Cinecircolo Cappuccini

IL GLADIATORE
GLADIATOR


Regia: Riddley Scott - Interpreti: Russel Crowe (Maximus), Joaquin Phoenix (Commodo), Richard Harris (Marco Aurelio), Connie Nielsen (Lucilla), Oliver Reed (Proximus), Benin Djimon Hounsou, Ralph Moeller, Tomas Arana, Giorgio Cantarini, Gianina Facio - Genere: Drammatico - Origine: Stati Uniti 2000 - Soggetto: David Franzoni - Sceneggiatura: David Franzoni, John Logan, William Nicholson - Musica: Hans Zimmer, Lisa Garrard - Montaggio: Pietro Scalia - Durata: 155' - Produzione: Douglas Wick, Branko Lustig, David Franzoni - Distribuzione: United International Pictures (2000)

  Storici e pedanti hanno un bel trovargli errori e anacronismi: seduto sul suo trono di quarantanove milioni di dollari incassati in Usa nella prima settimana, "Il gladiatore" se la ride di chi gli fa le bucce; e annuncia orgogliosamente il ritorno del "peplum" in auge 40 anni fa. A sostegno dell'operazione c'è la dreamWorks di Steven Spielberg, il più geniale uomo di spettacolo del mondo. C'è il tocco raffinato di un regista come Ridley Scott, che sa come si nobilita un mélo, come si mettono in scena battaglie e tornei, come si esalta un eroe e si demonizza un cattivo. E c'è il lancio definitivo del neozelandese Russell Crowe, atleta completo del divismo che dopo la recente nomination per "Insider" si piazza in prima serie pretendendo per le future prestazioni venti milioni di dollari. Sul punto della fedeltà storica, tutti sappiamo che il saggio imperatore Marco Aurelio (Richard Harris è all'altezza del personaggio) morì di peste nel 180 mentre combatteva i barbari danubiani e non fu strangolato dal figlio Commodo (Joaquim Phoenix) come avviene sullo schermo. Sfogliando qualche libro ho scoperto invece che il generale Maximus, impersonato da Crowe, rispecchia il fedele Terrutenio Paterno vittima dell'usurpatore. Anche la sorella di Commodo, Lucilla (Connie Nielsen), risulta nelle cronache uccisa per ordine del fratello crudele. Ovviamente tutti gli elementi veri sono presi a pretesto di un racconto fantastorico liberamente imbastito: anche se è vero che Commodo amava scendere di persona a combattere nell'arena. Tutto il film, costruito drammaturgicamente sull'implacabile meccanismo della vendetta, punta alla scena finale in cui Crowe e Phoenix si affrontano con la spada in pugno; e si può dire che la punizione del mostro, anche se pagata al prezzo più alto, è spasmodicamente attesa e applaudita da tutto il pubblico.
  Godetevi il gladiatore senza troppi problemi filosofici e ideologici. Soprattutto se siete romani epassate davanti al Colosseo due volte al giorno. Il nuovo film di Ridley Scott vale i soldi del biglietto solo se vissuto come un'avventura fracassona e violenta. E un film da pop-corn, non da storici, che per altro, hanno già levato alti lai, segnalando vergognose inverosimiglianze. Si può sempre risponde re che anche Shakespeare inventava di sana pianta. Scott e i suoi sceneggiatori (David Franzoni, John Logan, WilliamNicholson) non sono ovviamente dei Bardi, ma hanno fatto un film, non un libro di storia. Sorvoleremo allegramente, quindi, sul fatto che l'imperatore Marco Aurelio pensi, giunto alla fine del suo regno, di ripristinare la re pubblica, diseredando il figlio corrotto Commodo e consegnando il potere al valente generale Maximus (per la serie "in che film?", appunto...).
Ovviamente l'erede al trono non sta al gioco. Nonostante qualche zeppa di sceneggiatura e qualche eccesso di solennità nelle parti "serie" Il gladiatore funziona. Sia l'iniziale battaglia, sia gli scontri nell'arena sono ricostruiti con stupefacente realismo. Russell Crowe si conferma un attore notevolissimo: dà a Maximus una dolente verità, unita ad una debordante fisicità. Richard Harris, Derek Jacobi e Oliver Reed (scomparso durante le riprese) aggiungono un tocco di Royal Shakespeare Company, ma forse la prova più interessante è quella di Joaquin Phoenix nei panni di Commodo: trasformare un imperatore perverso in un adolescente inquieto dei tempi nostri non era da tutti. Le lodi maggiori vanno comunque a John Nelson: è il supervisore degli effetti speciali.

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LA MIA ADORABILE NEMICA
ANYWHERE BUT HERE


Regia: Wayne Wang - Interpreti: Susan Sarandon, Natalie Portman, Eileen Ryan, Ray Baker, John Diehl, Shawn Hatosy - Sceneggiatura: Alvin Sargent - Fotografia: Roger Deakins - Scenografia: Donald Graham Burt - Costumi: Betsy Heiman - Musica: Danny Elfman, Lisa Loeb - Montaggio: Nicholas C. Smith - Produzione: Laurence Mark (USA, 1999) - Durata: 114' - Distribuzione: 20th Century Fox

  Adele (Susan Sarandon) è una donna annoiata della sua vita nella provincia americana e decide quindi di traslocare verso Los Angeles. Con lei porta sua figlia, Ann (Natalie Portman). La differenza caratteriale tra madre e figlia è sostanziale: per un intrigante paradosso la ragazza è sobria e desiderosa di studiare nell'est-coast statunitense, mentre sua madre è frivola, vanesia, quasi ingenua, e spera che la figlia invece divenga un'attrice. Il conflitto fra le due donne è legato alla condotta della Sarandon che volando a volo d'uccello su ogni cosa che sfiora non comprende le esigenze affettive della figlia, finché non scoprirà, specchiati nella fanciulla, i suoi atteggiamenti enfatici e artificiosi. E tuttavia l'ombra del dolore coprirà il volto luminoso della madre, quando realizzerà che la metropoli ha pressoché allontanato sua figlia dalla sua sfera affettiva.
Anywhere but Here - la traduzione italiana è delirante - è un film ben sceneggiato da Sargent (Gente Comune), e se la trama e i dialoghi sono sul confine della retorica degli affetti, la interpretazione delle due protagoniste è complementare: la Portman esibisce una mimica da attrice navigata, la Sarandon esprime con i suoi occhi bombati la simpatica follia del suo personaggio, e a puntellare con salda visione la storia c'è la regia di Wayne Wang. Il regista di Hong-Kong firma una storia intima, filmando le autostrade desolate americane quasi fossero i paesaggi del Tibet, concentrando in forme essenziali e concise le immagini che raccontano una storia anch'essa minimale.
All'origine c'è il romanzo scritto da Mona Simpson, autrice pluripremiata e di grande successo in America. Susan Sarandon rivela scherzando di aver accettato di interpretare Adele perché: "Ho una figlia che stava per compiere 14 anni e volevo allenarmi sullo schermo ad essere la madre di una figlia adolescente prima che la situazione degenerasse. Adele in fondo fa delle cose sbagliate per delle ragioni giuste". Queste brevi frasi sono utili, perché racchiudono la sostanza del film. Che è quella di mettere al centro il sogno americano della fuga dal paesino, di una vita vivace e brillante, dell'affermazione individuale e di dovere confrontare tutto questo con il ruolo di madre, con una figlia che cresce, con i problemi pratici di ogni giorno. Così Adele è ottimista ad ogni costo, vive di fantasie ed utopie e finisce per essere egoista; Ann deve per forza essere concreta e badare all'essenziale. Scambio di ruoli, dunque, con tutto ciò che segue: ripicche, rivalità, gelosie, ma alla fine l'affetto prevale. La commedia tende al melodramma e in qualche passaggio è prevedibile e un po' ripetitiva. I due personaggi centrali però convincono, perché mantengono viva una giusta dose di realismo, di aderenza al vero, a problemi seri che riguardano molti da vicino.

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HURRICANE
THE HURRICANE


Regia: Norman Jewison - Interpreti: Denzel Washington (Rubin 'Hurricane' Carter), John Hannah (Terry Swinton), Deborah Kara Unger (Lisa Peters), Liev Schreiber (Sam Chaiton), Vicellous Reon Shannon (Lesra Martin), David Paymer (Myron Beldock), Dan Hedaya (Vincent Della Pesca), Harris Yulin (Leon Friedman), Debbi Morgan (Mae Thelma), Rod Steiger (giudice Sarokin) - Genere: Drammatico - Origine: Stati Uniti 1999 - Soggetto: tratto da "The sixteenth round" di Rubin Hurricane Carter e "Lazarus and the Hurricane" di Sam Chaiton e Terry Swinton - Sceneggiatura: Armyan Bernstein, Dan Gordon - Fotografia: Roger Deakin - Musica: Christopher Young - Durata: 140' - Produzione: Armyan Bernstein, John Ketcham, Norman Jewison - Distribuzione: Buena Vista International Italia (2000)

  Sarà casuale che a volere fortemente il film sul pugile nero Rubin "Hurricane" Carter, condannato nel '67 per un triplice omicidio, sia stato il divo di colore Denzel Washington? E sarà casuale che la regia sia stata affidata alle esperte mani di un regista, Norman Jewison, di nazionalità canadese proprio come i tre bianchi che tanto si impegnarono ad aiutare l'ergastolano a dimostrare la sua innocenza?
Il caso gioca comunque una grossa parte in questa vicenda. Per pura fatalità Carter all'apice della carriera si trovò a passare nei pressi di un bar pochi minuti dopo una sanguinosa rapina, finendo per 19 anni dietro le sbarre. Per pura fatalità da una catasta di volumi in svendita il ragazzo nero Lesra, che in vita sua non aveva mai letto niente, tirò su l'autobiografia "The Sixteenth Round" scritta in carcere dal pugile. E fu grazie all'interessamento di quel lettore appassionato e dei suoi amici canadesi che Rubin poté uscire di prigione nel 1985 come viene raccontato nel libro "Lazarus e Hurricane" di Chaiton e Swinton (Rizzoli).
"Hurricane" appartiene al genere hollywoodiano classico dell'innocente ingiustamente perseguito e con i suoi prevedibili risvolti narrativi, con quel tanto di melò e quel tanto di agiografico, può essere definito un tipico prodotto di confezione. Ma ce ne fossero! Suggerendo che se Carter fosse stato bianco le cose sarebbero andate diversamente, la sceneggiatura di Armiyan Bernstein e Dan Gordon sa mettere bene a fuoco il retroterra razzista dietro il caso individuale. E quanta maestria da parte del veterano Jewison nel rendere credibili situazioni e ambienti, dal ring alla galera, sottolineando con efficacia i momenti ad alta densità emotiva del dramma giudiziario tanto che le due ore e venti scorrono via veloci.
Su tutto giganteggia Denzel, candidato all'Oscar e premiato alla Berlinale e al Golden Globe: era dai tempi di "Malcolm X" che non gli capitava un ruolo di tale spessore e se ne è appropriato autorevolmente conferendogli umanità e carisma. E occhio al cammeo di Rod Steiger in veste di giudice: un'apparizione folgorante.
  Ci sono almeno tre film in Hurricane, il "biopic" da 140 minuti diretto con astuzia e vigore da Norman Jewison. Uno giudiziario, l'altro carcerario, il terzo sembra il libro Cuore in versione "black". Il più convenzionale è il primo, il più interessante il secondo, ma è difficile resistere al terzo.
Ma Jewison contiene al massimo la parte processuale (semplificando un po' troppo: non tutte le giurie erano composte di soli bianchi, non è mai esistito un folle persecutore come l'ispettore cui qui dà volto Dan Hedaya, a fabbricare prove false fu un plotone di agenti e procuratori, che fra l'altro è anche peggio). Per concentrarsi sul rapporto edificante, ma vero, fra Carter e Lesra, un ragazzo di colore che dopo aver letto le sue memorie ed essersi ritrovato nella sua infanzia miserabile, nelle sue lotte per avere istruzione e giustizia, volle conoscerlo, gli scrisse, andò a trovarlo in carcere fino a diventarne una specie di figlioccio.
E la parte "Cuore", ricca come tutto il resto di licenze. Ma nella ascetica autodisciplina di Carter in prigione, nel suo imparare a non aver bisogno di nulla, nella sua solitudine scelta e costruita pezzo per pezzo, sta la grandezza all'antica hollywoodiana di un film retorico e falsificato quanto volete, ma anche trascinante e comunicativo. A immagine del nobile, statuario, come sempre bravissimo Denzel Washington.

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LUNA PAPA


Regia: Bakhtiar Khudojnazarov - Interpreti: Chulpan Khamatova, Moritz Bliebtreu, Ato Mukhamedshanov, Polina Raykina (la voce di Chabibullah), Merab Ninidze, Nikolai Fomenko, Loia Mirzorakhimova, Sheraly Abduikaisov - Genere: Grottesco - Origine: Russia / Germania / Austria 1999 - Soggetto: Irakli Kwirikadze - Sceneggiatura: Irakli Kwirikadze, Bakhtiar Khudojnazarov - Fotografia: Martin Gschiacht, Dusan Joksimovic, Rotislav Pirumov, Rali Ralchev - Musica: Daler Nasarov - Durata: 106' - Produzione: Heinz Stussak, Karl Baumgartner - Distribuzione: Lucky Red Distribuzione (2000)

  C'è un posto, ai confini del mondo, dove possono piovere le mucche dal cielo. È un posto, ovviamente, abitato da gente un po' "tocca" in riva a un lago che cambia colore come per magia, con le strade percorse da cavalli lanciati in un galoppo sfrenato. E le stesse persone sembrano essere tarantolate, prese da una frenesia di vivere che mal si acconcia con le scarsissime risorse disponibili. Si corre, si ansima, ci si dà perennemente da fare, mentre tutt'intorno si muove la più variopinta e strana delle umanità. Bakhtiar Khudojnazarov, giovane regista nato a Dusanbe (Tagikistan) ma residente a Berlino, ha imparato come meglio non si potrebbe la lezione dei suo amico e maestro Emir Kusturica: in Luna Papa dà vita a un universo chiassoso, preda di un vitalismo esasperato, ma anche capace di lasciarsi andare a momenti di toccante lirismo. Soprattutto quando in scena arrìiva Mamlakat, la diciassettenne protagonista, che balla con le amiche, travestita da anguria (!) nelle varie feste locali. La ragazza ha un sogno: vedere una rappresentazione di Shakespeare, che una compagnia di teatranti nomadi - si spostano su un vecchissimo aereo a elica - mette in scena nelle città della zona. L'anziano padre e il fratello matto Nasreddin l'accompagnano, a bordo di una rossa e vetusta automobile. nel suoi giri alla ricercadel teatro. Finalmente, in una notte di luna piena, il sogno sembra avverarsi... E insieme la bella Mamlakat non resiste al fascino di un attore che, a suo dire, sarebbe addirittura amico di Tom Cruise.
Tutto è stato bellissimo, ma ora Mamlakat ha un figlio in grembo. Come dirlo a papà? C'è da giurare che il genitore, capace di omeriche arrabbiature, non si darà pace finché non avrà trovato il seduttore, ricercandolo anche in capo al mondo.
  Siamo nei paraggi di Samarcanda e una bella ragazza viene sedotta e abbandonata, complice una notte di luna piena, da uno pseudo attore. Al padre, aiutato dal fratello, spetta il compito dell'inseguimento e della vendetta, tremenda vendetta, su un'auto scassata, lungo una serie di panorami bellissimi, affidati al talento visionario di Bakhtiar Khudojnazarov, che fa raccontare la storia al nascituro che si affaccia su questo pazzo pazzo mondo, fa trovare un uomo disposto a riparare il torto, tenendosi un jolly finale. Ogni aggettivo vale: grottesco, fantastico, scatenato, alla scuola di Kusturica ma degno anche di García Márquez nel ribaltamento di ogni logica. Il trionfo del fantasy anche psicologico, costruito con l'artigianato di una fantasia personale legata alla tradizione di una cultura (più superstizione, leggenda) e di una geografia, l'Asia ex sovietica, come regola narrativa per "épater" un pubblico stufo del computer e che troverà qui occasioni per stupirsi e forse anche commuoversi su questa gente travolta da molto insoliti destini.

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GARAGE OLIMPO


Regia: Marco Bechis - Interpreti: Antonella Costa (Maria), Carlos Echevarria (Felix), Pablo Razuk (Texas), Enrique Pineyro (Tigre), Marcelo Chaparro (Turco), Miguel Oliveira (Nene), Adrian Fondari (Rubio), Dominique Sanda (Diane), Chiara Caselli (Ana), Paola Bechis (Gloria) - Genere: Drammatico - Origine: Italia/Francia/Argentina 1999 - Soggetto e sceneggiatura: Marco Bechis, Lara Fremder - Musica: Jacques Lederlin - Montaggio: Jacopo Quadri - Durata: 98' - Produzione: Classic Roma (Italia), Paradis Films Parigi (Francia), Nisarga Buenos Aires (Argentina) - Distribuzione: Istituto Luce (2000)

  Bellissima idea: raccontare l'incubo dei "desaparecidos", che fra il '76 e l'82 inghiottì 30.000 argentini, dal punto di vista di un mostro. Anzi di un mostro della porta accanto: un giovanotto dall'aria perbene, di poche parole, invaghito della ragazza da cui sta a pensione.
Girato a Buenos Aires (e si sente) dall'italo-cileno Marco Bechis, passato di persona sotto le mani dei militari argentini, Garage Olimpo sfugge ai rischi della mera ricostruzione, del docu-drama, del ricatto emotivo, in virtù di questa coraggiosa idea di racconto. E di uno stile alto e sorvegliato che non spettacolarizza né calca la mano sull'orrore. Vengono i brividi a pensare cosa avrebbe fatto un regista americano. Ma Bechis riesce a coniugare concretezza e interiorità, la trama nuda e implacabile dei fatti e quella impalpabile ma non meno brutale dei sentimenti.
Per il resto c'è tutto, con molti dettagli di prima mano: le atrocità, gli abusi dei militari che rubavano beni e case alle vittime, le canzonette a tutto volume per coprire le urla, il ping-pong accanto alle celle, un prete-spia, i corpi gettati in mare dall'aereo, un caso esemplare di "sindrome di Stoccolma" complicata da una sorda vendetta di classe. E la certezza che molti sapevano ma nessuno parlava. Come sempre - ed è anche per questo che Garage Olimpo non parla solo del passato ma del presente e, temiamo, del futuro.
  Otto anni fa, ai tempi del suo primo film in Alambrado, si poteva già scommettere sul talento di Marco Bechis. E a otto anni di distanza, dopo un lungo silenzio, Garage Olimpo - emozionante, duro, rigoroso - è arrivato lo scorso maggio nel panorama di Cannes a confermare le qualità di un cineasta molto speciale portandosi dietro tutta la forza di una terribile esperienza collettiva che il film rivisita attraverso una storia individuale.
La storia raccontata dal film di Marco Bechis, quella che lui ha vissuto da studente a Buenos Aires e da cui è fortunatamente e fortunosamente uscito, è quella di trentamila ragazzi scomparsi per mano dei militari argentini nei tragici anni dei desaparecidos. Il suo carcere si chiamava Club Atletico anziché Garage Olimpo, il finale, per fortuna, è diverso. Ma che sia una esperienza vera, vissuta in prima persona, lo si sente, nel trattamento semplice, austero, severo della vicenda, scritto da Bechis assieme a Laura Fremder. Anche se, mettendo al centro della vicenda un personaggio femminile e costruendo un singolare rapporto a due, Bechis attiva un meccanismo appena più romanzesco.
La bravura di Bechis sta nel condurre il suo Kammerspiel - che si apre nel finale a un'immagine sconvolgente del Rio della Plata - con straordinario pudore, senza mai cedere in rigore ai risvolti romanzeschi di film anche molto belli come "La storia ufficiale" o "La morte e la fanciulla", giocando sulla normalità perversa della situazione, sulla routine della prigionia, sulla impiegatizia, irresponsabile banalità del male, innescando, in questa normalità, un'identificazione che ci costringe a ricordare degli orrori troppo presto messi in un angolo della memoria.

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IL TERZO UOMO
THE THIRD MAN


Regia: Carol Reed - Interpreti: Orson Welles, Joseph Cotten, Alida Valli, Trevor Howard, Bernard Lee - Distribuzione: B.I.M. - Durata: 104'

  Quando si ha a che fare con un geniale illusionista dello schermo come Orson Welles, nulla può essere semplicemente quello che sembra. Così non possiamo fidarci interamente dei titoli di testa di questo classico del cinema noir, a sentire i quali i ruoli del cast sono ben definiti: Carol Reed regista, Graham Greene sceneggiatore e Orson Welles coprotagonista. In realtà la testimonianza dello stesso Reed dimostra che Welles ha ricreato in maniera sostanziale il suo personaggio, facendolo assurgere a quella grandezza negativa propria dei personaggi ai quali ha dato vita come regista-interprete nei suoi film più celebri e personali. Il banale cattivo di un film poliziesco è diventato così nelle mani di Welles una personificazione del male, portavoce di una inquietante morale negativa, riassunta nella battuta sugli orologi a cucù, che è diventata una delle battute più famose della storia del cinema.
L'occasione per risentire la celebre frase e godere appieno dell'interpretazione creativa di Welles, della suggestiva fotografia in bianco e nero di Robert Krasker (Oscar 1950) e delle ossessive note di cetra della colonna sonora di Anton Karas, ci sono offerte dall'edizione restaurata de "Il terzo uomo", realizzata in occasione del cinquantenario del film. Conservati per mezzo secolo in una camera blindata degli Studios Pinewood di Londra, il negativo originale al nitrato della pellicola ed il relativo negativo ottico al nitrato della colonna sonora sono stati completamente restaurati e il film è stato riportato alla durata prevista dal montaggio originale di Reed e mutilata invece di una decina di minuti nella versione voluta dal coproduttore americano David O. Selznick.
Un classico del cinema di spionaggio, cupo e sinistro nella ricostruzione di una Vienna. trasfigurata dall'elegante bianco e nero di Robert Krasker (Oscar per la miglior fotografia) e accompagnato da un celeberrimo motivo musicale suonato alla cetra da Anton Karas. Sceneggiato da Graham Greene a partire da un proprio racconto, il film riesce a trasmettere allo spettatore il "pessimismo notturno" del regista (che tolse il lieto fine pensato dallo scrittore) attraverso una scelta di regia barocca, ridondante e melodrammatica "impreziosita da set davvero straordinari che il grandangolo tanto caro a Reed distorce senza pietà". E tra i personaggi deformati da angolazioni esasperate e inghiottiti dagli intrichi di vicoli e di tombini, emerge la figura demoniaca di Harry Lime, sardonico criminale di guerra che spiega il suo cinismo m un monologo celeberrimo che non esisteva nella sceneggiatura originale e che fu inventato da Welles stesso: "In ltalia, sotto i Borgia, per trent'anni hanno avuto guerre, terrore, assassinii, massacri: e hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera, hanno avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e cos'hanno prodotto? Gli orologi a cucù". Probabilmente non è vero che Welles abbia anche supervisionato certe scene (soprattutto l'inseguimento nelle fogne) ma è certo che Reed aveva ben presenti le regie del suo protagonista. Nella versione inglese la voce che introduce gli eventi è di Reed, in quella americana di Cotten (il doppiaggio italiano cancella l'una e l'altra). Palma d'oro al festival di Cannes.

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SONATINE


Regia: Takeshi Kitano - Interpreti: Takeshi Kitano, Aya Kokumai, Tetsu Watanabe, Eiji Minakata

  Il capolavoro di Kitano (anche sceneggiatore): un noir che parte all'insegna dell'umorismo nero e del sarcasmo (la scena della tortura subacquea mostra come la regia si tenga in equilibrio tra cinismo e orrore, senza scadere, alla fine, nello sberleffo alla Tarantino), si trasforma in un beach-movie metafisico che manda all'aria ogni suspense banale da film di genere, e finisce all'insegna di un'epica nichilista. Kitano è uno dei pochi registi contemporanei che si chiede ancora dove collocare la macchina da presa e come montare le immagini, senza accettare nessun tipo di convenzioni. Il sangue scorre come in un film di Peckinpah, ma la sintassi astratta delle scene d'azione potrebbe essere stata immaginata da un Ozu o, meglio, da un Bresson. Il bello è che questo modo di narrare imprevedibile e folgorante non si esaurisce nel formalismo, ma sottende una visione amara della vita come ilare avvicinamento alal morte.
  Sonatine è un film di gangster, o meglio di yakuza, anomalo e balzano, poi un gioco, poi una dichiarazione filosofica di impossibilità. Si comincia con una sede di regolamenti di conti tra bande di yakuza, condotte con lo stile e lo humour freddo dei fumetti. Si continua su una spiaggia dell'isola di Okinawa, dove la gang viene spedita dal capo a condurre una misteriosa trattativa tra bande rivali che si rivela (forse) una trappola. Rifugiati, a ogni buon conto, in una sorta di vacanza-fuga nel luogo di una celebre sanguinosa sconfitta (o vittoria, a seconda dei punti di vista) i nostri yakuza in camiciotti hawayani diventano bambini, danzano come geishe, preparano scherzetti e trappole, si lavano felici sotto le grandi piogge, accolgono (castamente) una bella sconosciuta di piccole virtù che non si leva più di torno, e attendono, come i militari di "Il deserto dei tartari", che qualcosa succeda.
Kitano, che mai si scompone ma ogni tanto sorride alla Bogart, nel ruolo di Murakawa, capo e maestro dei giochi, manovra la sua banda con affettuoso distacco, e nel ruolo di regista, orchestra un piccolo scherzo di classe (Sonatine è in questo senso un titolo perfetto) tra pulp e asilo d'infanzia, tra ferocia stilizzata e coreografia del riposo del guerriero.
Ma il film resta spiazzante. Perché è giapponese, e non si può sperare di decoficarne i significati fino in fondo. Perché sotto il gioco si avverte un disagio che culminerà nel finale. Perché c'è qualcosa di elusivo in questo scontro che vediamo a sprazzi e a bocconi (o come il riflesso di fuochi d'artificio sul soffitto di un edificio abbandonato) tra nemici così uguali da esser indistinguibili. I cinefili francesi hanno parlato di "taoismo in noir". Forse è un po' troppo, ma è un buon passepartout.

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RISORSE UMANE
RESSOURCES HUMAINES


Regia: Laurent Cantet - Interpreti: Jalil Lespert, Jean-Claude Vallod, Chantal Barrè, Veronique de Pandelaère - Genere: Drammatico - Origine: Francia 1999 - Durata: 100' - Produzione: Sept ARTE, Haut et Court - Distribuzione: Mikado (2000)

  Chi si rivede, la classe operaia. Eravamo abituati a vederla solo in qualche raro documentario (come quelli di Chiesa e Calopresti), o spiritosa e combattiva nei film di Loach. E invece, sorpresa, ecco "Risorse umane". Tono e tecniche da reportage... Cast di non professionisti (salvo il protagonista), selezionati nelle liste di disoccupazione e calati in ruoli che vanno loro come un guanto. Verismo totale, impressionante. In Francia ha scatenato tante emozioni. Anche per merito della storia che racconta.
Un padre, un figlio, una fabbrica. Il figlio, che ha studiato, torna alla città e alla fabbrica dove il padre è operaio, per uno stage in direzione. Il padre vede in quell'ascesa sociale il riscatto per una vita di lavoro. Ma un figlio di operai tra i dirigenti è anche l'arma ideale per dividere i lavoratori, già spiazzati dalle 35 ore... "Un mélo famigliare", lo definisce l'autore. Vero. Duro, esatto, incalzante. Non la verità sulla fabbrica. Bensì: una verità (scomoda) su padri e figli. Non perdetelo.
  Dalla Francia un cinema come quello che da noi, nei Sessanta, si definiva "civile". Con i temi sociali strettamente inseriti in quelli umani, spesso facendosene determinare. Un padre e un figlio. Il primo, da trent'anni, è operaio in una fabbrica in provincia, il secondo, tornato da Parigi dove ha studiato, è assunto come praticante nella stessa fabbrica nel reparto Risorse Umane.
Una storia scritta e poi rappresentata da un esordiente, Laurent Cantet, che è già, però, grande cinema. Esatto nel disegno dei personaggi, preciso nella costruzione dei loro contrasti, addirittura fervido nel costruirvi attorno, e sempre dal vero, quella cittadina di provincia, quella fabbrica, quegli operai con le loro famiglie e i loro problemi. Il rapporto padre-figlio è perfetto. Inciso, scavato, portato fino alle lacerazioni più dure - lo scontro finale - ma neanche un solo momento lasciato sfiorare dal patetismo o dalla retorica.
Con un distacco, anzi, che, anche quando l'autore si rivela partecipe, evita di metter l'accento sulle ragioni e sui torti, al padre lasciando la sua fedeltà al lavoro e la gioia per quel figlio cui, all'inizio, ne vede scegliere uno migliore, del figlio tracciando un ritratto composito e spesso contraddittorio con dilemmi che, appunto, il finale a bella posta non scioglie.
Eguali attenzioni, e le stesse verità, in tutti gli altri attorno, la madre, una sorella, una sindacalista, i dirigenti. Scelti, salvo il protagonista Jalil Lespert, fra non professionisti, tutti più autentici, però, di attori chiamati a recitare la spontaneità. Un film eccezionale. Che onora il cinema francese.

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MAN ON THE MOON


Regia: Milos Forman - Interpreti: Jim Carrey (Andy Kaufman), Danny DeVito (George Shapiro), Courtney Love (Lynne Margulies), Paul Giamatti (Bob Zmuda), Tony Clifton (se stesso), Vincent Schiavelli (Maynard Smíth), Budd Friedman (se stesso), Pamela Abdy (Diane Barnett) - Genere: Commedia - Origine: Stati Uniti 1999 - Soggetto: Scott Alexander, Larry Karaszewski - Sceneggiatura: Scott Alexander, Larry Karaszewski - Fotografia: Anastas Michos - Musica: R.E.M. - Montaggio: Christopher Tellefsen, Lynzee Klingman - Durata: 118' - Produzione: Danny DeVito, Michael Shamberg, Stacey Sher - Distribuzione: Warner Bros Italia (2000)

  Non uno, ma quattro uomini lunari popolano "Man on the Moon". Il primo è naturalmente l'antieroe della biografia Andy Kaufman, dadaista, comico televisivo, cabarettista provocatore, strafottente e sconveniente, morto di cancro ai polmoni a trentaquattro anni, sconosciuto in Europa, oggetto negli Stati Uniti del culto d'una minoranza: artista masochista, sempre in lotta contro la banalità e la ripetizione, geniale nel parodiare Elvis Presley e nel fingersi uno straniero imbranato, capace di leggere in palcoscenico dalla prima all'ultima riga "Il grande Gatsby" di Scott Fitzgerald a un pubblico sbalordito, capace di insultare le donne e di sfidarle a botte sul ring del wrestling, capace di parlar male dei meridionali in generale, di scherzi atroci, di non essere mai come gli altri si aspettavano che fosse. Il secondo uomo è Milos For man, 68 anni, il regista cecoslovacco emigrato negli Stati Uniti da oltre trent'anni, l'Oscar-autore di "Amadeus" ma anche di "Qualcuno volò sul nido del cuculo": dopo "Larry Flint - Oltre lo scandalo" (1996) questa è la sua seconda biografia di personaggi profondamente anticonformisti, anche sgradevoli ma irriducibili, mal capiti, inquietanti, detestati dal perbenismo, coraggiosi per scelta artistica ed esistenziale. "Man on the Moon" non indugia affatto a raccontare vita privata e storie sentimentali di Andy Kaufman: il ritratto d'una trasgressione è di gran rigore, il film tenta di somigliare al suo protagonista. Il terzo uomo di "Man on the Moon" è Danny De Vito, ottimo interprete del personaggio dell'agente di Kaufman: prima o poi bisognerà analizzare questo piccolo attore comico divertente, loquace e volgare, regista di perfette commedie nere ("La guerra dei Roses", "Getta la mamma dal treno"), produttore con la sua società Jersey Films anche di opere innovative quali "Pulp Fiction" di Tarantino, "Get Shorty" con Travolta o "Giovani, carini e disoccupati". Il quarto uomo e non certo l'ultimo, si capisce, è Jim Carrey: uno degli attori più raffinati e intelligenti, ricco d'una cornicità anche fisica irresistibile, vitale, sfrontato, complesso. Bravissimo e sinora (anche per "The Truman Show") ignorato dall'Oscar.
  Chi si ricorda di Andy Kaufman? Da noi è un perfetto sconosciuto. Negli Usa è un mito, anche se per pochi. Era un comico ma preferiva provocare che divertire. Era ebreo, ma non ricordava nessun altro comico ebreo. La tv, gli diede fama e denaro, ma lui la disprezzava al punto di imporre clausole dementi e autodistruttive. Era anche giovane, e giovane sarebbe rimasto: morì nel 1984 di un cancro ai polmoni, lui che nemmeno fumava, a 35 anni. E il bello è che a forza di prendere tutti per i fondelli, nessuno credette alla sua malattia. Nemmeno i parenti e i collaboratori più stretti. Per raccontare un personaggio così ci sono solo due strade. Dare un senso alla sua esistenza, oppure no. Il 99 per cento dei "biopic" sceglie la prima strada. Milos Forman, coraggiosamente, si butta sulla seconda.
E difatti Man on the Moon è molto meno e molto più che una biografia. È un enigma senza soluzione. Una parabola di sapore quasi fantastico, anche se nulla è invento.
Tutto pur di non essere, non consistere, non cristallizzarsi. Pirandello nell'era della tv, insomma. O meglio, l'opposto del "Truman Show". Un attore così consapevole del proprio essere attore, e dunque trucco, finzione, da non potersi realizzare se non deludendo il suo pubblico. A qualsiasi costo. Come Kaufman, "Man on the Moon" è infatti spiazzante e tonificante insieme. Come nel '99, Hollywood si è ben guardata dal candidare un immenso Jim Carrey all'Oscar. E poi dicono che a non capire i comici sono i critici.

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ALTA FEDELTA'
HIGH FIDELITY


Regia: Stephen Frears - Interpreti: John Cusack, Iben Hjejle, Todd Louiso, Jack Black, Lisa Bonet - Sceneggiatura: D.V. DeVincentis, Stene Pink, John Cusack, Scott Rosenberg - Fotografia: Seamus McGarvey - Produzione: Touchstone / Working / Title / Dogstar Films / New Crime prod. - Distribuzione: Buena Vista - Origine: U.S.A (2000) - Durata: 113'

  Nick Horsby, un nome una garanzia. Era l'autore del romanzo Febbre a 90°, portato sul grande schermo, con nostro sommo diletto, da David Evans nel '96; ed è lui a firmare un altro simpatico best seller, Alta fedeltà, che trova ora la via del cinema grazie alla mano esperta, di Stephen Frears. Horsby + Frears, due nomi due garanzie. Il primo racconta come pochi ansie e attese, turbamenti e gioie improvvise (e la sua capacità di scavare nella psicologia dei maschi, scherzando e sferzando, lascia stupiti); il secondo, si sa, ha una, dimestichezza tale con la macchina da presa da poter affrontare ogni soggetto, dal più cupo al più lieve.
E qui siamo davvero sul lieve. Amori e musica, musica e amori. La colonna sonora di alcuni decenni, dagli anni 60 ai nostri giorni; e le scorribande sentimentali di un trentenne di Chicago, Rob Gordon (John Cusak), proprietario di un negozio di vecchi dischi ("Championship Vinyl", campeggia sull'insegna) dove si danno appuntamento tutti i patiti del settore. Tipi strani, che per un lp raro (o, meglio ancora, in copia unica) sarebbero disposti a vendersi mamma e fidanzata. Strani sono anche i due commessi, ovviamente con gusti musicali antitetici, uno Stanlio magro e timido e un Ollio ciccio ed esuberante, sempre intenti a beccarsi.
Meno strano, molto normale anzi, è proprio Rob, che ha un solo, grande problema: tutte le sue donne (magnifiche invero, beato lui!) lo lasciano dopo un po'. Che cosa c'è che non va nel suo carattere? Che cosa lo costringe alla solitudine? Partendo da Laura, l'ultima (bionda) che l'ha mollato, Rob comincia un cammino a ritroso alla ricerca delle best five della sua vita (fra le cinque c'è anche una strepitosa mora, Catherine Zeta-Jones). Vuole sapere, deve capire: la maturità bussa, finalmente, alle porte, e il nostro si direbbe un po' stanco di sentirsi un eterno bambino.
Un uomo che ama le donne, come nell'indimenticabile film di Truffaut, e che adora la musica: almeno due cose belle della vita (ribeato lui!) le ha provate.
  Alta fedeltà è il tipo di commedia che ti fa sentire a casa fino dalle prime inquadrature; un po' attuale, come lo è sempre una storia di sentimenti, un po' fuori-moda, come i dischi di vinile che il protagonista si ostina a vendere contro l'imperante tecnologia dei CD. Meno "sociale" che nei film realizzati in Inghilterra, meno preoccupato di quando dirige ad alto budget per Hollywood, Stephen Frears appare perfettamente a proprio agio: muove i personaggi sulle note di una ricchissima colonna sonora, fa colloquiare Rob con Springsteen, si avvale di un cast femminile che include la star Catherine Zeta-Jones, la musa del cinema indipendente Lili Taylor e Joan Cusack (sorella di John nella realtà) nella parte di un'amica.
Divertente, benché sovraccaricato, il "cammeo" di Tim Robbins, rivale in amore col codino alla Steven Seagal. Ma si consiglia di tenere d'occhio soprattutto Jack Black nella parte di Barry, il commesso fanatico del pop: già visto sullo schermo in piccoli ruoli, cantante dei Tenacious D., Black è una specie di John Belushi prima maniera, di irresistibile simpatia.

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UN MARITO IDEALE
AN IDEAL HUSBAND


Regia: Oliver Parker - Interpreti: Julianne Moore (Mrs. Laura Cheveley), Rupert Everett (Lord Arthur Goring), Jeroen Krabbé (Barone Arnheim), John Wood (Caversham), Minnie Driver (Mabel Chiltern), Cate Blanchett (Lady Gertrude Chiltern), Jeremy Northam (Sir Robert Chiltern), Peter Vaughan (Phipps), Lindsay Duncan (Lady Markby) - Genere: Commedia - Origine: Gran Bretagna/Stati Uniti 2000 - Sceneggiatura: Oliver Parker - Fotografia: David Johnson - Musica: Charlie Mole - Montaggio: Guy Bensley - Durata: 97' - Produzione: Miramax, Le Studio Canal+, Fragile Films, Icon Entertainment International, Arts Council of England, Pathé Pictures - Distribuzione: Medusa (2000)

  Battuta colta al volo all'uscita di Un marito ideale: "Però mica male i dialoghi: ma chi è 'sto sceneggiatore?". Grazie tante, è Oscar Wilde. Una penna fine che scriveva per il teatro battute così: "Un idillio non dovrebbe mai esordire con il sentimento: dovrebbe iniziare con la logica e finire con un accomodamento". Licenziata da Wilde nel 1893, dopo Salomé e prima del rovinoso processo per omosessualità che l'avrebbe portato in galera, la commedia gioca con i meccanismi tipici di certo teatro brillante francese. Nella Londra di fine 800 il politico in carriera Sir Robert Chiltern (Jereiny Northam), bello e facoltoso, sembra davvero il "marito ideale"dei titolo. Ma un'ombra grava sul suo matrimonio felice con Lady Chiltern (Cate Blanchett): anni prima l'uomo si arricchì vendendo un segreto di Stato, e ora la disinvolta Cheveley (Julianne Moore), che fu sua amante, è pronta a rivelare l'episodio alla stampa se lui non sosterrà in Parlamento un certo progetto. Il ricatto offre lo spunto per imbastire una farsa sentimentale sul tema dell'ipocrisia che moltiplica in sottofinale bugie e richieste di matrimonio. Se Rupert Everett, nei panni del dandy Arthur Goring e insidiato dalla sorella (Minnie Driver) del "marito ideale", si diverte a evocare lo spirito sulfureo dell'autore, tutti gli interpreti si intonano al clima all british della pièce, brillante nella tessitura dei dialoghi, piuttosto convenzionale nell'impaginazione da Filodrammatici firmata da Oliver Parker.
  Alla base c'è l'omonima commedia scritta da Oscar Wilde poco prima della morte, avvenuta nel 1900. Il testo, come si sa, è da inserire sul versante 'leggero' della produzione dello scrittore irlandese che affianca quello più decisamente cupo e drammatico. Ma la definizione di 'leggero' è una pura convenzione riferita ai toni esteriori del copione. In realtà poi il canovaccio ben collaudato della commedia degli equivoci è messo da Wilde al servizio di un meccanismo, dove la comicità diventa sferzante ironia di costume, dove il piacere della raffinatezza verbale diventa sfida alle convenzioni, dove insomma la società londinese di fine Ottocento si ritrova per intero, con le sue sicurezze ma anche i suoi vizi, i timori, le piccole meschinerie, la convinzione tutta inglese di essere di esempio per il resto del mondo. Il film è una messa in immagini fedele e aderente, un bell'esempio di cinema al servizio del teatro. Frizzante, pieno di umori e di sapori nella ricostruzione ambientale e nei costumi, il film mette in guardia contro la tentazione di idealizzare le persone, chiunque esse siano. Una morale offerta senza pedanteria, con classe, eleganza, stando dentro le cose senza esserne prigionieri.

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L'AMORE CHE NON MUORE
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Regia:Patrice Leconte

   
   

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LA LINGUA DEL SANTO
La lingua del santo


Regia: Carlo Mazzacurati

   
   

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