IL
SARTO DI PANAMA
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Regia: John Boorman - Interpreti: Pierce Brosnan (Andy Osnard), Geoffrey Rush (Harry Pendel), Jamie Lee Curtis (Louisa Pendel), Catherine McCormack, Brendan Gleason, Leonor Varela, Haroid Pinter, Daniel Radcliffe, Lola Boorman - Sceneggiatura: Andrew Davies, John Boorman, John Le Carré - Soggetto: tratto dal romanzo omonimo di John Le Carré - Fotografia: Philippe Rousselot - Musica: Shaun Davey - Montaggio: Ron Davis - Produzione: John Boorman - Distribuzione: Columbia TriStar Films Italia - Genere: Drammatico - Origine: USA 2001 - Durata: 109' |
| In concorso all'ultima Berlinale, "Il sarto di Panama" di John Boorman è una commedia nera basata sull'omonimo thriller satirico di John Le Carré. Il tono, caustico e disincantato, risulta molto diverso da quello di altri romanzi dello stesso scrittore adattati per lo schermo, come "La spia che venne dal freddo" o "La Casa Russia". Dopo la cessione del Canale al governo panamense, nel 1999, Londra invia in loco uno dei suoi 007, Andy Osnard (Pierce Brosnan), per sorvegliare la situazione e brigare a vantaggio della Gran Bretagna. La spia stabilisce un contatto con Harry Pendel (Geoffrey Rush), che taglia abiti di classe per uomini politici e mafiosi. L'agente segreto profitta di due o tre cose poco edificanti che sa di lui per costringere il sarto a diventare suo informatore. Ma c'è una cosa che non sa: Henry, oltre a essere un grande artista delle forbici, è anche un gran bugiardo. Per pagare i debiti da cui è oberato, inventa notizie che britannici e americani sono disposti a pagare a peso d'oro: Panama sta per vendere il Canale, forse ai cinesi. Le false informazioni provocano la mobilitazione dei Pentagono, che vorrebbe rimettere le grinfie sulla fondamentale via di comunicazione. Con una salutare mancanza di riguardo per tutti i personaggi, la storia prosegue mostrandoci come ciascuno dei cospiratori resti preso nella sua stessa trappola. Poteva essere uno dei tanti film di spionaggio convenzionali: quelli pieni di indicazioni geografiche e di trame incomprensibili invece è una commedia ricca di humour decontratta nel modo di narrare e imparzialmente feroce per come ritrae la classe politica e la casta militare che reggono i destini dell'Occidente. L'ironia di Le Carré, coautore della sceneggiatura oltre che produttore, regala al film parecchi momenti felici, alternati con rari flashback sulle atrocità della dittatura. Buona la scelta di Brosnan, che fa l'auto parodia di Bond, interpretando un agente segreto cialtrone, corrotto e dalla libido senza freni. Però il personaggio migliore è lo strano tipo di artista e sognatore che Rush impersona con l'abituale talento istrionico. | |
| La grande "spy-story"
di John le Carré è condensata in 17 romanzi: una colossale
bibliografia che comprende titoli famosi come La spia che venne dal freddo,
Chiamata per il morto, La talpa, La tamburina, La Casa Russia. Tutti finiti
sullo schermo; tutti nati dall'esperienza maturata da Le Carré (ma
il suo vero nome è David Cornwell) all'interno dei servizi segreti
britannici. Già, perché John Le Carré era una spia,
uno di quegli studenti giovani e brillanti che venivano reclutati dal Foreign
Service fin dai banchi dell'Università per diventare "uomini-ombra",
maestri nell'arte di mentire, come ricorda lo stesso Le Carré in
La spia perfetta. Un vero maestro, in questo senso, è l'Andy Osnard de' Il Sarto di Panama, spia inglese inviata a Panama dal Foreign Office per scoprire quale destino sarà riservato al Canale dopo che gli Stati Uniti hanno concesso l'indipendenza al paese. Osnard trova l'informatore ideale in un sarto alla moda. E se le informazioni scarseggiano, si possono sempre inventare In questa buffa e sarcastica vicenda - che smonta con grottesca crudeltà le assurde e inconsistenti impalcature sulle quali si regge la politica internazionale, che riduce la Storia a una solenne mascherata e a una mostruosa bugia - si può cogliere quel filo sottile con il quale Le Carré traccia la linea di demarcazione fra sincerità e verità. La sincerità è un valore personale, è quella alla quale vien meno Harry Pendel, il sarto, terrorizzato dall'idea di perdere ciò che ha faticosamente costruito; la verità è quella che coinvolge tutti quanti, quella che Andy Osnard e il sistema da lui rappresentato offendono di continuo senza provare alcun rimorso. Un filo quasi impalpabile, ma che John Boorman non perde mai di mano, validamente spalleggiato dal bravissimo Geoffrey Rush (il protagonista di Shine) nel ruolo del sarto e da un Pierce Brosnan (l'ultimo James Bond) che nei panni di un personaggio amorale e antipatico come la spia Andy Osnard appare finalmente credibile. Nel cast figura anche il commediografo Harold Pinter, lo zio Benny, una specie di nume tutelare per Harry Pendel. Un angelo custode che lo assiste e lo consiglia nei momenti più diffidi. |
IL
GUSTO DEGLI ALTRI
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Regia: Agnès Jaoui - Interpreti: Anne Alvaro (Clara), Jean Pierre Bacri (Castella), Brigitte Catillon (Beatrice), Alain Chabat (Deschamps), Agnès Jaoui (Manie), Gerard Lanvin (Moreno), Anne Le Ny (Valerie), Christiane Millet (Angelique), Wladimir Yordanoff (Antoine), Raphael Defour (Benoit) - Genere: Commedia - Origine: Francia, 2000 - Soggetto: Agnès Jaoui, Jean Pierre Bacri - Sceneggiatura: Agnès Jaoui, Jean Pierre Bacri - Fotografia: Laurent Dailland - Musica: Jean Charles Jarrell - Montaggio: Hervé De Luzie - Durata: 112' - Produzione: Telema Les Films A4, France 2 Cinema - Distribuzione: Lucky Red Distribuzione |
| (...)Vicende personali che si intrecciano, nella Francia dei nostri giorni, gruppi chiusi che, complici i giochi del caso, finiscono per incrociare le loro strade. Tutto prende il via dalla decisione di Castella (Jean-Pierre Bacri), ricco imprenditore, di imparare l'inglese. La sua insegnante è Clara (Anne Alvaro), attrice quarantenne che dà lezioni di lingua per sbarcare il lunario. Lui è all'apparenza rozzo e ignorante, lei, colta e raffinata, lo ritiene una persona inferiore. Ma lui non demorde, va a vederla a teatro, trascura il lavoro, frequenta gli ambienti intellettuali, incurante del dileggio che lo circonda. Chi la dura la vince? L'esclusione, a tutte le latitudini, è una gran brutta bestia. E la regista analizza fino in fondo il meccanismo, mettendo a confronto un gran numero di personaggi di contorno: la barista disinibita, grande amica di Clara, gli attori e gli artisti alla moda, pieni di sé, la moglie fatua di Castella, l'autista dolce-ingenuo e la guardia del corpo "macho" ma dal cuore d'oro. Così è la vita, e non solo al di là delle Alpi. "Perché frequentarsi all'interno di un singolo gruppo - sottolinea l'autrice - non deve impedire di aprirsi sul mondo, di condividere il gusto degli altri". | |
| (...)Agnès Jaoui (debuttante
nella regia, ma acclamata sceneggiatrice e autrice teatrale in coppia con
il compagno Jean-Pierre Bacri) ci racconta normali storie di gente normale
mostrandoci quel che hanno di eccezionale: la capacità di provare
emozioni, di rinnovarle malgrado tutte le ferite ricevute in passato, di
cercare sempre una seconda possibilità. Sono uomini e donne diversi per estrazione e cultura - un imprenditore, una barista dedita allo spaccio, una guardia dei corpo diffidente e machista, un'attrice che si mantiene insegnando l'inglese, un autista, un'arredatrice - ma tutti alla ricerca della stessa cosa, che lo sappiano o no. Sono tipi solitari e delusi, ma pervicacemente sensibili all'amore come al rifiuto, alla speranza come alle delusioni. Jaoui li mette in scena senza moralismo: anzi, facendoci ridere parecchio. Il che non impedisce che, a distanza di una sola inquadratura, ci sentiamo condurre per mano dal riso alla compassione per le umane (troppo umane?) fragilità che ci riguardano tutti. Non si creda, però, che stiamo descrivendo un film buonista: al caso, anzi, l'immagine della società contemporanea è resa con toni di un realismo quasi crudele, senza riguardo per il ridicolo e la goffaggine de nostri comportamenti quotidiani. Soltanto (e non è poco) senza mai indulgere a giudizi sommari o affrettati. In un cinema che ci ha abituato a personaggi unidimensionali, "Il gusto degli altri" fa evolvere i suoi sotto gli occhi dello spettatore, che ne coglie le mutazioni attraverso uno sguardo, un'espressione malcelata, un gesto quasi impercettibile. Già coautrice (con Bacri) di storie corali per "Smoking/No Smoking" e "Parole parole parole", entrambi di Alain Rasnais, e per "Aria di famiglia" di Klapisch, la regista esordiente non solo sa tenere bene le fila di numerose azioni, ma coordina con sicurezza la recitazione di molti bravi attori. I mezzi con i quali assicura al suo film il gusto tutto particolare che lo contraddistingue sono di alta cucina, e tuttavia di estrema semplicità. Hanno il rigore formale di lunghi ed eleganti piani-sequenza, nei quali gli interpreti si muovono perfettamente a proprio agio. |
LA
COMUNIDAD - INTRIGO ALL'ULTIMO PIANO
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Regia: Alex De La Iglesia - Interpreti: Carmen Maura (Julia Garcia), Eduardo Antuna, Maria Asquerino, Marta Fernandez Muro, Paca Gabaldon, Ane Gabarain, Sancho Gracia, Kiti Manver, Roberto Perdomo, Enrique Vilien - Genere: Drammatico/grottesco - Origine: Spagna, 2000 - Soggetto: Jorge Guerrica Echeverria - Sceneggiatura: Jorge Guerrica Echeverria - Fotografia: Kiko De La Rica - Musica: Roque Banos - Montaggio: Alejandro Lazaro - Durata: 105' - Produzione: Andres Vicente Gomez - Distribuzione: Nexo |
| Julia (Carmen Maura), bella
donna sui quaranta, vive con un disoccupato e lavora per un'agenzia immobiliare.
Mentre cerca di vendere un appartamento di un malconcio condominio, trova
per caso sei miliardi in banconote nascosti nella casa di un morto: ci vede
l'occasione per emanciparsi dalla sua mediocre esistenza e decide di tenerseli.
Non sa che gli inquilini hanno ordito una congiura per mettere le grinfie
sulla montagna di pesetas. Ora l'ostacolo da eliminare è lei. Parabola sull'umana avidità ('La droga più potente sono i soldi' recita uno spot televisivo nel film), "La comunidad" è stato un grande successo in Spagna, dove ha ricevuto quindici candidature agli Oscar locali, i Goya, e vari premi per l'interpretazione di Carmen Maura, la quale non ha perduto un grammo della verve e dell'energia che la caratterizzavano ai tempi in cui recitava per Pedro Almodóvar. E in effetti è un film ben riuscito, che gioca bene sui confini di genere alternando commedia nera, thriller, satira, horror. È anche il migliore tra quelli diretti da Alex de la Iglesia, i cui titoli precedenti ("Azione mutante", "El dia de la bestia") trasportavano sullo schermo l'estetica delle strisce a fumetti. Questa volta, invece, il regista spagnolo s'ispira palesemente a Hitchcock: non soltanto raccontando una storia che non gli sarebbe dispiaciuta, ma anche citando lo stile dei titoli di testa di Saul Bass o girando l'epilogo sui tetti di Madrid. "La comunidad" è il tipo di film di cui Hollywood potrebbe fare benissimo un remake. Meglio vederlo subito, allora, prima che ce ne propini una versione decaffeinata e edulcorata. |
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| La comunidad è la prova
che se il cinema europeo vuole davvero ancora stupirci è decisamente
ancora in grado di farlo. Divertente e intrigante, è l'incontro perfetto tra horror e commedia surreale, tra racconto noir e l'alienazione moderna. Un'affascinante contaminazione tra i racconti surreali alla Pennac e il cinema di Alfred Hitchcock. Un film che procede come satira sociale, prendendosi tuttavia gioco di un mondo di disperati cui guarda con una certa tenerezza. Mai volgare e mai enfatico, La comunidad è un'invenzione del grande cinema del passato filtrato attraverso la graffiante ironia del resita Alex de la Iglesia, capace di flirtare con il trash e al tempo stesso reinventare gli schemi ben precisi del genere giallo rosa. La comunidad è una commedia grottesca al limite del surreale dove la lotta quotidiana per il denaro assume la dimensione tutt'altro che rassicurante di un condominio. E - si sa - in uno spazio narrativo angusto e al limite dei claustrofobico tutto può succedere. Anche che tutto non sia come sembra e che si viva addirittura un clima da congiura. Pieno di spunti divertenti, citazioni, momenti esilaranti questo film deve la sua grande fortuna all'intelligenza artistica del regista, ma anche alla bravura dei suoi interpreti che non sono mai sopra le righe e che si comportano in maniera straordinaria seguendo alla perfezione i ritmi di questo buffo thriller. Su tutti un'atletica Carmen Maura, ancora sensuale nonostante l'incedere degli anni, e capace di suscitare grandi passioni con la sua notevole capacità di comunicare i propri stati d'animo al pubblico, grazie al suo carisma rimasto ancora meravigliosamente intatto. |
I
NOSTRI ANNI
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Regia: Daniele Gaglianone - Interpreti: Virgilio Biei, Piero Franzo, Giuseppe Boccatatte, Massimo Miride, Enrico Saletti - Genere: Commedia/Drammatico - Origine: Italia, 2001 - Soggetto: Daniele Gaglianone e Giaime Alonge - Sceneggiatura: Daniele Gaglianone e Giaime Alonge - Fotografia: Gherardo Gossi (bianco e nero) - Durata: 90' - Produzione: Gianluca Arcopinto per Pablo Film - Distribuzione: Pablo Film |
| Un film sulla Resistenza passata
e/o sull'esistenza che passa. Certo è che l'uscita (proprio ora)
sui nostri schermi de "I nostri anni", appena presentato alla
'Quinzaine des realisateurs' di Cannes, si grava - sull'onda dei trionfo
elettorale del Cavaliere - d'un dolente significato simbolico, testimonia,
suo malgrado, lo spaesamento e le sconvenienze della memoria storica che
si misura col presente, finisce per diventare, per un incidentale anacronismo,
il primo film 'd'opposizione'. Già perché l'esordio di Daniele
Gaglianone, 34 anni, anconetano naturalizzato torinese, collaboratore dell'Archivio
Nazionale della Resistenza, autore di decine tra corti e documentari fortemente
politicizzati, è certamente un'opera schierata, non riconciliata
narrativamente ed esteticamente rischiosa, insomma 'di sinistra'. Come "Il
partigiano Johnny" di Guido Chiesa, "I nostri anni" si apre
con un'immagine sgranata, convulsa e in bianco e nero, di giovani armati
che, tra le betulle d'un bosco, corrono, esausti e feriti, braccati dalle
brigate nere fasciste. Due di loro, Natalino e Alberto, sopravviveranno
dopo aver assistito, atterriti, al massacro d'un loro compagno. Ma il film
galleggia affastellato di continui flash back, d'incessanti ingerenze tra
passato e presente, tra giovinezza e vecchiaia: cinquant'anni dopo, Natalino
e Alberto sono due anziani soli, ancora legati tra loro grazie a (o per
colpa di) quel terribile trauma.(...) "I nostri anni" non è un film facile, ma è un film 'povero' che usa (osa) un linguaggio emotivo (Gaglianone impasta video pellicola e super8) dove conta il sentire ma anche l'udire (i rumori, i suoni, i bisbigli, la musica), il vedere ma anche il percepire, il ricordare ma anche lo specchiarsi, la realtà ma anche il sogno. E introiettano molto bene questo 'stream of consciousness' poetico-politico due interpreti del film, Virgilio Bei e Piero Fanzo, attori non professionisti ma ex militanti della Resistenza. |
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| Presentato al Festival di
Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs, primo film di Daniele Gaglianone,
35 anni, nato ad Ancona, operante a Torino, autore di documentari e cortometraggi
per gli Archivi cinematografici della Resistenza, arriva a condensare un
periodo cruciale della storia italiana, la psicologia di due personaggi,
la memoria, la vecchiaia: davvero un ottimo risultato.(...) Gli interpreti sono non-attori torinesi, efficaci e toccanti custodi della memoria; il film è girato fra passato e presente, in bianco e nero (la fotografia molto bella è di Gherardo Grossi); la vicenda segue, più che gli aspetti ideologici o Politici o storici, i due protagonisti invecchiati però mai dimenticati. |
RITORNO
A CASA
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Regia: Manoel de Oliveira - Interpreti: M. Piccoli, J. Malkovich, L. Baldaque - Genere: Drammatico - Origine: Francia/Portogallo, 2001 - Soggetto: Manoel de Oliveira - Sceneggiatura: Manoel de Oliveira - Fotografia: S. Lancelin - Montaggio: V. Loiseleux - Durata: 90' - Distribuzione: Mikado Film |
| Casa, triste casa. Che è
mai la vita, dopo che tutti gli altri componenti della famiglia sono morti
in un incidente stradale? Per l'anziano attore Gilbert (Michel Piccoli),
protagonista di "Ritorno a casa", di Manoel de Oliveira, il futuro
si presenta cupo. La moglie, la figlia e il genero non ci sono più.
Tre punti fermi fondamentali, tre centri degli affetti, tre ragioni per
alzarsi al mattino, a causa di un malvagio colpo del destino, in un attimo
sono scomparsi. La notizia gli viene data nel suo "secondo mondo",
dietro le quinte del teatro in cui sta recitando "Il re muore"
di Ionesco. Che fare? Per fortuna è rimasto un nipotino, che adesso
vive con lui, accudito dalla fedele governante. Un bacio al mattino, uno
sguardo alla foto che ricorda i tempi sereni, quella banale sfera di felicità
quotidiana persa per sempre. Gilbert, apparentemente, non si fa travolgere.
Continua gli atti metodici di tutti i giorni, i riti che tengono a bada
l'angoscia: il solito bar parigino, il solito giornale, il solito tavolino,
il lavoro d'attore. Interpreta "La tempesta" di Shakespeare, rifiuta
di apparire in un telefilm dozzinale, trova il tempo per acquistare un bel
paio di scarpe nuove. Non manca qualche intoppo spiacevole, a partire da
una rapina subita in strada da un drogato armato di siringa. Nulla cambia, tutto però è diverso da prima. Lentamente il dolore si sedimenta, pare sparire, per poi riemergere improvviso, quando meno te l'aspetti. Ancora una volta nell'"altro mondo" su quella scena (non importa se teatrale o cinematografica) in cui, da sempre, l'uomo occidentale si specchia. Sornione, elegante, profondo, inquieto, dotato di una superiore, sofferta saggezza, il 92enne de Oliveira dirige Zeus disceso dall'Olimpo per riflettere nel suo specchio le ansie di noi comuni mortali. Riflettendoci, ci conosciamo un po' meglio, accettando, forse, anche il dolore più acuto. |
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| Com'è difficile condensare
in poche righe la composta perfezione di questo film! Trovare un modo di
dirne tutta la profondità senza far torto a nessun argomento! Certo,
di fronte alle storie strabordanti di rumori che occupano non solo gli schermi
delle nostre città ma anche le ribalte dei nostri mass media (e forse
del nostro immaginario), sembra che tutto debba ridursi alla gara tra chi
grida di più. E invece Manoel de Oliveira (93 anni il prossimo dicembre) sceglie di sussurrare per raccontare di un attore in là con gli anni (Piccoli, assolutamente grandioso) che deve affrontare i problemi della vita e della carriera, che lotta per non essere considerato un relitto umano dopo che un incidente gli ha ucciso moglie, figlia e genero (e un amico premuroso gli suggerisce di distrarsi con qualche giovane attrice) e che rivendica alla sua professionalità di attore di teatro una dignità che la televisione (e il cinema) non gli riconoscono. Piuttosto che lasciarsi andare a tirate più o meno melodrammatiche, Oliveira offre allo spettatore il silenzio: quello che accompagna le passeggiate del suo protagonista per Parigi, quello degli sguardi con cui segue i giochi del nipotino, quello che si compiace della concretissima gioia di un paio di scarpe nuove, (com'è dolce questa scena! E come fa sembrare superficiali certe scene morettiane). In 90 minuti che passano in un soffio, Oliveira non vuole insegnare niente, non vuole "tramandare" niente, solo ricordarci, e senza alzare mai la voce, il diritto alla dignità cui la vecchiaia può fare appello, forse più di altre stagioni della vita. E in un finale di una bellezza (e di una crudeltà) quasi insostenibili ci fa capire che decidere di uscire di scena non è il più grande dei drammi, ma il modo per non abdicare alla propria umanità. |
SE
FOSSI IN TE
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Regia: Giulio Manfredonia - Interpreti: Emilio Solfrizzi, Fabio De Luigi, Gioele Dix, Paola Cortellesi, Lunetta Savino - Genere: Commedia - Origine: Italia, 2001 - Durata: 100' - Produzione: Cattleya - Distribuzione: Uip |
| Tre uomini, tre vite molto
diverse. Andrea è un contabile dalle frustrate tendenze artistiche,
insoddisfatto di sé e della propria famiglia, Bebo è un ricchissimo
industriale, oppresso dalla solitudine, Cristian un dj sul viale del tramonto.
Nessuno sembra stare bene nei propri panni quando improvvisamente ognuno,
come per magia, si ritrova nei panni di colui che invidiava, Bebo in quelli
di Andrea, Andrea in quelli di Cristian, Cristian in quelli di Bebo. Tutto
sembra andare per il meglio nelle loro nuove vite, ma sarà veramente
così? L'erba dei vicino è sempre più verde. Su questo luogo comune, banale per quanto si voglia ma sempre veritiero, e su un classico escamotage del cinema, ritrovarsi improvvisamente nei panni di un altro, si basa la storia raccontata in "Se fossi in te". Scambiare la propria vita con quella di qualcun altro, vivere una nuova occasione di inseguire le proprie aspirazioni, i sogni, le speranze che devono a volte essere accantonate per fare spazio alla realtà. È quello che succede ai tre protagonisti, che rappresentano tre categorie di uomini e situazioni, il ricco sfondato, a cui non dovrebbe mancare nulla, ma che difetta di anima e cuore, l'impiegato con famiglia a carico, completa di suocera, che ha dovuto rinunciare a una promettente carriera come comico, l'eterno ragazzo, libero da ogni legame, irresponsabile, e per questo aperto a ogni avventura e disavventura, ma anche insoddisfatto e in pericolo di essere rimpiazzato da una nuova generazione di eterni ragazzi. E naturalmente ognuno vede nella vita degli altri qualcosa di più, di migliore, una fortuna che a lui non è capitata. Un tema che è stato affrontato già in molti film e che qui non presenta delle grosse novità o rivelazioni, ma che viene diretto con leggerezza da Giulio Manfredonia, al suo esordio nel lungometraggio, assecondato da un gruppo di attori simpatici e divertenti. Una favola o poco più, che scivola lieve in due ore di intrattenimento piacevole. Ma allora, vale la pena sognare di cambiare vita? O forse la propria erba in fondo non è poi così male? La risposta è in ognuno di noi. Una chicca del film è l'apparizione di Sebino Nela, grande difensore della Roma dello scudetto di vent'anni fa, che intervistato al termine di una partita si produce in un improbabile e stralunato monologo sull'Io. Un momento surreale di innegabile comicità. |
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| Quasi da non credere, eppure
qualcosa si muove nel cinema italiano. È qualcosa di nuovo, forse
di antico, che si riaggancia con proficua saggezza alla vena della vecchia
commedia all'italiana, per l'occasione speziata con un tocco di humour sofisticato
anglosassone. "Se fossi in te" è uno di quei film che ti
fa uscire con il sorriso sulle labbra e con la certezza di non aver buttato
via tempo e denaro. Ben congegnato negli incastri narrativi e negli intarsi
di carattere, ben scritto, ben recitato, insomma godibile. E poiché
si tratta di un'opera prima, firmata da Giulio Manfredonia, i motivi per
congratularsi sono ancora maggiori. Il tema è quello dell'identità,
o forse quello dell'erba del vicino che è sempre più verde,
dell'invidia per la vita degli altri. Quante volte ci è capitato
di dire "magari potessi" o "volesse il cielo che"? Quante
volte avremmo voluto svestirci della nostra esistenza per indossare quella
di un altro? Abbiamo tutti apprezzato un po' troppo calorosamente al cinema
"Sliding Doors", che giocava con le variabili del destino, e ci
siamo quasi dimenticati che il nostro è il paese di Pirandello.(...) Il film elabora una favola morale senza sedere mai in cattedra. Il ritmo è allegro, senza mai sfiorare la volgarità, l'intrattenimento intelligente nel giocare con i tic del costume, con le psicologie e i modelli di comportamento (memorabile il manager Gioele Dix che vuole trasformare la famiglia in azienda). "Se fossi in te" è un'opera deliziosa: speriamo che il pubblico se ne accorga. |
GOSTANZA
DA LIBBIANO
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Regia: Paolo Benvenuti - Interpreti: Lucia Poli (Gostanza da Libbiano), Valentino Davanzati (monsignor Roffia), Renzo Cerrato (padre Costacciaro), Paolo Spaziani (padre Porcacchi), Lele Biagi (notaio Viviani), Nadia Capocchini (monna Lisabetta), Teresa Soldaini (Dianora) - Genere: Drammatico - Origine: Italia, 2000 - Soggetto: tratto dagli atti originali dei processo - Sceneggiatura: Stefano Bacci, Paolo Benvenuti, Mario Cereghino - Fotografia: (Colore & B/N): Aldo Di Marcantanio - Musica: film senza colonna sonora - Montaggio: César Mereghetti - Durata: 92' - Produzione: Giovanni Carratori per Arsenali Medicei Srl - Distribuzione: Lab 80 film Bergamo, K 3 Films Torino |
| Con tanti film buoni o solo
spettacolari dedicati alla stregoneria, eccone uno davvero eccezionale:
"Gostanza da Libbiano". Lo ha diretto il pisano Paolo Benvenuti,
classe 1946, uno di quei registi che il grande pubblico non conosce e che
invece fanno grande il nostro cinema (quello vero e "sommerso",
fieramente estraneo ai riti e ai lustrini del cinema di consumo). Benvenuti racconta il processo che si tenne contro una levatrice e filatrice 60enne accusata di stregoneria a San Miniato nel 1594. E lo fa senza aggiungere una parola ai verbali originari, pubblicati una decina d'anni fa da Franco Cardini (Gostanza, la strega di San Miniato, Laterza). Per concentrarsi invece sul duello fra Gostanza e gli inquisitori, mostrati non nella solita luce malvagia del senno di poi, ma come religiosi in buona fede che tentano come possono, e come la morale dell'epoca consentiva, di ottenere dalla "strega" qualcosa che lei non può dare. Fino a quando, spossata dalle torture, la donna non decide di calarsi fino in fondo al personaggio che le propongono inventandosi tutta una fantasiosa serie di sortilegi e malefici, come per vendicarsi e insieme farsi beffe della loro ottusa insistenza. Il tutto impaginato in un bianco e nero superbo che stringe d'assedio i partecipanti a questo dramma da camera estraendo dai corpi e dai volti, oltre che dal toscano d'epoca, un'incandescenza emotiva quasi insopportabile per intensità. Impossibile non pensare ai precedenti film-processo di Dreyer e Bresson. Ma sono il trasporto e il coraggio con cui Lucia Poli dà vita al personaggio a rendere Gostanza se possibile ancora più impressionante. |
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| Regista 'timido' per antonomasia (secondo la definizione proposta dal critico Adriano Aprà, anche in un recentissimo articolo per "Traffic": chi non si preoccupa di farsi conoscere, di autopromuoversi), Paolo Benvenuti ha inseguito nel suoi trent'anni di attività più i rigori della regia che le lusinghe dei riflettori. Per questo il suo nome forse suonerà strano a molti, ma il suo cinema merita quel po' di spirito di scoperta e di ricerca che ogni spettatore amante del cinema dovrebbe avere e che serve per aggirare le urla dei cine-marketing, e misurarsi con qualcosa di non scontato e prevedibile. Come appunto l'ultimo film di Benvenuti, "Gostanza da Libbiano", straordinaria riflessione sul rapporto tra coscienza individuale e potere dominante. Al centro dei film una sessantenne toscana processata nel 1594 per stregoneria, che da una parte subisce le intimidazioni - e le torture - dell'inquisizione cattolica e dall'altra se ne difende immedesimandosi a tal punto nell'accusa da inventarsi una straordinaria cardera da strega. Che poi non è altro che un sogno di libertà, dove il desiderio di una sessualità appagata e appagante (per lei, figlia illegittima di un nobile, 'venduta' giovanissima a un marito violento e manesco) si mescola alla voglia di rivalsa contro chi l'aveva disprezzata e offesa. Tutto autentico e pignolescamente registrato da un notaio dell'epoca, ma immediatamente leggibile dallo spettatore di oggi, anche per merito di una straordinaria Lucia Poli intensa e commovente come raramente capita di vedere: a figura intera nuda, mentre viene torturata o inquadrata in primo piano, incorniciata da un bianco e nero usato in funzione drammatica e non fintamente estetica, la sua è un'immagine che non si dimentica. E l'uso sapiente della voce, come solo le grandi attrici sanno fare, aggiunge al film nuova e più intensa emozione. Lasciandoci infine con il ricordo di un film essenziale e necessario: per il cuore, per gli occhi e per le orecchie. |
LE BIANCHE TRACCE DELLA VITA
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Regia: Michael Winterbottom - Interpreti: Wes Bentley, Milla Jovovich, Nastassja Kinski, Peter Mullan, Sarah Poley - Sceneggiatura: Frank Cottrell Boyce - Fotografia: Alwin Kuchler - Produzione: Revolution Films/DB, Entertainment/Grosvenor Park Productions - Origine: USA, 2001 - Durata: 120' - Distribuzione: Fox |
| Thomas Hardy (1840-1918) è uno degli scrittori più frequentati dal cinema: basti ricordare "Una romantica avventura" del nostro Camerini e "Via dalla pazza folla" di Schlesinger, "Tess" di Polanski e "Jude" di Michael Winterbottom. Quest'ultimo fa il bis con "Le bianche tracce della vita" (titolo originale "The Claim"), un bellissimo film passato ingiustamente senza plauso né premi all'ultima Berlinale. "The Claim" è un ardito adattamento da uno dei capolavori di Hardy, "Il sindaco di Casterbridge", trasferito per l'occasione dall'immaginaria regione britannica del Wessex fra le nevi californiane della Sierra Nevada. Il romanzo narra la tragedia di un uomo colpevole di aver venduto da giovane moglie e figlioletta. Assurta una posizione di potere, dopo oltre vent'anni il protagonista se le vede comparire davanti con una richiesta d'aiuto e soffocato dal rimorso decide di risposare la donna, mortalmente malata, per assicurare il futuro della ragazza. Niente però può rimediare agli errori fatali che uno ha commesso e la vicenda finisce in catastrofe. Il colpo di genio che ha avuto Winterbottom è di inserire la vicenda in un panorama americano riferito alla costruzione della ferrovia transcontinentale negli anni Sessanta del secolo scorso. Staccandosi dal tono epico di film come "Il cavallo d'acciaio" di Ford o "La via dei giganti" di De Mille, "Le bianche tracce della vita" si presenta come una sorta di anti-western intriso di fatica, violenza e desolazione. Straordinaria prova di collaborazione fra art director, arredatore, costumista e fotografo (che hanno lavorato in condizioni difficili sulle alte vette del Canada), si impone l'immagine da borgo selvaggio nato dalla volontà di un pioniere e smantellato in poche ore quando arriva la notizia che la ferrovia passerà altrove. Nel riproporre un'ambientazione di cui il cinema ha offerto infinite variazioni, Winterbottom riesce a evitare il luogo comune in una ricerca della verità documentaria. E sotto la sua ispirata direzione gli interpreti figurano al meglio: dall'ambiguo Peter Mullan alla vulnerata Nastassja Kinski, dalla fresca Sarah Polley alla appassionata Milla Jovovich che si effonde in un malinconico "fado". | |
| Bellissimo. Non si può non aprire con altro aggettivo una critica a questo western glaciale e commovente, diretto con incredibile gusto e saggezza narrativa da Michael Winterbottom, autore che ci ha ormai abituato ad essere sorpresi da ogni suo lavoro. Era dai tempi dell'intenso e folgorante "Jude" (1996) che comunque il cineasta non ci regalava un film così riuscito e toccante. Sempre affidabile e dotato di grande senso visivo, stavolta l'autore mette il suo estro al servizio di un paesaggio meraviglioso, in cui il bianco della neve abbaglia e gela insieme lo spettatore; in questo, grande merito deve essere attribuito anche alla magnifica fotografia del film, sapientissima nel saper sfruttare i campi lunghi. In un simile scenario poi Winterbottom immerge una storia - tratta da un romanzo di Hardy, come appunto "Jude" - di rara suggestione emotiva, in cui tutti i personaggi sono ben delineati ed hanno in sé una vena poetica e melodrammatica; sotto questo punto di vista molto si deve anche alla bella sceneggiatura di Frank Cottrell Boyce, che evita scene esageratamente melodrammatiche in favore di un più diffuso e penetrante senso di tragedia che pervade tutta la storia. Se vi aggiungiamo le superbe prove d'attore che ci vendono offerte da Peter Mullan - straordinario. il migliore -, Nastassja Kinski, Sarah Polley egli altri, ecco che il risultato finale non può che essere sorprendente.(...) |
CONTA
SU DI ME
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Regia: Ken Lonergan - Interpreti: Betsy Aidem, Michael Countryman, Matthew Broderick, Amy Ryan, Adam LeFevre, Laura Linney, Mark Ruffalo - Genere: Commedia/drammatico - Origine: USA, 2000 - Durata: 109' - Produzione: John Hart, Larry Meistrich, Barbara De Fina, Jeff Sharp - Distribuzione: KeyFilms |
| (...) Laura Linney per la
sua interpretazione ha attirato l'attenzione degli Academy Awards ottenendo
una nomination agli Oscar (è anche attrice teatrale e la ricordiamo
nel "Truman Show"), e un'altra nomination è andata alla
sceneggiatura di Lonergan (era l'autore di "Terapie e pallottole").
Prima ancora il film era stato scelto a far parte dei film della Settimana
della critica di Venezia edizione 2000 come uno degli esordi più
interessanti dell'anno ed ha collezionato una quantità di premi a
Montréal, Londra, New York, San Diego, Los Angeles e Toronto. La
qualità del film è contenuta nel clima della storia mantenuta
in bilico fino alla fine. Se lo spettatore si misura con i suoi ricordi
di cinema americano - e sono tanti - non potrà fare a meno di cadere
nelle numerose trappole disseminate lungo il cammino del film, game per
intenditori ma anche per un pubblico meno sofisticato poiché basta
l'interpretazione dei protagonisti a concedere un divertimento non convenzionale.(...) La storia si snoda senza nessun tipo di sentimentalismo lungo i difficili percorsi dei sentimenti familiari, tra nipote e zio, fratello e sorella. Terry non è certo il migliore dei modelli e la qualità del loro rapporto non fa scintille, eppure, si vedrà come Lonergan conduce con intelligenza il percorso di questa anomala storia dove non ci sono eccessi né visivi, né verbali, ma tutto sta nella testa e nell'immaginazione di chi assiste allo spettacolo. Un ottimo prodotto indipendente. Produce Barbara De Fina collaboratrice di Martin Scorsese (ha prodotto tra l'altro "Casinò") che è il produttore esecutivo dei film. |
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| L'America di "Conta su
di me", dell'esordiente Kenneth Lonergan, non fa paura. È l'America
in cui ciascuno si può rispecchiare, l'America universale, metafora
del mondo, e, allo stesso tempo, l'America quotidiana, provinciale, delle
piccole cose. Un posto abitato da persone che tirano avanti giorno dopo
giorno, vincendo il dolore e approfittando delle piccole felicità.
Ritornano le incomprensioni famigliari di "Cinque pezzi facili",
gli eroismi minimi di "Una storia vera", il tutto filtrato da
uno sguardo calmo, sereno, attento ai dettagli. Un'altra storia 'vera', quella di due fratelli (Laura Linney e Mark Ruffalo) ancora giovani, che non si vedono da molto tempo. Da bambini hanno perso papà e mamma, morti in un incidente stradale, e ora, alla soglia dei trent'anni, vivono separati. Lei nella bella casa dei genitori, insieme al figlio di otto anni, frutto della relazione sventata con un buono a nulla della zona; lui se n'è andato in giro per il mondo, dall'Alaska alla Florida, in cerca soprattutto di se stesso, più che di fortuna. Soldi zero, guai una caterva: perfino tre mesi passati dietro le sbarre! Ora ritorna a casa, nel paesello dell'infanzia. Provincia bigotta, tutti che sanno tutto, il miele dei ricordi e il sale sulle ferite degli sguardi impietosi di chi non ammette fallimenti. Rapporti difficili, con il nipotino che lo ammira e la sorella che non sa che cosa fare. Fuggire anche lei, abbandonare la maschera ipocrita, amare davvero, oppure continuare a cacciarsi in avventure di poco conto, in attesa di qualcosa che non vuole arrivare... La ricerca continua, la sola soluzione è vivere, fino in fondo, con il minor numero di compromessi. Persone, rapporti, amori: un film a basso costo e ad alto tasso di intelligenza, capace come pochi di catturare le 'giunture' della realtà. |
IL
TEMPO DEI CAVALLI UBRIACHI
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Regia: Bahman Ghobadi - Interpreti: Nezhad Ekthiar-Dini, Amaneh Ektliar-Dini, Madi Ekthiar-Dini, Ayoub Ahmadi - Genere: Drammatico - Durata: 80' - Produzione: Bahman Ghobadi Films, Farabi Cinema Foundation, MK2 - Distribuzione: Lucky Red |
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C'è un'aria di famiglia ne "Il tempo dei
cavalli ubriachi", struggente odissea equestre vincitrice della Caméra
d'Or come miglior opera prima a Cannes. Il regista debuttante infatti.
Bahman Ghobadi, ha fatto l'assistente per Kiarostami e appartiene al clan
dei Makhmalbaf: è attore nell'ultimo film di Samira, "Lavagne",
e il suo ci riporta negli stessi luoghi di quello, la frontiera curda
tra Iran e Iraq dove si combatte una guerra tanto più terrificante,
perché quasi invisibile. |
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| (...) Quel che ce ne viene
è ben più forte di qualunque effetto speciale, di qualunque
virtuosismo tecnico. Con povertà di mezzi, e con sorprendente ricchezza
di sguardo, il cinema di Ghobadi ha l'effetto di mostrarci una dimensione
umana per lo più sottratta all'occhio, perduta in un'invisibilità
colma di normale indifferenza, quando non trionfante di odio cieco. È l''altro' che vediamo e soffriamo, nella tenerezza e nel dolore delle immagini. È l''altro' che, nel buio della platea, ci sta di fronte. Ha il volto tenero e vivo d'una bambina di dieci anni, questo 'altro' inusuale, ha il suo stesso profondo, infinito desiderio di felicità, il suo gusto dolce per la vita. E ha poi anche il volto di un ragazzo di quindici, che l'abbandono, la miseria e la violenza condannano dentro un corpo minuscolo rattrappito, ripiegato mortalmente nella malattia. Su questo volto e su questo corpo lo sguardo alto e totale del cinema si sofferma con pietà particolare, una pietà che non è compassione o che non lo è solo né soprattutto. La compassione infatti dura pochi attimi, quelli che occorrono per vincere lo stupore immediato, l'orrore per una condizione che si vorrebbe poter negare. Poi, man mano che gli occhi imparano a guardare e a vedere l''altro' che hanno di fronte, lo stupore e l'orrore si attenuano, fino a lasciare il posto a sentimenti insospettati. Gli stessi che, fin dall'inizio, vivono nel bacio tenero di Amaneh, nella carezza protettiva di Ayoub. Sono loro, i due fratelli di Madi, che ce li insegnano quei sentimenti. Il loro coraggio colmo d'amore per Madi mostra, anche a noi, l'umanità di Madi: dentro ai suoi occhi vediamo il suo proprio profondo infinito desiderio di felicità, il suo gusto dolce per la vita. Ora, dunque, ben comprendiamo la decisione di Ayoub, costretto a essere uomo ben prima che gli competa. Con lui e con Madi saliamo verso al cima delle montagne, dove un confine - un confine che sta per ogni confine, non solo per quello tra Iran e Iraq - taglia il bianco della neve, con la crudeltà stupida d'una condanna a morte. E con lui, arrivati in alto, ne smascheriamo di slancio la menzogna assassina. Di certo, alto e totale, sopra di noi splende il sorriso di Dio. |
LA
LEGGENDA DI BAGGER VANCE
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Regia: Robert Redford - Interpreti: Will Smith, Matt Damon, Charlize Theron, Jack Lemmon (narratore) - Genere: Drammatico - Origine: USA, 2000 - Durata: 125' - Produzione: Dreamwoks - Distribuzione: 20th Century Fox |
| Nuovo adattamento letterario
(dalle pagine di Steven Pressfield) per un film in perfetto 'stile Redford':
da una parte, "La leggenda di Bagger Vance" mette in scena in
modo classico una storia romanzesca (vedi altri due titoli precedenti della
filmografia redfordiana come "In mezzo scorre il fiume" e "L'uomo
che sussurrava al cavalli"), dall'altra utilizza lo sport quale metafora,
in chiave mitica, per arrivare a conclusioni più impegnative (da
confrontare con "Il migliore" anch'esso tratto dalla letteratura,
il romanzo omonimo di Bernard Malamud, e altri film in cui Robert Redford
era solo attore). La storia dell'atleta in cerca di redenzione riguarda, questa volta, Rannulph Junuh (Matt Damon), ragazzo prodigio del golf originario di Savannah, Georgia. Avvezzo a ottenere i migliori risultati col minimo sforzo, il giovane torna completamente trasformato dal fronte della prima guerra mondiale: la terribile esperienza gli ha fatto perdere contemporaneamente l'entusiasmo, lo 'swing' per il gioco e la fiducia in se stesso.(...) Come nei due film di Redford già citati, l'attore regista si avvantaggia al meglio di paesaggi suggestivi (Redford è uno dei pochi cineasti con una benefica predilezione per gli "esterni"), ben fotografati da Michael Ballhaus, e ricrea un piccolo mondo antico un po' realistico un po' stilizzato a misura del grande schermo. La regia, sobria e a larga scala, fa un uso oculato delle immagini d'insieme e dei piani americani. A livello la direzione delle giovani star: da Matt Damon, ormai protagonista fisso dei romanzi di formazione per lo schermo (da "Will Hunting" al "Talento di Mr. Ripley"), a Charlize Theron, nella parte di una radiosa bellezza dei Sud; a Will Smith, che recita il suo ruolo di angelo custode adottando un tono di insolito (per lui) 'understatement'. |
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| Non gioco a golf, non ne conosco
le regole e non mi sarei mai immaginato che un film costruito quasi per
intero su una sua partita, avrebbe preteso tutta la mia attenzione. Anche
coinvolgendomi. Merito dei cinema quando, a dominarlo, c'è qualcuno
che ne conosce a fondo i segreti per suscitare tensioni ed emozioni. Come Robert Redford, ad esempio, con gli anni sempre meno attore e sempre più regista, in cifre in cui l'intelligenza va anche d'accordo con l'idea di spettacolo. Oggi, appunto, ci fa la cronaca di una partita di golf. Sulla scorta, però, di un romanzo di Steven Pressfield, riscritto per il cinema da Jeremy Leven, la tiene sempre in abile equilibrio fra la realtà e la fantasia, con puntate sommesse anche nel visionario.(...) Sembrerebbe il solito meccanismo hollywoodiano con la faticata ma, prevedibile, vittoria finale. Redford, invece, ha lavorato di fino sia sui caratteri dei singoli, soprattutto il duetto fra il giocatore e il portamazze, sia sulla progressione drammatica di quella partita agli inizi tutt'altro che facile, poi via via, grazie alla guida non del tutto terrena del portamazze (il Bagger Vance, di cui il titolo dice di raccontarci la 'leggende'), sempre più vicina al successo. Nel corso però di una intera giornata, seguita dall'alba al tramonto, che consente a Redford non solo di dosare le attese, i momenti sospesi, le speranze, ma anche di dipanarvi attorno, con sensibilità e precisione, la cornice provinciale georgiana, i climi anni trenta con i giocatori in pantaloni alla zuava, abiti di tweed, cravatte e panciotti e, tra le pieghe, quella presenza dell'arcano portamazze che, senza scadere mai nel patetico, insinua di continuo nella vicenda un sospetto di lirismo: pur non contraddicendo il reale. Lo ricrea, con intensità, Will Smith. Gli dà la replica, con una espressività sempre più matura, Matt Damon. La ragazza è l'emergente Charlize Theron. Pronta a diventare una 'stella'. |
PAUL,
MICK E GLI ALTRI
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Regia: Ken Loach - Interpreti: Joe Duttine (Paul), Tom Craig (Mick), Steve Huison (Jim), Dean Andrews (John), Venn Tracey (Jerry), Sean Glenn (Harpic), Andy Swallow (Len) - Genere: Drammatico - Origine: Gran Bretagna/Germania/Spagna: 2001 - Soggetto: Rob Dawber - Sceneggiatura: Rob Dawber - Fotografia: (Panoramica/a colori) Barry Ackroyd, Mike Eley - Musica: George Fenton - Montaggio: Jonathan Morris - Durata: 97' - Produzione: Rebecca O'Brien - Distribuzione: Bim Distribuzione (2001) |
| "Paul, Mick e gli altri"
non sarà uno dei migliori film di Ken Loach ma è senza dubbio
uno dei più lineari, sia dal punto di vista etico sia da quello stilistico.
Coerente con il suo mondo poetico, mai pedante, ben lontano da enfasi tribunizie,
l'autore di "Riff Raff", "Piovono pietre" e "My
name is Joe" ha condensato esperienze dello sceneggiatore Rob Dower,
ex dipendente delle ferrovie stroncato dal cancro prodotto dall'amianto. Non un film militante che celebra l'epica della classe operaia, dell'organizzazione sindacale, dello sciopero, ma un'opera che racconta storico comuni di uomini in tuta, con le mani sporche e callose, per i quali all'insicurezza del lavoro si aggiungono le preoccupazioni per affetti lacerati, matrimoni andati a male, separazioni, inutili tentativi di riconciliazione. Storie di uomini che hanno sviluppato un forte senso di responsabilità e un'amicizia che rasenta la complicità e che trova sfogo nello scherzo e in una vitale carica di ironia. L'abilità narrativa di Ken Loach è proprio questa: saper conferire al tutto un tocco di convincente credibilità, scandito e sottolineato dalle facce dei suoi protagonisti, portatori di un anonimo eroismo quotidiano che nell'indifferenza generale combatte la sua battaglia per la vita e la dignità umana. Un tema, e un modo di rappresentarlo, che alla Mostra di Venezia 2001 non poteva sfuggire all'Office Catholique International du Cinema, che "Paul, Mick e gli altri" ha riservato una menzione speciale. |
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| Ken Loach, l'inglese amico
del popolo, narratore del nostro del nostro tempo di disoccupazione e privatizzazione,è
uno dei pochi registi occidentali che si occupi nel suo cinema di problemi
essenziali, attuali, e dei lavoratori manuali: tanto obsoleto, dunque, da
diventare assolutamente alla moda. "Paul, Mick e gli altri" si
occupa del Duemila del capitalismo selvaggio, capovolgimento del Novecento
che è stato il secolo del progresso sociale e delle conquiste operaie:
racconta nel 1995, anno della privatizzazione delle Ferrovie britanniche
sotto il governo di John Major, lo smantellamento d'uno scalo ferroviario
nello Yorkshire, e il significato di questa trasformazione per i lavoratori,
per i loro sentimenti, per la loro vita. Scivolo verso l'uscita, parcellizzazione, flessibilità del lavoro, ristrutturazione, revoca degli accordi sindacali, dimissioni coatte, ferie non pagate, imprese remunerative: nel film diventano vissuti e patiti tutti quei termini ingannevolmente neutri che rappresentano il linguaggio dei nostri anni. I lavoratori tentano di resistere poi finiscono per andarsene, uno muore crudelmente, lo scalo chiude: hanno perso, oltre alla stabilità del lavoro e al salario fisso, la stima di sé, l'orgoglio, il rispetto per le proprie capacità, il senso della propria identità. Si sono sentiti superflui, umiliati. Sono entrati a far parte della massa delle vittime delle società europee contemporanee, imperi della infelicità. Loach non è manicheo: dei suoi operatori ferroviari descrive l'angoscia e la perdita dell'esistenza, ma anche un modo di lavorare che era pigro, distratto, poco efficiente, frammentato da troppe chiacchiere e tazze di the. La forza, la sobrietà, il calore del regista rendono il film appassionante: ne fanno pure uno strumento culturale che, chiarendo quanto accade, permette di capire davvero e addolora profondamente. |
LA
PROMESSA
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Regia: Sean Penn - Interpreti: Jack Nicholson, Aaron Eckhart, Benicio del Toro, Helen Mirren, Robin Wright Penn, Vanessa Redgrave, Mickey Rourke, Sam Shepard - Genere: Drammatico - Durata: 129' - Produzione: Clycle ls Hungry Productions, Franchise Pìctures, Morgan Creek Produetions - Origine: Stati Uniti d'America - Anno: 2001 - Distribuzione: Warner Bros |
| Cannes - Il primo merito del
film di Sean Penn "The Pledge" è di avere scelto come soggetto
il romanzo di Friedrich Dürrenmatt "La promessa"; il secondo,
di avere conservato la veemenza moralistica dell'autore; il terzo, di avere
un grande cast. Il racconto in flashback comincia il giorno del pensionamento
di Jerry Black (Jack Nicholson), ispettore di polizia del Nevada. Durante
la festa che i colleghi gli hanno preparato, arriva una terribile notizia:
tra le montagne è stato ritrovato il corpo di una bambina bionda
di otto anni, violentata e uccisa. Black informa i genitori e giura alla
madre di catturare l'assassino. Quando il caso viene chiuso coi suicidio
di un falso colpevole (Benicio Del Toro), il neopensionato prosegue le indagini
in proprio, contro il parere dei colleghi. L'indagine si tramuta poco a
poco in una questione morale. (...) Ora la domanda è: fino a che punto può spingersi la sete di giustizia, prima di diventare a sua volta ingiustizia e sopraffazione? (...) Il regista Penn è un po' come il Penn attore: tende all'esagerazione, ci mette un di più di retorica, ma non ti annoia mai. Si comporta all'opposto Jack Nicholson. che rinuncia alle predilette smorfie offendendo un'interpretazione sobria. Godibili i cammei di un esercito di star: da Sam Shepard a Vanessa Redgrave, da Mickey Rourke a Harry Dean Stanton. |
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| Un detective sull'orlo della
pensione promette alla mamma di una bambina brutalizzata e uccisa che troverà
l'assassino: per farlo s'inventa una vita nuova e mette in gioco un'esca
viva che attragga il mostro nella trappola. Tutto qui. Ma tutto passa sull'aria
appesantita, sulle lentezze e sugli imbarazzi da vecchio di un Jack Nicholson
che riesce a tenerci in bilico tra l'adesione alla sua missione ("Ho
fatto una promessa. E intendo mantenerla") e la paradossale mostruosità
della sua realizzazione, su un paesaggio che passa dal candore più
raggelante (la scena dell'omicidio; al sole che brucia la testa e quello
che è rimasto della vita del protagonista, sui tempi dilatati di
una narrazione che tenta di affondarsi nel cuore, nella testa, nella pancia
dei protagonisti. C'è una parata del 4 luglio al ralenti che pare
nata per questo film (anche se l'abbiamo già vista, con analoghi
significati, in Cape Fear di Scorsese); c'è la nonna Vanessa Redgrave
che racconta una fiaba di Andersen con un pudore lancinante, c'è
la voglia di scavare sotto il genere e di andare al cuore del cliché. È curioso come Sean Penn (oggi quarantunenne) racconti soprattutto storie di vecchi; forse perché i vecchi hanno il passo dei suoi film, o perché gli consentono di andare alle radici malate dell'America. Le inquadrature finali lasciano di sasso, un regista che riesce a chiudere la sua storia in un incubo disperato va comunque tenuto in considerazione. |
A
L'ATTAQUE
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Regia: Robert Guédiguian - Interpreti: Ariane Ascaride, Pierre Banderet, Frédérique Bonnal, Patrick Bonnel, Jacques Boudet - Genere: Drammatico - Origine: Francia, 2000 - Durata: 90' - Produzione: Agat Films & cie, Diaphana Films, Le Studio Canal+, Films Productions - Distribuzione: Istituto Luce |
| Due sceneggiatori a corto d'ispirazione decidono di scrivere "un film politico, cioè sui rapporti fra ricchi e poveri". Facile a dirsi, meno a farsi, anche perché il rischio è far fuggire gli spettatori come lepri. Così, fra riunioni ed omelette, sullo schermo inizia a prender forma il teatrino con i suoi personaggi, le facce, le case, i conflitti, gli amori. Mentre i nostri qua inventano un dialogo, là limano un carattere, lì cestinano una scena troppo delirante per filmarla (non senza mostrarla a noi, in platea...). Il film-nel-film è l'idea più vecchia del mondo, eppure "A l'attaque!" è il miglior Guédiguian dai tempi di "Marius e Jeannette". Una commedia anti-globalizzazione con i soliti attori al completo, e in gran forma. Un inno alla vecchia lotta di classe, che nella società post-industriale prosegue come prima, più di prima. Una riflessione sul cinema che predica il diritto-dovere al massimo realismo e alla più totale evasione, anzi dimostra come l'uno sia impensabile senza l'altra. Insomma un regalo, dove "Bella ciao" diventa una ninna nanna. E i poveri ricordano ai ricchi che è inutile nascondersi dietro astrazioni (la banca, i superiori, il mercato): quello che si prendono è molto concreto. | |
| Robert Guédiguian sostiene di fare due tipi diversi di film: l'uno per mostrare il mondo com'è, l'altro come dovrebbe essere. Apparteneva al primo tipo il recente "La ville est tranquille"; invece "A l'attaque", realizzato un po' prima di quello, è una commedia proletaria ottimistica e allegramente militante come non se ne vedevano dai tempi del "Fronte Popolare". Il regista di Marsiglia, infatti, si è ispirato al cinema anni '30 di Julien Duvivier, Jean Renoir e René Clair, esaltandone la componente di ottimismo della volontà e coniugandolo con altre forme di spettacolarità popolare, dalla canzonetta al fotoromanzo, al teatro Guignol. All'Estaque, il quartiere dove Guédiguian è solito ambientare le sue storie, due sceneggiatori stanno scrivendo un film su una famiglia di lavoratori di Marsiglia. Dei proventi dell'officina Moliterno & co., piccola azienda a conduzione famigliare, campano la vedova Lola (Ariane Ascaride), i meccanici JeanDo e Gigi, la contabile Marthe, il pupetto di Lola e un nonno anarchico di origine italiana. Il loro principale cliente è un cinico capitalista che non li paga da mesi e, un giorno, mette in liquidazione la sua società per non pagare più nessuno. Benché Lola abbia una relazione col direttore della banca, la famiglia non può far fonte al mutuo del garage e rischia la rovina; ma i proletari passano all'attacco, sequestrano il riccastro e danno pubblicità al caso attraverso la televisione. Che, per una volta benefica, ha l'effetto di produrre un moto di solidarietà popolare a favore dei Moliterno. Anche se oggi non va più di moda, Robert è uno dei pochissimi registi che ragionino ancora in termini di lotta di classe; lo fa con convinzione, ma prendendo una certa distanza ironica: così si diverte a tracciare personaggi manichei, a contrappuntare l'azione di brani musicali ("Bella ciao", "La società dei magnaccioni") scelti con spirito e a far finire bene ciò che dovrebbe finire bene. (...) |
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