo che non c'era" dei fratelli Coen è un barbiere di provincia, introverso che laconico, che nella vita si è ritagliato un ruolo passivo di osservatore. (...)
Per "L'uomo che non c'era" i Coen si sono ispirati ai romanzi neri di James Cain, tante volte portati sullo schermo, da "La fiamma del peccato" a "Il postino suona sempre due volte", ricalcando il personaggio di Crane, un perdente che stoltamente imbocca la via del crimine, sul modello dei tipici antieroi usciti dalla penna dello scrittore statunitense. Tuttavia nel bianco e nero impeccabile e rarefatto di Richard Diekis, l'odissea dell'uomo comune assume anche un valore di metafora: non a caso siamo nell'America del '49 dove, tra lo spauracchio dei sovietici e l'incubo di un possibile conflitto atomico, si sta aprendo (lo dice nel film l'avvocato Tony Shalhoub) un'era basata "sul principio dell'incertezza". Permeato di ironia e sensibilità retrò com'è nella vena di Joel (regista sceneggiatore) ed Ethan (produttore e sceneggiatore), interpretato da un'eccellente squadra di attori e imbastito su un raffinato intreccio dì citazioni, "L'uomo che non c'era" è un thriller parodico nel senso alto della parola (ci trovi dentro tutto il "noir" classico da Billy Wilder a Fritz Lang) e insieme, come certi drammi di Arthur Miller, un dolente requiem del sogno americano.
  The Man Who Wasn't There, è, in superficie, un noir in bianco e nero con tutte le caratteristiche dei noir americani degli anni Quaranta. C'è un intrigo alla James C. Cain, il protagonista si chiama Crane come Janet Leigh in Psyco, la cittadina si chiama come la Santa Rosa di L'ombra del dubbio, l'avvocato Riedenschneider ha il nome di un personaggio di Giungla d'asfalto, ci sono dappertutto lunghissime ombre, molte scene si svolgono di notte, c'è una diffusa atmosfera sospesa, ci sono finali su finali. C'è tutto l'armamentario del noir in confezione preziosamente curata e laccata. Ma, attenzione, The Man Who Wasn't There non è soltanto un noir e un omaggio al noir. È, come i Coen hanno sempre fatto, un film di pensieri e riflessioni. Un film che crea uno spazio in cui girano idee, esperimenti, concetti. In cui ci si chiede cosa siano il basso e l'alto (perché i capelli spingono verso l'alto?, da dove arrivano i dischi volanti?), ci si interroga sul tempo (essere e tempo!), sul vecchio e sul moderno (il sogno di una lavanderia automatica). Soprattutto, su cosa significhi essere ed esserci.
Con Fratello, dove sei? i Coen hanno impresso una svolta alla loro carriera. Hanno abbandonato un modo di raccontare lucido e consequenziale per lasciarsi andare ad una linea più sinuosa, divagante e abbandonata. Qui usano il noir dei Quaranta per parlare di essere e esserci. Sotto la scorza del genere, pongono severe questioni. Bisognerà prenderli anche stavolta sul serio.

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