Cinecircolo Cappuccini

FRATELLO, DOVE SEI?
O Brother, Where Art Thou?


Regia: Joel Coen  - Interpreti: George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, Charles Durning, John Goodman, Michael Badalucco, Holly Hunter, Stephen Root, Chris Thomas King, Wayne Duvall, Daniel von Bargen, J.R. Horne, Brian Reddy, Frank Collison, Del Pentecost - Sceneggiatura: Ethan e Joel Coen - Fotografia: Roger Deakins - Produzione: Ethan Coen - Distribuzione: UIP - Origine: USA 2000 - Durata: 1h e 42'

  George Clooney, John Turturro, Tim Blake Nelson, Holly Hunter - E' stato forse un miracolo a salvare il collo di Everett Ulysses (Gorge Clooney), Pete (John Turturro) e Delmar (Tim Blake Nelson)? Prima che un'ondata li trascinasse via dal capestro, Everett questo ha invocato dal cielo: un miracolo. E la macchina da presa è sembrata prestargli ascolto. Partendo dal suo sguardo impaurito, ha compiuto un quarto di giro sul proprio asse orizzontale, e intanto - dio eventuale e leggero - s'è alzata verso il cielo, arrivando così a inquadrarlo ben sotto di sé, in preghiera.
In seguito, riemergendo dall'acqua, Everett torna laico. Al suo compagno Pete, entusiasta e riconoscente, fa un discorso zeppo d'ottimismo illuministico. A liberarli, dice, è stato il progresso. Presto, spiega, da una grande diga l'energia elettrica si diffonderà ovunque, collegando casa a casa con un lungo filo di luce. Insomma: s'avvicina il trionfo della Ragione, come già in Francia tanto tempo fa.
Siamo verso la fine del raffinato, live, splendido Fratello dove sei? (Brother, where art thou?, USA, 2000, 106'). "Ispirandosi" all'Odissea - ossia: dichiarandolo in apertura, a riprova d'una geniale improntitudine -, Ethan e Joel Coen ci hanno portato lungo le miserie polverose dell'America depressa degli anni 30. Tuttavia nello spirito del Preston Sturges di I dimenticati (1942), invece di documentarcene la tragedia, ce ne hanno inventato la commedia e anzi la ballata popolare.
Non per niente, all'inizio del loro cammino i tre evasi incontrano uno strano nero, vecchio e cieco come, nel mito, l'antico Omero. Non ha nome, il nero. E come mai potrebbe? Le ballate popolari non sono che narrazioni a lungo rinarrate, storie che passano di luogo in luogo, di pubblico in pubblico, senza che alcuno possa dirsene autore.
Nel loro cammino, dunque, Everett, Pete e il frastornato Delmar incontrano creature fantastiche, un po' demoni e un po' gaglioffi, come se Odisseo, tornato sui propri passi, si trovasse a fare i conti con un nuovo tempo, certo gramo come il suo, ma anche - così si dice - molto meno eroico.
Non c'è motivo di dubitare che davvero, incontrandolo in piena notte nel luogo deputato d'un certo incrocio sperduto tra i campi, Tommy (Chris Thomas King) abbia venduto l'anima al diavolo in cambio d'una chitarra. Non occorre insistere per convincerci che Gorge "Babyface" Nelson (Michael Badalucco) sia un Achille o forse un Aiace. La sua furia eroica niente ha da spartire con la cupidigia. Quel che cerca e alla fine trova è la fama (infatti, nulla aborrisce più di quel volgare, meschino nomignolo di Babyface). Basterebbero già solo i colori inventati dai Coen per il loro Tennessee, basterebbero gli sconfinati paesaggi vuoti, dolci e desolati insieme, per convincerci della straordinarietà dell'uno e dell'altro, del musicista e del guerriero.
Allo stesso modo, non esitiamo a cadere, anche noi, tra le braccia di tre tenere sirene o - perché no? - di tre voluttuose Calypso intente a sciacquar panni nel fiume. Anche a rischio d'esser tramutati in rospi (così come, per un po' s'immagina capiti a Pete), con piena soddisfazione ce ne dichiareremmo vinti. Meno entusiasmo, per la verità, ci suscita l'enorme, monocolo Big Dan Teague (John Goodman). A trattenerci non c'è tanto la sua violenza proditoria, quanto una parlantina inusitata e imprevista, soprattutto se lo confrontiamo con il suo modello mitico, Polifemo l'idiota, personificazione del disumano e del mostruoso.
Ma, appunto, i Coen sanno il fatto loro. Così, presto ritroviamo il gaglioffo proprio nel mezzo d'un linciaggio rituale, mescolato ad altri gaglioffi incappucciati. Li guida, vestito di rosso, il più gaglioffo, Homer Stokes, maestro e duce della diffusa abitudine umana di degradare e straziare il colore, il viso, il cuore di chi, isolato e debole, non possa difendersi. Insomma: per quanto usi parole forbite e complesse, anche il Polifemo dei Coen lo è, mostruoso e disumano e idiota.
E così siamo di nuovo, al miracolo. Sconfitti i loro mostri, i tre ulissidi s'interrogano: è un miracolo, la loro vittoria, o non lo è? Diamo pur retta a Everett l'illuminista. Se davvero il progresso e la ragione fossero lì lì per vincere idioti e gaglioffi - secondo lo slogan Power and Light che compare su un grande cartello pubblicitario -, ebbene, non sarebbe questo il vero, grande, improbabile miracolo?
In ogni caso, per quanto scettici convenga essere, un miracolo c'è di sicuro, in questo film raffinato, lieve, splendido. Per quasi due ore - dio leggero ed eventuale "ispirato" dal vecchio cieco - è il cinema luminoso, libero, vitale dei fratelli Coen che l'ha voluto e compiuto, immagine dopo immagine.

Torna alla pagina principale


 

PREFERISCO IL RUMORE DEL MARE
Preferisco il Rumore del Mare


Regia: Mimmo Calopresti - Interpreti: Silvio Orlando (Luigi), Michele Raso (Rosario), Fabrizia Sacchi (Serena), Paolo Cirio (Matteo), Mimmo Calopresti (don Lorenzo), Andrea Occhipinti (Massimo), Enrica Rosso - Genere: Drammatico - Origine: Italia 1999 - Soggetto: Mimmo Calopresti, Heidrun Schleef, Francesco Bruni - Sceneggiatura: Mimmo Calopresti, Francesco Bruni - Fotografia: Panoramica a colori Luca Bigazzi - Musica: Franco Piersanti - Montaggio: Massimo Fiocchi - Durata: 90' - Produzione: Donatella Botti, Roberto Cicutto, Luigi Musini - Distribuzione: Mikado Film (2000)

  Ancora un bellissimo film, fatto di emozioni incrociate tra noi e loro, platea e schermo, di Mimmo Calopresti, autore che sa andare controcorrente e rendere eloquenti le pause, i silenzi, le occhiate. In "Preferisco il rumore dei mare", verso di Dino Campana, il regista dimostra che forse, come aveva suggerito, la parola amore esiste. E racconta le due adolescenze infelici, opposte e complementari di Rosario, che, orfano di madre e col padre in galera, sale dalla Calabria a Torino, dove si confronta con l'infanzia di un capo, l'inquieto Matteo, figlio di Silvio Orlando, di corposa antipatia come manager parvenu, corrotto e divorziato. Non sarà facile per nessuno capirsi, in un mondo dove si buttano a mare i libri, nonostante il coraggio del prete alla don Ciotti reso con un po' di "controretorica" dallo stesso Calopresti. Meglio il rumore del mare che della fabbrica: l'importante è che le parole non siano vuote, che ciascuno cerchi di manovrare il proprio destino. Il film sospende il giudizio, anche se gli adulti perdono e i ragazzi si esercitano nella ribellione. Se nel contorno ci sono peccati veniali di stereotipi, soprattutto nella high society che quando vuole dà ancora del "terrone", ciò che arriva invece diretto e con grande personalità è il complicato trasloco dei sentimenti, quel modo di raccontare compatto ed espressivo, l'immaginazione sommessa in cui la sceneggiatura si poggia gentile e mai casuale. Voce, volto, cuore. Lo schizzo psicologico e la "fratellanza", sensibilmente resa dai due ragazzi, ricorda "Così ridevano" di Amelio. Con l'operatore Bigazzi, che inquadra l'interiorità dell'immagine, Calopresti è bravissimo nello spargere, nell'andata e ritorno degli affetti, tracce e indizi, in modo che ciascuno si faccia poi il proprio film e gli resti dentro un dubbio forte e chiaro.
  Mimmo Calopresti al terzo film (i due precedenti erano "La seconda volta" e "La parola amore esiste") conferma la sua gran bravura nel raccontare i problemi italiani attraverso i personaggi: dando ai fatti la complessità delle psi-cologie, dando alle persone la concretezza degli avvenimenti. In "Preferisco il rumore del mare" (il titolo è una citazione dal "Canti Orfici" di Dino Campana, "Fabbricare, fabbricare/preferisco il rumore del mare" usata pure in una delle ultime battute del film, "Sono tutte parole., io preferisco il rumore del mare") i problemi non sono convenzionali, al contrario. Senza ottimismi sociali né sociologici, il film dice: a ciascuno il suo luogo e il suo destino; comprendersi l'un l'altro è molto difficile e si può non arrivarci, la discussione può creare confusione anziché far superare i conflitti, essere tutti uguali non è necessariamente il progresso - si è e si può restare differenti; neppure la buona volontà generosa o il volontariato possono omologare il Nord e il Sud, i ricchi e i poveri, le classi sociali; ogni cambiamento possibile avviene attraverso l'esperienza e il rapporto con gli altri.
(.) Nessuna semplificazione, nessuno schematismo. Una ricchezza, invece, che nutre ogni episodio e ogni dettaglio mai insignificanti, sempre eloquenti e necessari. Il racconto, con la sua intelligente complessità fluisce affascinante nello stile esatto, asciutto e denso del regista, nella fotografia mol-to bella di Luca Bigazzi. Gli interpreti sono tutti ben diretti, efficaci, e Silvio Orlando è ammirevole: ha compiuto su se stesso un lavoro fisico (la faccia sbiancata, il modo di portare i vestiti) sufficiente da solo a definire (umanamente, socialmente) il personaggio e il suo sguardo obliquo mentre bacia l'amica basterebbe a descrivere un carattere.

Torna alla pagina principale


KIPPUR
Kippur


Regia: Amos Gitai - Interpreti: Liron Levo, Tomer Russo, Uri Ran-Klausner, Yoram Hattab, Guy Amir, Juliano Mer, Ran Kauchinsky - Genere: Drammatico - Origìne: Israele-Francia-Italia - Anno: 2000

  Certo che la voglia di pace a tutti i costi che Amos Gitai, il regista più líberal di Gerusalemme, dimostra in "Kippur", si scontra con gli avvenimenti di questi giorni. Ma la parola di Gitai è oggi ancora più decisa verso la Pace. Qui ricorda, senza mai far retorica o morale, senza dar giudizi, solo le terribili immagini, quella guerra del '73 di Egitto e Siria contro Israele, iniziata il giorno del "Kippur", nel silenzio del rito dell'espiazione. Il film rievoca 5 giorni della biografia di Gitai, soldato 23enne di un gruppo di soccorso in elicottero, mentre il cinema ci restituisce il fattore disumano della guerra, non le "belle" battaglie con i soldatini in fila, ma la vita che diventa urlo, fango, fatica, sangue, insomma crudeltà, in un'assurda sospensione del Tempo. Gìtai regista obiettivo, come nei classici bellici, non aggiunge nulla se non la partecipazione del cuore, una cinepresa con anima a mano che passa in ogni fotogramma di un film narrato a blocchi espressivi gravi come macigni. Non c'è musica, l'happy end è di facciata con ritorno a casa dalla ragazza amata tra le tinte della pittura. Che fatica salvare e seppellire i propri morti: Gitai ce lo comunica con un film tragico e visionario che parte dal concreto ma arriva a mirare in alto, astraendosi dal contingente. Da vedere: è già un classico.
  (.) Amos Gitai, che è nato nel 1950, la guerra l'ha vissuta in prima persona giovanissimo, come il personaggio in cui si rispecchia, Weinraub (l'attore, bellissimo come solo certi giovani 'sabra' possono essere, è Liron Levo). Come lui, sorpreso dall'annuncio dell'attacco in un tranquillo giorno di festa che era anche il suo compleanno, si è precipitato verso il fronte, si è trovato prigioniero di un gigantesco ingorgo, non è riuscito a raggiungere il gruppo a cui era assegnato, si è trovato a far parte di un'improvvísata squadra di soccorso, è stato abbattuto con i suoi compagni e l'elicottero che li trasportava, è stato ferito. Ed è certo quest'esperienza di prima mano, questa cicatrice sulla giovinezza di Gitai, che dà al film il suo aspro sapore di verità. Ma è soprattutto la scelta severa e apparentemente autolesionista di non romanzare, di usare la cinepresa (quella del bravissimo Renato Berta) senza virtuosismi e indulgenze estetiche, a fare di "Kippur" un film unico, originale e fortissimo (.).
Gitaí ci sbatte in faccia il paradosso della guerra, spoglia di ogni eroismo i gestì eroici dei suoi ragazzi (si veda quella inutile battaglia nel fango per salvare una vita), ci mette faccia a faccia con la sofferenza.
Lo spettatore potrebbe chiedersi perché dovrebbe andare a confrontarsi con questa sofferenza: beh, perché siamo pronti a soffrire inutilmente (con buona pace di chi dice che è utile) della finzione orrorosa deglì splatter, perché palpitiamo per dolori romanzati, perché cerchiamo paure fasulle ed emozioni artificiali da "Grande Fratello". Per una volta, anche se fa male, vale la pena di scontrarci con qualcosa di autentico.

Torna alla pagina principale


HAMLET 2000
Hamlet 2000


Regia: Michael Almereyda - Interpreti: Ethan Hawk, Diane Venora, Bili Murray - Genere: Drammatico - Origine: USA 2000

  Non è solo moda questo "Hamlet 2000", ennesimo Shakespeare in ambientazione bizzarra tra tutti quelli che sono venuti dopo "Romeo e Giulietta" con Leonardo Di Caprio. Inaspettatamente ci troviamo di fronte un adattamento insieme rispettoso e originale. L'americano Michael Almereyda si è visto tutti gli Amleti reperibili fra i 43 finora filmati: ha preso idee dal classico di Laurence Olivier e dalla registrazione dell'allestimento teatrale di Ingmar Bergman, ma la stella polare dell'operazione è stata il "Macbeth" geniale e poveristico di Orson Welles girato in 21 giorni.
Lo spunto di collocare un AmIeto contemporaneo erede riottoso di un impero industriale viene da un film tedesco del '60, "Il resto è silenzio" di Helmut Kautner, ambientato fra i potenti della Ruhr. Qui siamo a New York e la Demnark è una multimedia corporation intorno alla quale si svolge la lotta per il potere. Ciò che differenzia l'operazione di Almereyda rispetto alle banali attualizzazioni che imperversano anche sul nostri palcoscenici è il rispetto assoluto dei testo: niente cambiamenti, solo gli indispensabili tagli perché la tragedia integrale dura oltre 4 ore. Amleto è un aspirante filmaker, sicché il dramma che inscena per mettere in crisi lo zio assassino diventa un video; e invece Ofelia fa la fotografa e quando impazzisce non sparge fiori ma polaroid. Il regista rivela una bella fantasia nel trovare gli equivalenti ultra moderni delle situazioni testuali: così l`"Essere o non essere" viene recitato in mezzo ad un negozio Blockbuster, ovvero tra le immagini congelate delle videocassette. A tratti l'ingeniosità delle soluzioni rischia di risultare fine a sé stessa, ma in cambio i bravissimi interpreti privilegiano la semplicità: questo è uno Shakespeare recitato secondo la tradizione, secondo la tradizione americana, senza enfasi. L'ardito Ethan Hawke ha l'età del personaggio e non servirebbe neppure la citazione da "Gioventù bruciata" per capire che si propone come erede non indegno di James Dean. Diane Venora è un'inquietante Regina (in uno spettacolo a New York l'attrice impersonò Amleto), il comico Bill Murray è un sorprendente Polonio e il drammaturgo Sani Shepard uno Spettro autorevole. Ammirevoli i costumi firmati dagli stilisti milanesi Marco Cattoretti e Luca Mosca.
  (.) Almereyda non solo si è ingegnato ad inventare equivalenti attuali alla vicenda secentesca ma, pur rispettandone le evoluzioni drammatiche, è riuscito a penetrare con l'intenzione e occhi nuovi nell'animo e quindi nelle ragioni dei singoli personaggi, fatti sempre sentire come uomini e donne di oggi in situazioni che possono affrontare e risolvere solo in determinati modi.
Nelle stesse cifre di Shakespeare, ma con motivazioni logiche, psicologiche e sociali da cui non può prescindere della gente che vive nel 2000 a New York e che si trova a scontrarsi sui terreni in cui le multinazionali, per il loro dominio, dettano delle leggi non dissimili da quelle cui, con molto "rnarcio" attorno, soggiacevano i regnanti d'una volta per usurpare corone e poi conservarle anche a costo di spargere del sangue.
Un'operazione intelligente, insomma, sia come rielaborazione narrativa, sia come rappresentazione di queste le invenzioni. In cifre in cui l'assenza del costume, di pari passo con l'eterna "modernità" del testo, consentono di privilegiare una sobrietà di espressioni che tendono, ma con misura, ad un realismo piano.
Rispecchiato da una recitazione in tutti addirittura esemplare, Ethan Hawke è un Amleto come avrebbe potuto recitarlo James Dean, Diane Vehora è la Regina, il comico BW Murray è Polonia, lo spettro del padre è addirittura Sam Shepard. Più inquietante che se vestisse elmo e corazza.

Torna alla pagina principale


PRANZO DI NATALE
La Buche


Regia: Danièle Thompson - Interpreti: Sabine Azema, Emmanuelle Bèart, Charlotte Gainsbourg, Françoise Fabian, Claude Rich, Christoper Thompson, Jean-Pierre Daroussin - Sceneggiatura: Danièle Thompson - Fotografia: Rober Fraisse - Produzione: Les Films Alain Sarde, TF1 Films Production - Distribuzione: Bim - Origine: Francia 2000 - Durata: 1h e 46'

  (.) La storia di Pranzo di Natale vive d'un intrico di nodi affettivi che difficilmente la sceneggiatura potrebbe sciogliere seguendo con linearità i singoli fili. Infatti, la sua scelta è quella di provare a percorrere ora l'uno e ora l'altro, tirando questo solo quel tanto che le consenta di scoprire quello. Veniamo così pian piano informati sulla natura e sulla genesi del groviglio. C'è, in primo luogo, la prospettiva (il "filo") di Yvette, divisa tra un amore non proprio erompente per il marito appena morto e un odio ben più appassionato per l'ex marito Stanislas. A complicare la situazione ci sono poi le tre figlie avute (così si suppone, almeno) da Stanislas. Ognuna è legata al padre e alla madre in un rapporto che tende a escludere le altre due. Tra di loro, poi, sono invischiate in un sistema di "alleanze variabili" sempre in due contro una.
Ben presto in platea il gioco narrativo di Danièle e Christopher Thompson ci si svela. Per attirarci nelle vicende narrate, fanno conto su di un'esperienza fin troppo nota a tutti, anche se tutti sistematicamente e periodicamente usiamo dimenticarcene. Consacrata ai buoni, agli ottimi sentimenti familiari, la ritualità natalizia - ecco l'esperienza - si mostra ogni anno (e talvolta dolorosamente) contigua alla dimensione opposta, o se si preferisce alla dimensione complementare: gelosie, rivalità, rimpianti, antichi dispetti mai sopiti, domande d'amore da troppo tempo senza risposta.
Tutto questo appunto si trova nel film, prima aggrovigliato con accortezza e poi con quasi altrettanta accortezza dipanato, filo per filo, domanda d'amore per domanda d'amore, dispetto per dispetto. Ognuno dei protagonisti rivive nel Natale un ricordo particolare. O anche: ognuno rivive nel ricordo un Natale particolare, decisivo per la sua esperienza affettiva. Quello di Stanislas, per esempio, è da sempre e per sempre il Natale ormai antico d'un piccolo russo di radici ebraiche in fuga dai nazisti verso la Svizzera. Quello di Louba (Sabine Azéma) è il Natale d'una figlia ancora unica, padrona totale della madre e soprattutto del padre. Quello di Joseph, poi, è un Natale ricorrente e "minore" di figlio illegittimo, escluso.
Oggi - ossia, nel presente narrativo di Pranzo di Natale -, tutti quei ricordi riemergono, si confondono, s'aggrovigliano. Il risultato ha la verosimiglianza della vita: un insieme di nodi forse non più scioglibili, un sistema complesso e contraddittorio d'aspettative e rifiuti che si alimenta della propria stessa complessità e contraddittorietà.
Il merito della sceneggiatura sta proprio nella sua capacità di reggere fino in fondo l'una e l'altra, la complessità e la contraddittorietà, assumendo via via le diverse prospettive dei protagonisti, senza mai assolutizzarne una e anche senza mai dimenticarne alcuna. Così, quando si arriva alla conclusione della storia, non ci si stupisce che i due Thompson non abbiano mai davvero raccontato la ritualità del Natale, ma l'abbiano solo allusa e sfiorata. Più deciso e diretto appare invece il loro sguardo complessivo sui personaggi e sul loro universo d'affetti, sull'imperfezione d'ognuno che, appunto, li rende tutti egualmente colpevoli. O anche, se si preferisce tutti egualmente innocenti.
  (.) Raccontando personaggi fragili e imperfetti, la debuttante (ma figlia d'arte suo padre è il regista Gérard Oury e autrice di numerose sceneggiature) Danièle Thompson mette in scena una cronaca familiare tutt'altro che convenzionale, intelligente amara e ben scritta da lei stessa assieme al figlio Christopher. Alcune battute di dialogo sono memorabili ("ha il naso da antisemita" dice Rich di un consuocero che gli sta antipatico); nessun personaggio è completamente positivo o completamente negativo, come nella realtà; tutti finiscono per conquistarsi la nostra simpatia.
La posizione scelta dalla Thompson è ammirevole per l'equidistanza quasi perfetta che riesce a tenere tra la compiacenza da una parte, il cinismo dall'altra. La cosa debole, a volere essere severi, sono i monologhi di alcuni personaggi, che si rivolgono direttamente allo spettatore (alla macchina da presa) raccontando episodi del passato. Quanto all'uso della macchina da presa, che è corretto, la regista si mette al servizio del formidabile cast di cui dispone: tre sorelle (oggi la triade di sorelle va per la maggiore, sia nel cinema europeo sia in quello orientale) che rappresentano il meglio sulla piazza francese, più due vecchi leoni (oltre a Rich, c'è Francoise Fabian) che non sembrano neppure recitare, ma vivere. Particolarmente velenosa, date le situazioni dei personaggi, l'atmosfera festiva di Parigi è sottolineata ironicamente dalla voce di Dean Martin, che snocciola tutto il suo repertorio di melodie natalizie.

Torna alla pagina principale


DANCER IN THE DARK
Dancer in the Dark


Regia: Lars Von Trier - Interpreti: Björk (Selma), Catherine Deneuve (Kathy), David Morse (Bili), Peter Stormare (Jeff) - Genere: Drammatico - Origine: Danimarca/Francia/Germania - Anno: 2000 - Soggetto: Lars Von Trier - Sceneggiatura: Lars Von Trier - Fotografia: (Scope /a colori) Robby Muller - Musica: Björk - Montaggio: Molly M.Stensgaard & Francois Gedigier - Durata: 140' - Produzione: Vibeke Windelov - Distribuzione: Istituto Luce

  Traboccante di tenerezza, pietà e sbalordimento arriva sugli schermi la Palma d'Oro di Cannes. Premiato al Festival anche per la migliore interpretazione femminile, 'Dancer in the dark" porta la firma di Lars von Trier. Stavolta il trucco dell'illusionista di "Le onde dei destino" consiste nel proporre un singolare musical che ha messo l'angoscia al posto della gioia. Lo attraversa ballando, cantando e soffrendo Bjork, 35 anni, l'età che aveva la Masina al tempo di "Le notti di Cabiria" e in un misto di grinta e innocenza, questa piccola islandese un po' ricorda la nostra Giulietta. Nelle interviste la musicista, che ha dato il suo contributo anche come autrice della colonna sonora, confessa di essere uscita distrutta dall'esperienza, tanto che si propone di non fare altri film. Speriamo che cambì idea, perché "Dancer in the dark" anche per merito suo risplende con allarmante originalità. In un'Ameríca anni '60, girata in Svezia perché il fobico regista non prende l'aereo, l'esule cecoslovacca Selma è una piccola santa, operaia di giorno e filodrammatica alla sera. Il suo rifugio sono i film musicali, che ormai può solo farsi raccontare dall'amica Deneuve, Infatti sta perdendo la vista per una tara ereditaria, che incombe anche sull'adorato figlio dodicenne, a meno di non fargli un'operazione: per coprire i costi la nostra eroina lavora anche di notte (.).
I numeri musicali rappresentano le fantasie di Selma e sembrano aggiustare tutto: perfino il morto ammazzato si alza per intonare strofe assolutorie. Ma non è vero che in un musical non può succedere niente di brutto e in finale l'autore lo proclama con stoicismo. Non a caso Selma bambina voleva uscire dal cinema alla penultima canzone del film, solo modo per salvare le illusioni dall'impatto con la realtà. Sconsiglio di fare lo stesso con "Dancer in the dark": perdereste una delle più forti emozioni dei cinema contemporaneo.
  "Dancer in the dark" è un film che molti ameranno, che travolgerà molti nel suo fiume di emozioni. Mentre molti, irritati, decreteranno che si tratta di un'operazione furba e ambigua. In ogni caso "Dancer in the dark" è un film da vedere: originale, strano, innovativo (per la commistione dei generi, per la libertà delle telecamere utilizzate da Robby Mueller, per l'uso delle voci al naturale, per la fluidità delle riprese) anche nei suoi difetti. Di cui - reparto ideologia, reparto concezione del mondo, reparto manipolazione dello spettatore - abbonda. Ma in maniera così vitale, sconvolgente ed eccentrica da colpire comunque, nelle due direzioni. E, di questi tempi tecnologici, in cui le massime emozioni vengono dall'orrore digitale, non si può chiedere al cinema di più. Già a partire dalla ouverture sui titoli di testa "Dancer in the dark" si annuncia per quello che è, un melodramma. E già a partire dai generi apparentemente contrastanti in cui si iscrive - il musical e il dramma, il musical in forma di tragedia o la tragedia in forma di musical - si propone come una sfida.
Von Trier ambienta in un'America ricostruita in Svezia una storia contemporanea di umiliati e offesi, il cui ultimo e solo confine è l'amore. E ha scelto come interprete una cantante che non è mai stata attrice ma si rivela strepitosa per forza e intensità: Bjórk, l'elfo bizzoso che sembra uscito da una fiaba nordica, si trasforma davanti all'obiettivo di Von Trier in un'occhialuta piccola fiammiferaia con un dono celeste nella voce.(.)
Von Trier prega di non diffondere il finale: ma spero non sia considerato un tradimento dire che "Dancer in the dark" - il buio degli occhi di Selma, il buio dell'ingiustizia - è anche una dura perorazione contro un sistema giudiziario indifferente e contro la pena di morte. In questa vertiginosa altalena emotiva tra la magia della fiaba e la tragedia, tra il sogno liberatorio del musical e la cronaca della miseria quotidiana, tra la sperimentazione tecnica secondo i dogmi del Dogma e gli acuti emotivi del melodramma, Von Trier manipola i sentimenti dello spettatore - se non gli si fa resistenza, ci si lascia andare alle emozioni - fino allo strazio: la storia che racconta, diranno i critici razionali, è, come in "Le onde del destino", improntata alla rassegnazione, a una visione 'cattolica' della maternità e del sacrificio femminile. Obiezione: è soprattutto una grande storia umana, un'appassionata requisitoria contro l'indifferenza, una favola nera per ricordarci che il mondo è popolato di gente indifesa la cui unica arma è l'amore.

Torna alla pagina principale


THE GOLDEN BOWL
The Golden Bowl


Regia: James Ivory - Interpreti: Uma Thurman, Jeremy Northam, Kate Beckinsale, Nick Nolte, Anjelica Huston, James Fox, Madeleine Potter - Genere: Drammatico - Origine: Stati Uniti-Francia-Inghilterra 2000 - Distribuzione: Medusa - Durata: 2h e 14'

  Due mariti ideali in questa fastosa, cinica, divertente commedia di costume che Ivory ha tratto dal suo preferito Henry James. Ha girato, grazie anche a una magnifica compagnia di attori, con uno straordinario e incanutito Nick Nolte, il miglior romanzo del secondo tempo della sua carriera. Non di maniera, non solo illustrativo, anche se trine, merletti, visi e boiséries sono a posto, ma la macchina cinema riesce a scavare tra questi personaggi curiosi di vita e di affetti. Un padre ricco e americano, collezionista d'arte, legato coi filo edipico alla figlia, la manda in sposa a un nobile romano squattrinato ma con avi importanti (il bel Jeremy Northam che con la barba sembra Andy Luotto), poi sposa la migliore amica della primogenita, l'appassionata Uma Thurman, da tempo già amante del genero. Relazioni pericolosissime, in una società vittoriana malvagia e chiacchierona dove comanda l'apparenza, come quella coppa d'oro - "The golden bowl", appunto - che sembra perfetta ed è invece segnata, come una fessura del cuore. Bisogna mentire per sopravvivere, una volta si usavano veleni e pugnali, poi sono bastate le parole. Il racconto, mosso tra Italia e Inghilterra, è a cerchi concentrici e non sbaglia: Ivory è ringiovanito.
  Le feste, gli amori, lo sfarzo, l'ozio prezioso di chi ha tutto: felicità apparente, vetrina dorata che i poveri invidiano, il naso appiccicato alle luccicanti vetrine delle dimore del potere. Sono state per secoli e secoli, le sole vite degne di essere vissute, quelle dei nobili. Proprio come quella che sembra scritta nel destino del principe Amerigo Ugolini (Jeremy Northam) discendente di una nobilissima famiglia romana. Ma il giovane rampollo, agli inizi del Novecento, si trova con tante magnifiche magioni e nemmeno un soldo per mantenerle. Che fare?
Parte da qui la storia raccontata da James Ivory in "The Golden Bowl" (Il calice d'oro), portata sul grande schermo con la consueta, sontuosa eleganza da James Ivory.
La soluzione al dilemma, vecchia quanto il mondo, sta in un matrimonio d'interesse. Ci sono i nuovi ricchi, gli americani, pronti a far tintinnare montagne di dollari pur di accedere ai salotti buoni della vecchia, cara, decadente, affascinante Europa. E così Amerigo sposa la bella (anche!) figlia del magnate yenkee Verver (Nick Nolte), che ha fatto i soldi sporcandosi le mani e ora abita in Inghilterra, dividendosi tra i palazzi di Londra e una principesca villa di campagna, collezionando meravigliose opere d'arte.
Un matrimonio perfetto, la quadratura del cerchio, se non fosse... Se non fosse che c'è un'ulteriore storia d'amore, precedente e nascosta, del perdigiorno Amerigo con la fatale Charlotte (Uma Thurman), altra cacciatrice di dote, tanto abile da riuscire a farsi sposare proprio da Verver, vedovo da tempo.
Nelle stesse stanze, ora, si incrociano passioni pericolose, segreti inconfessabili, innocenze perdute. Sopire tutto, spargere cenere sul fuoco, oppure dare libero sfogo alla vita? James e Ivory, il naso appiccicato allo zoo di vetro di questi strani, esotici "animali", indagano e scandagliano nel profondo. Noi, semplici lettori-spettatori, ammiriamo una volta di più un modo classico, coscientemente demodé di costruire e offrire grande cinema.

Torna alla pagina principale


 

LA CASA DELLA GIOIA
The House of Mirth


Regia: Terence Davies - Interpreti: Gillian Anderson, Eric Stoltz, Dan Aykroyd, Laura Linney, Terry Kinney, Elizabeth McGovern, Anthony LaPaglia, Eleanor Bron, Jodhi May - Sceneggiatura: Terence Davies - Fotografia: Remi Adefarasin - Produzione: Olivia Stewart - Distribuzione: Bim - Origine: Gran Bretagna 2000 - Durata: 2h e 15'.

  A breve distanza da "La coppa d'oro" di Henry James in versione MerchantIvory, arriva "La casa della gioia", da Edith Wharton. Ma anche se siamo ancora nel film d'epoca, e dal mondo del maestro passiamo a quello della dotatissima allieva, ricacciate il senso di saturazione. Terence Davies riesce ad essere se stesso (e quindi poetico, aspro, originale) anche affrontando il romanzo della Wharton il cui titolo, enigmatico e contraddittorio rispetto alla storia pochissimo gioiosa che racconta, è un concentrato dell'amara ironia che scorre nelle sue pagine (viene dall'Ecclesiaste). E ci dà un piccolo gioiello. Anziché scegliere la strada della fluidità narrativa, Davies disarticola le pagine del bestseller d'epoca, ne estrae altrettante scene concluse, teatralizza la cornice e fa di ogni quadro una tappa emblematica, mai gratuita, della caduta dell'innocente Lily Bart. Che cade, fino alla sua tragica fine, perché bella, elegante, ben abituata e improvvisamente povera, si ritrova a vivere secondo regole che non riesce a rispettare, virtuosa ma troppo spontanea, incapace di adeguarsi all'idea di un matrimonio di interesse ma anche a quella di un rigore cui non è usa, troppo ben educata per riuscire a vivere lavorando, troppo bella per non essere pericolosa, troppo ingenua per non attirare gli avvoltoi. Come in un altro bel film ispirato della Wharton, "L'età dell'innocenza", anche qui la storia suggerisce letture che vanno al di là del testo, e il gioco degli interdetti sociali, dei tabù amorosi, delle regole mafiose di un mondo andato in frantumi, ci tocca per quello che anticipa di altri tabù e altri interdetti. Con un gesto inventivo, Davies ha scelto, per interpretare la sfortunata Lily, Gillian Anderson, la protagonista di "X files", che si rivela bella all'antica come un ritratto di Sargent e antipatica in giusta misura. Eric Stoltz è molto bravo nel ruolo del suo amore impossibile. E sorprende nel ruolo del ricco cattivo Dan Aykroyd. E Terence Davies si conferma un autore anche lavorando al servizio di un mondo lontano da lui.
  Non sforzatevi di capire che cosa vuol dire La casa della gioia perché è un titolo senza senso, che traduce male l'originale: a sua volta difficile da interpretare perché è una citazione dall' "Ecclesiaste". Sotto questa etichetta sibillina, comunque, nel 1905 l'americana Edith Wharton vendette di colpo 100 mila copie del suo secondo romanzo: ed ebbe un tale successo che in seguito ne scrisse quasi 40. Considerato all'epoca una scandalosa pittura della società, con relativa denuncia dell' immoralità altoborghese, a distanza di quasi un secolo il libro ha visto svanire il vigore polemico pur restando intatto il suo nucleo tragico. Non si può più parlare di scandalo riferendosi alla vicenda di Lily Bart, giovane donna dal carattere altero e indipendente che per essere stata chiacchierata, aver fatto alcuni sbagli fra cui perdere un' eredità, indebitarsi al gioco e gestirsi male negli amori, finisce al bando dei felici pochi e ne trae le peggiori conseguenze. Finissimo lettore oltre che ispirato cineasta, l' inglese Terence Davies non si limita a curare le atmosfere, a piazzare le luci, a scegliere gli arredi e intonare i suoi magnifici attori, ma conferisce all'odissea della protagonista un vibrato da cronaca contemporanea. Inserendosi in un modo di affrontare il cinema come uno specchio di epoche trascorse, e sfidando il confronto con i film in costume firmati Visconti, Oliveira o Ivory, La casa della gioia svela lo sdegno per l' ingiustizia in chiave di risentita cognizione del dolore. Nella parte della protagonista Gillian Anderson è dura, irragionevole e a volte coraggiosamente antipatica, ma i l regista ci fa partecipi di ogni tappa della sua irreversibile decadenza.

Torna alla pagina principale


 

L'ESORCISTA - VERSIONE INTEGRALE
The Exorcist


Regia: William Friedkin - Interpreti: Ellen Burstyn, Max von Sydow, Lee J. Cobb, Jason Miller, Linda Blair - Sceneggiatura: William Peter Blatty - Fotografia: Owen Roizman - Produzione: William Peter Blatty, David Salven - Distribuzione: Warner Bros. - Origine: USA 1973 - Durata: 2h e 14'

  Sono passati ventisette anni da quando L'esorcista aggredì con le sue immagini shock gli spettatori di tutto il mondo: ... Entertainment Weekly e altre riviste lo misero in cima ai titoli più spaventosi di tutti i tempi. Ventisette anni sono tanti, ma per un film dell'orrore sono ancora di più. Dal 1973 a oggi, data di uscita dell'Esorcista Versione integrale (è il "director's cut", il montaggio voluto da Friedkin e dall'autore del romanzo Blatty, con l'aggiunta di undici minuti di immagini tagliate all'epoca e con un nuovo sonoro digitale), i nostri occhi hanno sopportato di tutto. Difficile spaventarsi quanto allora, anche vedendo la posseduta Regan camminare come un ragno a testa in giù (una scena che prima non c'era), ruotare il capo sul collo, o vomitare addosso agli esorcisti una melmosa crema verde.
Però quello di Friedkin resta un film inquietante; spaventoso anche, ma per altri versi. La storia di Regan, la brava ragazzina di famiglia di Washington D.C. che, invasa da un demone, diventa violenta e scurrile, è immersa in un contesto quotidiano, tanto più spaventoso proprio a causa del suo aspetto famigliare. Le scene lunghe, molto parlate, mettono a confronto Chris MacNeil (Ellen Burstyn), la disperata madre dell'assatanata, prima con i medici che non riescono a spiegarsi il caso, poi con un ufficiale di polizia (Lee J.Cobb) e con i due esorcisti padre Karras (Jason Miller) e padre Merrin (Max von Sydow).. I trucchi sono imparagonabili agli strepitosi effetti digitali con cui il cinema ci ha viziati in seguito: il letto che vibra o Regan che fluttua nella stanza, ad esempio, furono realizzati con cinture, bardature e carrucole; eppure, fanno ugualmente paura.
Ma la vera forza dell'Esorcista, ancora intatta nella "versione integrale", è di avere anticipato le tendenze mistiche, demoniache o spiritualistiche che si stavano affacciando allora; e che oggi si sono consolidate, garantendo al film un'aura di attualità.
  Il successo della riedizione dell'esorcista dopo 27 anni (40 milioni di dollari nel mondo, in Italia sta uscendo dopo avere inaugurato fra gli applausi il 18esimo FilmFestival di Torino) non deve consistere nel fascino del suo tema e neppure si può pensare che l'attrattiva siano gli 11 minuti restaurati rispetto all'edizione originale, un apporto irrilevante e tale da estasiare solo qualche sparso cinefilo. Vado a ripescare la mia recensione dell'epoca e la trovo irridente irritata contro "la bambina che vomita oscenità e fiele, tira fuori una linguaccia infernale, si solleva in lievitazione e fa compiere alla propria testa giri di 180 gradi". Per concludere: "qualche promettente risata, che scoppia nel buio della sala, fa sperare che da noi tanta protervia oscurantista troverà un terreno meno fertile che in America, dove la frenesia dell'esorcismo ha fatto storia del costume". Fui cattivo profeta, l'esorcista andò benissimo anche da noi come del resto in tutto il mondo. In preda a una specie di furore laico e razionalista, dov'è che mi sbagliavo? Semplicemente non avevo preso atto del fatto principale: e cioè che si tratta di un bel film. Sceneggiato abilmente dall'autore stesso del romanzo, William Peter Blatty, immerso in una atmosfera suggestiva e allucinante dall'accorta regia di Friedkin e recitato benissimo da Ellen Burstyn mater dolorosa, Max von Sydow e Jason Miller preti d'assalto e Linda Blair posseduta da Satana. Davanti alla "versione originale" non dico di essermi riconciliato con questo moderno e deliberante " inno a Satana", ma non ho potuto fare a meno di inchinarmi di fronte ai valori artistici, tecnici e professionali di una pellicola come oggi non se ne confezionano più.

Torna alla pagina principale


IL PARTIGIANO JOHNNY
Il Partigiano Johhny


Regia: Guido Chiesa - Interpreti: Stefano Dionisi - Andrea Prodan - Fabrizio Gifuni - Giuseppe Cederna - Alberto Gimignani - Claudio Amendola - Chiara Muti - Sceneggiatura: Guido Chiesa, Antonio Leotti, dal romanzo di Beppe Fenoglio - Fotografia Gherardo Gossi - Produzione: Fandango - Distribuzione: Fandango - Origine: Italia 2000 - Durata 2h e 15'

  Era parecchio tempo che Guido Chiesa progettava di portare sullo schermo il romanzo semi autobiografico di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1978. Quando la possibilità si è concretizzata, il quarantenne regista sceneggiatore ha dovuto porsi una domanda difficile: come raccontare la Resistenza oggi, in un clima culturale in cui le idee, la Storia, la moralità paiono diventati oggetti d'antiquariato? Chiesa ha trovato la risposta giusta.
Dal punto di vista della scrittura drammaturgica, Il partigiano Johnny adotta uno stile laconico e privo di enfasi; vi corrispondono immagini quasi scabre, colorate con una tavolozza neutra e omogenea. La volontà anti declamatoria è tanto più lodevole perché quella di Johnny è una storia tutta impastata di dolore. Dolore delle scelte difficili: all'indomani dell'8 settembre uno studente di letteratura inglese diserta, si nasconde nelle colline intorno alla sua Alba, poi prende la via delle Langhe e si unisce a un gruppo di partigiani comunisti.
Dolore di una guerra combattuta tra freddo, pioggia e stenti, dove si attacca e si è attaccati di sorpresa, bisogna fuggire e nascondersi, si conquista una città sapendo di perderla subito dopo. Chiunque può essere un amico o un traditore: e dall'alternativa dipende la vita del partigiano. Tra l'autunno '43 e il febbraio '45, scandito per capitoli-stagioni, il film di Chiesa intende soprattutto mettere in scena questa sofferenza, la quotidianità di una guerra sporca e cattiva come ogni guerra, ma ancor più precaria e confusa, in cui i cadaveri restano abbandonati nei campi o nelle strade dei villaggi e ogni azione può scatenare una rappresaglia sanguinosa sulla popolazione civile. Passato a una formazione di exmilitari che sarà decimata, Johnny si ritrova solo, a cercare di sopravvivere tra fame e gelo al durissimo inverno del '44. Proprio quando potrebbe cadere preda della disperazione e sentir vacillare di più la propria motivazione ideale, vissuta finora con la titubanza dell'intellettuale, il giovane ritrova più forte la ragione della scelta fatta, rinuncia alla rinuncia, giunge a negarsi ogni residuo istinto di auto conservazione.
Per misurare la coerenza antiretorica di Chiesa basterebbe paragonare il suo film con "La tregua", l'adattamento del romanzo di Primo Levi diretto tre anni fa da Francesco Rosi. I modelli del regista torinese sono altri: il cinema neorealista, e in particolare l'ultimo episodio di "Paisà", da un lato, dall'altro "La sottile linea rossa" di Terrence Malick. L'unica cosa che stona, in tutto ciò, è a carico della colonna sonora, con la musica invadente di Alexander Balanescu e la voce overscreen che narra o commenta in inglese. Invece le scene di guerra risultano assolutamente convincenti, proprio per l'assenza di epicità e l'inesorabile ripetitività con cui sono rappresentate. L'ambientazione "on location" sui luoghi dell'azione è ineccepibile. Ottima l'interpretazione di Stefano Dionisi, adeguato e ben diretto tutto il cast.
  Pubblicato postumo nel ' 78, "Il partigiano Johnny" si è rivelato a sorpresa un libro di culto: e nella sua incompiutezza è insieme un diario e un laboratorio linguistico con frequenti e snobistici inciampi nella lingua inglese. Di questo testo canonico, che segue il protagonista in armi sulle balze del Piemonte dall'ottobre ' 43 al febbraio ' 45, il regista Guido Chiesa non ha voluto fare uno spettacolo avvincente in stile "Platoon": si è limitato a ricavarne la freschezza della testimonianza, immergendola in una scrupolosa ambientazione resa ancor più suggestiva dal ricorso a una sorta di decolorazione dell'immagine. Del partigianato si rispecchiano le interne tensioni, da una parte i comunisti e dall' altra i badogliani, ma senza pronunciare verdetti politici e lasciando emergere le fatiche, il freddo, la fame, i lutti. Stefano Dionisi ripercorre l'odissea di Johnny con serena determinazione, ben accompagnato soprattutto da Andrea Prodan e Fabrizio Gifuni; e il disegno di tutti i personaggi ne esce limpido, senza enfasi, più sul versante del referto che dell' interpretazione. Si pensa a "paisà" (ci pensò anche Fenoglio replicandone la didascalia finale: "Due mesi dopo la guerra era finita") in un film che offre i dati di un' esperienza storica con un' onestà mai prevaricatrice. Le conclusioni, sembra suggerire il regista, tiratevele da soli, una volta tornati a casa. Per il mio gusto in questa ricostruzione avrei eliminato la voce fuori campo, tagliato una ventina di minuti a beneficio di un' intensità senza cedimenti e amministrato con maggiore parsimonia la pur interessante colonna sonora di Alexander Balanescu: che c'entra la musica quando si fa la cronaca?

Torna alla pagina principale


L'ERBA DI GRACE
Saving Grace


Regia: Nigel Cole - Interpreti: Brenda Blethyn, Craig Ferguson , Martin Clunes, Tchéky Karyo, Jamie Foreman, Bill Bailey, Valerie Edmond - Sceneggiatura: Mark Crowdy e Craig Ferguson - Fotografia: John de Borman - Produzione: Portman Ent./Sky Pic./Wave Pic./Homerun Prod. - Distribuzione: Keyfilms - Origine: Gran Bretagna 2000 - Durata: 1h e 32'

  Ogni anno al Sundance compare un film che scatena voci, gare e rivalità, che tutti vorrebbero comprare, di cui si parla in ogni angolo della città. Quest'anno l'onore è toccato a Saving Grace di Nigel Cole, un regista britannico al suo primo film, che ha girato una commedia divertente, eccentrica, molto molto furba, in una linea che sposa "La signora omicidi" a "The Full Monty" attraverso "Svegliati Ned". E che parla dunque di una signora non giovanissima (Brenda Blethyn) e molto per bene alle prese con la necessità di salvare sé stessa e la propria casa (il titolo Saving Grace, salvare Grace, ha un tono biblico, ma vuol dire poi solo questo) dal disastro economico in cui l'ha lasciata la morte di un marito tanto bugiardo quanto scombinato (è saltato da un aereo senza paracadute).
Lo sfondo della storia è un grazioso paesetto della Cornovaglia. E lo strumento del riscatto economico di Grace è la marijuana che la signora si mette a coltivare, con la sua abilità di giardiniera all'antica, nella serra della sua bella casa, con l'aiuto di un balordo e seducente scozzese. Cole - che si è avvalso della bella fotografia di John de Borman - fa del villaggio il solito misto di simpatia, populismo ed eccentricità in cui si è specializzato il cinema del Regno Unito. E ci dice che la marijuana - uno strumento di sopravvivenza originale almeno quanto gli spogliarelli di "The Full Monty", se a coltivarla e spacciarla è una vera signora come Brenda Belthyn - è un'innocua benedizione del cielo, capace di mettere tutti di buon umore.
Messaggio antiproibizionista? Non fino in fondo, visto che nel finale la marijuana va in fumo e tutto ritorna nell'ordine. L'avventura di Grace nel mondo della "roba" si traduce in un libro di successo e nel matrimonio con un boss del mondo della droga (Tcheky Karyo) che in realtà è un gran bravo tipo. Tutto a posto, dunque. Ma aleggia, nella preconfezionata bizzarria della storia, un simpatico spiritello anarchico. E anche contro voglia si ride.
  A mali estremi, estremi rimedi. Mai motto si rivelò più appropriato per l'impavida Grace che da signora tutta tè e orchidee si trasforma in una tipa "tosta" che sa districarsi tra spacciatori e poliziotti. Il film di Nigel Cole è una briosa commedia sulla riconquista della libertà. L'aspetto più "eccitante" della vita di Mrs. Trevethan sono le riunioni dell'Associazione Femminile e la creazione di nuovi innesti, contrariamente all' "amato" consorte (venuto a mancare in circostanze più che mai rocambolesche), che sperpera i beni in investimenti sbagliati e si scatena in camere da letto diverse da quella nuziale. La scoperta di una realtà diversa da quella sonnacchiosa alla quale era abituata scatena in Grace un'energia tale da trasformarla in una sorta di eroina del paese. In un'atmosfera da pochade, tutti i personaggi vengono coinvolti in questa stupefacente (è il caso di dirlo) avventura in cui si susseguono equivoci e gag spesso esilaranti con una comicità che pur virando al surreale conserva un perfetto "english style".
Non è importante la verosimiglianza della storia quanto le sue conseguenze. Nonostante la struttura semplice della commedia, Cole propone una serie di situazioni paradossali (dal té alla marijuana delle vecchine, alla fiera omertà dei paesani orgogliosi di tenere alta la fama di fuorilegge, fino ai goffi tentativi di Grace di abbordare clienti nei quartieri malfamati di Londra), che provocano la risata grazie alla bravura di tutti i protagonisti. Su tutti la sempre straordinaria Brenda Blethyn, la cui duttilità di artista sa renderla, anche in questo caso, irresistibile. Una commedia divertente e leggera con un happy end perdonabilmente americano.

Torna alla pagina principale


BREAD AND ROSES
Bread and Roses


Regia: Ken Loach - Interpreti: Pilar Padilla, Adrien Brody, Elpidia Carrillo, Jack McGee - Sceneggiatura: Paul Laverty - Fotografia: Barry Ackroyd - Produzione: Rebecca O' Brien - Distribuzione: Bim - Origine: Gran Bretagna 2000 - Durata: 1h e 52'

  In una delle città più ricche del mondo, Los Angeles, nel Paese più potente del mondo, l'America, lo sfruttamento dei lavoratori può essere incivile, feroce. Un paradosso? No, un'abitudine. Narratore dei proletari del Duemila, nemico del capitalismo sregolato, Ken Loach ha realizzato il suo primo film negli Stati Uniti, ma i personaggi parlano spagnolo perché sono quasi tutti latinoamericani, spesso immigrati clandestinamente dal Messico, spesso privi di permesso di soggiorno e di lavoro. Lo ha intitolato con il vecchio motto "Bread and Roses": il pane e le rose, l'indispensabile e il piacevole, il minimo vitale e la bellezza, tutt'e due necessari alla sopravvivenza. E' partito dalla campagna sindacale organizzata a Los Angeles, all'inizio degli Anni Novanta, per i diritti dei pulitori, delle persone che lavorano di notte facendo pulizia negli uffici.
Questi diritti nessuno li rispetta. Troppi datori di lavoro, solo a sentir nominare il sindacato, chiamano la polizia privata; non pagano l'assistenza sanitaria né i contributi, non pagano gli straordinari, cacciano chi si ribella (ma pochi sono in condizione di potersi ribellare). Il film segue la lente, contrastata, faticosa e alla fine vittoriosa opera, tra i lavoratori, del sindacalista Adrien Brody, e parallelamente la storia di due sorelle messicane, una rassegnata e vinta, l'altra più giovane e combattiva.
"Bread and Roses" è uno di quei film in cui si esprimono al meglio le qualità di Loach, regista dei lavoratori: una eccellente capacità di raccontare e di rendere appassionante quanto racconta, di rappresentare i lavoratori in lotta persino con allegria nella terribile serietà; una intelligenza umanitaria, una rara fluidità e naturalezza della narrazione, un gran rispetto dei personaggi narrati. E una coerenza, un coraggio molto rari.
  Questa volta Loach, l'unico regista che si preoccupi ancora di affrontare sullo schermo i temi politici e le lotte sociali, porta l'attacco direttamente nel Paese delle "libertà", dove gli immigrati privi di permesso lavorano senza straordinari né ferie, giorni di malattia né indennità sanitaria. Ken è tipo da documentarsi scrupolosamente; ciò non toglie che in "Bread and Roses" affronti non una, ma due realtà che conosce meno bene di quella britannica: l'America e la vita degli immigrati latini.
E' questo, con tutta probabilità, il motivo per cui il film non vola all'altezza di Riff Raff, Piovono pietre o My Name is Joe. A tratti appare troppo teorico, troppo schematico e argomentativo nello zelo con cui vuole illustrare allo spettatore la situazione di sfruttamento dei personaggi.
Quanto allo schema narrativo, tende un po' a ripetere quello degli ultimi tre film di Loach per come intreccia tema politico collettivo e love-story privata. Però alcuni momenti grondano di autentica emozione. Come la scena, commoventissima, del confronto tra le due sorelle: Maya, combattiva e pronta e giudicare, e Rosa, che le ha nascosto le peggiori umiliazioni subite per amore della famiglia.

Torna alla pagina principale


DOMANI
Domani


Regia: Francesca Archibugi - Interpreti: Ornella Muti, Marco Baliani, Valerio Mastrandrea - Genere: Drammatico - Produzione: Cinemello e Rai Cinema - Distribuzione: Warner Bros (2001) - Origine: Italia 2000

  Un film per prendere la temperatura al Paese. Un terremoto (vero) per dare una scossa (metaforica) alle nostre abitudini e guardarci un po' in faccia approfittando dei container, della scuola inagibile, delle famiglie costrette a convivere e ad affrontare i problemi di sempre in condizioni mai sperimentate. È "Domani" di Francesca Archibugi, forse il suo film più felice con "Il grande cocomero", di certo il più affollato, il più storicamente aperto all'imperfezione e al dolore.
(.) Ed ecco che mentre i ministri sembrano più interessati al Beato Angelico che ai terremotati, mentre qualcuno, per solidarietà, spedisce un Tir carico di Barbie e qualcun altro saccheggia il salumificio locale, la vita continua (per dirla con un altro terremoto di Kiarostami), in paese manca quasi tutto ma non il 'fumo', la bambine Tina e Vale, una ricca l'altra no, scoprono che la loro amicizia può superare la scala Percalli ma non l'arrivo della pubertà. E fra una lite e un equivoco, un confronto ('Mio padre alla tua età faceva la staffetta partigiana!') e una riconciliazione, i Protagonisti finiscono per capirsi meglio. Senza cadute nell'Ottimismo consolatorio ma con un consapevolezza, una fiducia malgrado tutto, molto laica e matura. Come la bella faccia di Marco Baliani (Possibile che un attore così finora abbia fatto due soli film?), che la Archibugi riesce a sposare al viso finalmente struccato e intenso di Ornella Muti.
Certo, i bambini parlano sempre un po' troppo sapientemente, la Archibugi resta regista di scrittura più che di immagini (nella nobile linea Scarpelli-Scola della nostra commedia che da decenni racconta e spiega l'Italia). Credesse un poco più al vuoto e al Silenzio "Domani" acquiesterebbe in emozione. Ma anche così, pieno di storie, di facce, di idee, è un film generoso e importante. Vicino alla cronaca senza esserne schiavo. Antico e moderno insieme come le bella foto di Luca Bigazzi e le musiche di Battista Lena.
  La terra trema a Cacchiano, paesino turistico dell'Umbria noto per un'Annunciazione del Beato Angelico e per la produzione del salame all'aglio. Una scossa del nono grado della scala Mercalli che, quando non uccide la gente, le cambia la vita: tra le altre, quelle della famiglia del geometra Paolo Zerenghi (Marco Baliani), marito di Stefania (Ornella Muti) e di due ragazzi soprannominati Ago e Filo; di Giovanni (Valerio Mastandrea) e di sua madre (Ilaria Occhini); delle giovanissime amiche per la pelle Vale e Tina; dell'insegnante di scuola media Betty (Patrizia Piccinini) e dell'inglese Andrew (James Purefoy), giunto a soccorrere l'affresco. Sistemati in container, mentre le loro case sono destinate alla demolizione, i terremotati intrecciano rapporti che la quieta vita del giorno prima non avrebbe neppure lasciato intuire. "Domani" di Francesca Archibugi, fotografia di Luca Bigazzi, è un film messo in scena con una grazia e una sensibilità che non è dato trovare tutti i giorni. Girato a Sellano, paese sgombrato dopo il terremoto umbro del 1997, mette in scena in parallelo una serie di microstorie di crescita (quella dei ragazzi di Cacchiano) e di declino (l'anziana signora Moccia, malata cui le terapie hanno fatto perdere la memoria; il paese stesso, che non rinascerà dalle macerie ma sarà abbandonato) con un equilibrio che può essere ispirato solo da autentica partecipazione umana: i riti di passaggio non peccano mai di schematismo didascalico; le storie d'amore ai tempi della catastrofe vere o immaginarie sono pudiche, quasi titubanti.
Pur con qualche veniale imprecisione (Andrew, che si è laureato con una tesi sull'affresco, non lo aveva mai visto prima), il gioco delle parti è di alta qualità e tutti le interpretano al loro meglio (con una nota di merito per Mastrandrea, tra i nostri rarissimi attori giovani capaci di scegliersi i ruoli).
Ma c'è qualcosa di davvero straordinario in Domani, una cosa che se il film fosse inglese o francese (noi siamo sempre un po' scettici riguardo alle qualità nazionali) sarebbe più facile additare all'ammirazione generale. Il modo in cui la Archibugi tratta i caratteri dei giovanissimi, pre adolescenti (l'amicizia tra le due Valentine) e adolescenti (il ragazzo ombroso che detesta tutti, fuorché la vecchia signora malata): con una perspicacia che, al cinema, solo Truffaut e pochissimi altri ci hanno saputo regalare.

Torna alla pagina principale


LA STRADA VERSO CASA
Wo de fu qin mu quin


Regia: Zhang Yimou - Interpreti: Zang Ziyi, Sun Honglei, Zeng Hao, Zhao Yuelin, Li Bin - Sceneggiatura: Bao Shi - Fotografia: Hou Yong - Scenografie: Ciao Jumping - Montaggio: Zhai Ru - Musiche: San Bao - Produzione: Zhao Yu - Distribuzione: Bim - Origine: Cina 1999 - Durata: 1h e 40'

  (.) Già, la semplicità. Traguardo riservato a chi sa lavorare con la massima libertà sulla complessità del cinema. Non tutti si possono permettere (se non in funzione grottesca o cinefila) un rallenty con trecce al vento o l'ennesima corsa in un campo di grano trasformando l'ovvietà poetica in un'immagine di totale evidenza e sincerità. Qui arriviamo alla radice del far cinema proprio a Zhang Yimou, la sua facoltà di decidere uno stile e andare fino in fondo, con tutto il talento pittorico che gli riconoscono anche i detrattori e con la passione di un miniaturista. E allora ecco i primi piani a raffica, a volte perfino inopportuni in quel momento, ma scelti per quella luce e quell'espressione.
Ma anche il passo timido di lei, con le braccia dritte e la testa piegata, oppure la giacca rosa su sfondo nero che sembra "una figura in un quadro". Gli scorci e le panoramiche sempre suggestive (nel flash back; mentre nel bianco e nero cose e paesaggi sono annullati, quasi resi astratti, come durante la cerimonia nella tormenta di neve). I piccoli dettagli e le piccole emozioni rubate all'attimo che fugge. I cieli blu e la percezione quasi tattile della luce. I suoni e i rumori, vento, passi, cibo che cuoce, gli odori, i sapori.
Il capo villaggio vorrebbe che la vecchia Zhao Di fosse "ragionevole": il funerale non si può fare secondo la tradizione. Ma lei non è mai stata ragionevole. Lei appartiene a un altro tempo e a un altro stile: cosa c'è di ragionevole in una tazza rimessa insieme con i chiodi (grazie all'arte defunta dell'aggiusta-cocci)? Una fiaba ha bisogno di essere ragionevole per essere presa sul serio?
Zhang Yimou approva e irragionevolmente compone un film di commovente "vecchiezza" puntando sul lirismo più abusato, raccontando per l'ennesima volta lo scontro fra tradizione e modernità, abbandonandosi alla nostalgia di un tempo che forse non è neppure mai esistito.
Dispensando emozioni e immagini d'alta scuola. E, ancora una volta, raggiunge lo scopo.
  Un presente in bianco e nero, un passato splendente. È arrivata la morte, e in un gelido giorno d'inverno si è portata via il padre di un giovane uomo d'affari che da anni vive lontano dai genitori, in una grande città. A bordo del suo moderno fuoristrada, il figlio ritorna nello sperduto villaggio in cui è cresciuto: è qui che papà e mamma si sono conosciuti, vivendo insieme per oltre quarant'anni.
Elegia straziante sulla vita che ci sfugge inesorabilmente, canto d'amore per la giovinezza, la primavera dei sentimenti, la forza della passione capace di superare ogni avversità. Tutto questo è La strada verso casa, di Zhang Yimou, commossa rievocazione di una Cina che scompare, travolta dal ritmo vorticoso della modernizzazione. Un processo già descritto, dal punto di vista del cambiamento, nel sincopato "Keep Cool"; ora il regista cinese ritorna alla perfezione di scrittura di "Lanterne Rosse", ai silenzi e ai rumori di un mondo sospeso, alla struggente malinconia di un'epoca perduta. Il passato riappare nei ricordi della madre, che vuole a ogni costo seppellire il padre con tutti gli onori, compreso un corteo funebre uguale a quelli che si facevano nei tempi antichi. E il passato è la gioia dei colori, primo fra tutti l'amatissimo rosso. Il padre era maestro del paese, generazioni di ragazzi hanno imparato da lui non solo a leggere e a scrivere, ma anche a comportarsi da bravi cittadini: nella piccola scuola non mancava mai, appeso al soffitto, il drappo vermiglio beneaugurate tessuto dalla sposa.
Pronta a tutto per lui, ma mai succube. Qui si parla di amore vero, dedizione reciproca, unione spirituale che dà senso all'esistenza di entrambi. Chi è venuto in contatto con questa coppia non può non esserne intimamente toccato: ed è proprio per questo che, il giorno del funerale, gli ex allievi saranno presenti in massa all'appuntamento.

Torna alla pagina principale


 

 

Torna all'indice di archivio