home = "history/2004idx.htm"; // Home page address // Recensione dei film in programmazione // movie[x,0]= Ultimo giorno di programmazione espresso da yyyymmdd // movie[x,1]= Titolo // movie[x,2]= Titolo Originale // movie[x,3]= Link // movie[x,4]= Regista // movie[x,5]= Cast // movie[x,6]= Genere // movie[x,7]= Origine // movie[x,8]= Sceneggiatura // movie[x,9]= Fotografia // movie[x,10]= Musica // movie[x,11]= Durata // movie[x,12]= Produzione // movie[x,13]= Distribuzione // movie[x,14]= Recensione 1 // movie[x,15]= Recensione 2 // movie[x,16]= Recensione 3 // movie[0]= new Array ("LDAY", "TITLE", "OTITLE", "LINK", "DIREC", "CAST", "GENRE", "ORIG", "SCENEGG", "FOTO", "MUSIC", "DUR", "PROD", "DISTR", "REC1", "REC2", "REC3"); movie = new Array(); movie[0]= new Array ("", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[1]= new Array ("", "IL SEGRETO DI VERA DRAKE", "Vera Drake", "", "Mike Leigh", "Imelda Staunton (Vera Drake), Phil Davis (Stan), Peter Wight (ispettore Webster), Adrian Scarborough (Frank), Heather Craney (Joyce), Daniel Mays (Sid), Alex Kelly (Ethel), Sally Hawkins (Susan), Eddie Marsan (Reg), Ruth Sheen (Lyly), Helene Coker (WPC Best), Allan Corduner (psichiatra)", "Drammatico", "Gran Bretagna 2004", "Mike Leigh", "Dick Pope", "Andrew Dickson", "124", "Simon Channing Williams", "BIM", "Valutazione Pastorale: Va detto subito che la vicenda é del tutto immaginaria, ossia non è tratta da alcuna storia vera come invece già durante la Mostra di Venezia 2004 (dove il film ha vinto il Leone d'Oro) molti insistevano a dire, forse ingannati da quella sorta di realismo puntiglioso e quasi documentaristico che Mike Leigh costruisce con bella padronanza stilistica. Finzione, dunque, e tuttavia cronaca vibrante. C'è una serie infinta di obiezioni che si possono rivolgere al regista (soprattutto da parte di chi lo ha ascoltato nella conferenza stampa veneziana) e alla sua difesa 'programmatica' di una donna incolpevole perché ingenua e sempre animata da sincero slancio solidale nelle sue operazioni di interruzione della vita. Affrontato (com'era inevitabile che fosse) nell'ottica radicale e protestante insita nella cultura anglosassone), il tema dell'aborto é affrontato, astraendo da qualunque dimensione relativa alla sacralità e al mistero della vita nascente: resta invece ben saldo sulla materialità della vita quotidiana e su un'etica di tipo quasi geometrico. Il copione insomma pende poco dalla parte dei bambini non nati e molto da quella di Vera, il cui irrefrenabile pianto conclusivo suona tutto come una dimostrazione di presa di coscienza e di autoassoluzione (ma poi se davvero era convinta di fare del bene, perché la donna non ha mai detto niente alla famiglia?). Luci ed ombre segnano dunque la storia, i cui sviluppi sono da accogliere con molta cautela. Il film, dal punto di vista pastorale, é pertanto da valutare come discutibile, affidandone il taglio problematico ai molti dibattiti che certo susciterà, tenendone presenti le caratteristiche fondanti.", "Storie di povera gente. Storie tristi, quelle raccontate ancora una volta da Mike Leigh, regista innamorato degli umili, nel «Segreto di Vera Drake». Tutto succede in un mondo che ci pare lontano anni luce, eppure è la Londra di appena mezzo secolo fa o poco più. Case grigie, lavoro duro, morale oppressiva. Si fa, ma non si dice. E peggio per chi non ha gli strumenti per cavarsi d’impiccio.
In questo universo così cupo spicca la figura di Vera, donna di mezza età sposata con un marito sobrio e affettuoso. Ci si accontenta, nella sua famiglia. Tutto quello che arriva è considerato una benedizione. Niente grilli per la testa, solo il desiderio fortissimo di vedere accasati i figli: il maschio, un gran bravo ragazzo, e la femmina, estremamente riservata e timida. Nessuno potrebbe pensare che anche qui, dietro una facciata così serena, si nasconda un grande segreto.
In realtà Vera, che per contribuire al magro bilancio fa le pulizie in varie abitazioni, procura aborti clandestini. Ma, attenzione, non lo fa a fini di lucro. Casomai è l’amica che le presenta le “clienti” a guadagnarci qualche sterlina; lei no, è assolutamente “pura”. Nessuna coscienza di compiere un reato, nessuno scrupolo morale: lei, con molta semplicità, “aiuta” le donne in difficoltà, procura loro la possibilità di ritornare a vivere a testa alta in società. Signorine, sposate, giovani e anziane: per tutte quelle che non possono permettersi i costi della clinica, l’intervento di Vera diventa l’unica via di salvezza.
La cosa non può durare all’infinito, è ovvio. Al primo “incidente” la polizia interviene, con grande scandalo. Ma quanto Vera è colpevole? Qual è il suo ruolo? Perché la società non si è posta prima il problema, cercando di dare una mano a tante persone finite nei guai? Lo sguardo dolente della protagonista, le sue lacrime, lo strazio della sua anima e dei suoi cari ci pongono domande alle quali non ci si può sottrarre.", ""); movie[2]= new Array ("", "UN BACIO APPASSIONATO", "Ae fond kiss", "", "Ken Loach", "Atta Yaqub (Casim Khan), Eva Birthistle (Roisin Murphy), Shabana Bakhsh (Tahara Khan), Shamshad Akhtar (Sadia Khan), Ahmad Riaz (Tariq Khan), Ghizala Avan (Rukhsana Khan)", "Commedia", "Gran Bretagna/Italia/Germania/Spagna (2004)", "Paul Laverty", "Barry Ackroyd", "George Fenton", "103", "Rebecca O'Brien", "BIM Distribuzione", "Da un titolo all’altro, da una città inglese all’altra, Ken Loach prosegue la sua indagine sulla complessa realtà sociale d’oggigiorno. In Ae fond kiss il tema è quello classico dei film sentimentali, ovvero Boy meets girl: un giovane incontra una ragazza, i due si piacciono e comincia una storia. Tutto sarebbe semplice se Casim non fosse un esule pachistano e Roisin una bionda irlandese: in parole povere, il loro è un amore destinato ad essere contrastato. Il problema di lui sono un padre e una madre tradizionalisti, decisi a imporre la propria volontà ai figli; e, nel caso particolare, ad accasare Casim con una cugina fatta venire apposta dal Paese natio. In cambio Roisin, brava insegnante di musica in una scuola cattolica, vede il posto di lavoro messo a rischio dalla prepotenza di un prete che per controfirmare la sua assunzione in pianta stabile esige l’annullamento del suo precedente matrimonio, la conversione del fidanzato alla religione cristiana, le nuove nozze e l’impegno che gli eventuali figli saranno battezzati. Operate alcune mosse spericolate (una vacanza clandestina in Spagna, l’uscita di casa per convivere con la donna amata) Casim viene messo di fronte alle sue responsabilità: se manda a monte il fidanzamento già combinato, la sorella maggiore vedrà sfumare il matrimonio con un connazionale; e intanto la sorella piccola morde il freno perché il babbo le ha vietato di accettare una borsa di studio all’Università di Edimburgo. È ben difficile districarsi fra tanti problemi: Casim è legatissimo ai suoi, Roisin sopporta finché può e ogni tanto sbotta. L’estro felice di Loach, sulla sceneggiatura dell’abituale collaboratore Paul Laverty, lo guida nell’impresa di farci toccare con mano l’invivibilità di un rapporto che potrebbe essere felicissimo in un contesto avvelenato dai pregiudizi e dalla bigotteria. In attesa di vedere come va a finire si palpita per i due innamorati; e intanto, trascorrendo da una situazione all’altra come accade in ogni commedia che si rispetti, impariamo a conoscere questa Glasgow multirazziale che prefigura il mondo in cui vivranno i nostri figli e nipoti. Di Ae fond kiss convince anche la garbata disinvoltura degli interpreti principali, Eva Birthistle (attrice di Dublino) e Atta Yaqub (non professionista), e del piccolo coro di personaggi ritagliati dalla realtà che li circondano.", "L'analisi sociale di Ken Loach, tuttora il più vitale e arrabbiato dei registi inglesi, è sempre partita dal privato, prova ne sia il vecchio e magistrale Family Life. Il vissuto quotidiano ha sempre dato di gomito alle ideologie nei suoi grandi film denuncia dove mancano i soldi per il vestito della prima comunione. Ecco che oggi l'autore di Piovono pietre e Riff Raff si riscopre un romantico sentimentale, ora il veicolo espressivo è quello, e in Un bacio appassionato (A Fond Kiss) racconta la commedia di Romeo e Giulietta ambientata a Glasgow. Dove Lei è un'irlandese cattolica insegnante di musica e Lui un dj pakistano e musulmano che la famiglia ha già promesso alla cugina. Per far vincere l'amore i due dovranno combattere una montagna di pregiudizi pubblici e privati, compresi quelli che stanno sommersi sotto il cuore ma portano il conto. I due stessi innamorati, in un weekend spagnolo, rischiano di rovinare tutto e l'omertà familiare del ragazzo fa scattare l'emergenza della donna che rischia il lavoro: la forza dell’amore contro intolleranza e bugie del potere. Basterà un bacio appassionato? Non è tutto nuovo, un po' déjà vu, anche rispetto allo stesso Loach, che prolunga la sua storia dopo un avvio molto a ping pong, vero e divertente, pieno di piccole osservazioni che sembrano grandi e viceversa. I caratteri sono espressi con tutto l'affetto complice che l'autore ha per le battaglie personali, magari combattendo in prima persona per avvicinare due culture oggi più che mai divise. Inevitabilmente il film - ritmato con tempismo da due sensuali protagonisti, il deb Atta Yaqub ed Eva Birthistle - è parente della commedia multirazziale alla East Is East e Sognando Beckham. Ma la sceneggiatura di Paul Laverty è da scrittore, evita facili folklorismi, così come tutto il tono del racconto è una cronaca dal vivo che sembra senza punteggiatura ma che sedimenta invece le cause primarie di molte insoddisfazioni e ingiustizie attuali.", ""); movie[3]= new Array ("", "NEVERLAND - Un Sogno per la Vita", "Finding Neverland", "", "Marc Forster", "Johnny Deep, Kate Winslet, Julie Christie, Radha Mitchell, Dustin Hoffman", "", "", "David Magee", "Roberto Scaefer", "Jan A. P. Kaczmarek", "106", "Nellie Bellflower, Richard N. Gladstein, Michael Dreyer", "Buena Vista", "Di James M. Barrie (1860-1937), l'autore di «Peter Pan», si è detto e scritto di tutto e di più. Che era complessato per la bassa statura, che era impotente, che la sua passione per i bambini era sospetta. E, di sicuro, il creatore del ragazzino che non voleva crescere era un tipo triste e timido, traumatizzato a sette anni dalla morte del fratello tredicenne David cocco della mamma, la quale non si era mai più ripresa da quella perdita. Al punto che il piccolo James per attirarne l'attenzione le era comparso davanti indossando gli abiti del defunto. Tuttavia, dopo visto «Neverland», l'immagine del drammaturgo non potrà che coincidere con quella poetica e innocente di Johnny Depp, recipiente di una delle sette candidature all'Oscar del film. Basato sulla commedia di Allan Knee, «Neverland» non è comunque un vero biopic perché, con qualche libertà romanzesca, dell'esistenza di Barrie ripercorre solo gli eventi che gli ispirarono la creazione di «Peter Pan». Tutto comincia un pomeriggio al Kensington Park, dove lo scrittore incontra i fratellini Llewelyn Davies e la loro mamma, la bella vedova Sylvia (Kate Winslet). Anche se frequentazione della famigliola scandalizza la società vittoriana procurandogli attriti con la moglie Mary (Radha Mitchell) e Emma Du Maurier (Julie Christie), madre di Sylvia, Barrie diventa un intimo di casa Davies e un inseparabile compagno di giochi dei bambini, per i quali inventa mille spunti avventurosi che fra pirati cattivi e isole che non ci sono, preludono al mondo immaginario di Peter Pan. Nel film, dalla struttura classica e non sempre ben calibrato nell'ambizioso tentativo di cogliere l'ineffabile momento di fusione fra vita e arte, incantano la ricostruzione del teatro d'epoca e lo stupore di uno spettacolo fiabesco come non si era mai visto sui palcoscenici di allora, nonché la bravura degli interpreti tutti (oltre ai citati Dustin Hoffman nei panni dell'impresario Frohman) e il tocco fluido e sensibile della regia di Marc Forster.", "Se si considera la lista dei papabili dell'Oscar emerge chiara una predilezione per le «biografie veritiere», vedi The Aviator (11 nomination) e Ray (6) che affrontano rispettivamente le vicende di Howard Hughes e del cantante Ray Charles senza ignorarne i lati oscuri. Fra i due titoli si colloca con 7 candidature, in piena controtendenza, Neverland - Un sogno per la vita, che nel rievocare vita e opere dello scrittore Sir James Matthew Barrie (1860 - 1937) cambia invece le carte in tavola e la racconta a suo modo. Il risultato, affidato a un regista abile qual è Marc Forster sulla sceneggiatura di David Magee (ma c' è dietro una commedia di Allan Knee), tira a commuovere. Infatti il pubblico della Mostra di Venezia ha estratto i fazzoletti nel momento in cui la dolce Sylvia (un'incantevole Kate Winslet) si spegne di tisi come la Traviata. E bisogna riconoscere che Johnny Depp, l'attore prediletto da Marlon Brando, riesce a far intravedere l'anima del personaggio. Purtroppo un'anima inventata. Tutti i devoti dell' ultracentenario Peter Pan (che debuttò, com'è sontuosamente evocato nel film, nel 1904) vorrebbero che il suo creatore Barrie fosse stato uguale a Depp: infantile, ispirato, soccorrevole. Ma il personaggio reale fu molto più ambiguo nella sua devozione ai cinque figli di una signora amica (ridotti a quattro sullo schermo), tanto da venir sospettato di pedofilia; e quanto all'amore stilnovistico, e pressoché inespresso per la detta signora, si trattò di una proposta di matrimonio non andata a buon fine solo perché lei morì. Si noti poi che il tragico evento non avvenne affatto in sincrono con l'andata in scena di Peter Pan, ma anni dopo; e che all'epoca dei fatti narrati era ancora vivo il marito avvocato di Sylvia, qui per comodità dato per morto. Enumerate tali precisazioni a rischio di guastare la festa dello spettatore credulone, bisogna riconoscere che dal contesto manieristico emerge una vivacissima evocazione dell' ambiente teatrale, rinforzata da un certo sostegno della forza di Dustin Hoffman che impersona il produttore. Negli altri ruoli brillano di luce propria Julie Christie (la madre malmostosa di Sylvia) e la giovane Radha Mitchell (l'allarmata moglie di Barrie), qui perfino più brava che in Melinda e Melinda. Insomma di fronte a Neverland chi si contenta di una bella favola, gode; e chi preferisce saperne di più, può cercare i fatti autentici in vari libri come il godibilissimo The Peter Pan Chronicles di Bruce K. Hanson. Per concludere che nelle innumerevoli trasformazioni del «ragazzo che non voleva crescere» vince sempre l'immaginazione al potere.", ""); movie[4]= new Array ("", "UNA LUNGA DOMENICA DI PASSIONI", "Un long dimanche de fiancailles", "", "Jean Pierre Jeunet", "Audrey Tautou (Mathilde), Gaspard Ulliel (Manech), Dominique Bettenfeld (Ange Bassignano), Jean Pierre Becker (Esperanza), André Dussolier (Rouvieres), Jean Pierre Darroussin (Benjamin Gordes), Jodie Foster (Elodie Gordes)", "Drammatico", "Francia/Stati Uniti (2004)", "Jean Pierre Jeunet, Guillaume Laurant", "Bruno Delbonnel", "Angelo Badalamenti", "133", "Francis Boespflug, Warner Bros France", "Warner Bros Italia", "Il regista di Delicatessen (un esordio allora promettente per originalità e stile) aveva da tempo messo gli occhi sul libro di Sebastian Japrisot, un romanzo di amore e morte ai tempi della prima guerra mondiale. Ma la Warner ha concesso i diritti solo dopo il successo di Amelie. Chi si aspettasse la replica «primi del secolo» delle avventure sentimentali della ragazza sbaglierebbe. A guastare la melassa amorosa in melodramma di guerra sono proprio le trincee della linea Sigfrido, le terribili morti, le disumane esecuzioni disciplinari che Jeunet rappresenta con la devozione calligrafica di un bambino che gioca con i soldatini. È proprio da un'esecuzione che prende avvio il film. Cinque soldati si procurano delle ferite per essere rimandati a casa. Una commissione li accusa di autolesionismo e li condanna a morte: saranno abbandonati nella cosiddetta «terra di nessuno», tra le linee francesi e tedesche, votati a morte sicura. Uno di questi soldati è l'amore promesso di Mathilde (Tautou), ragazza bretone poliomielitica che non si convince della morte del ragazzo (mai accertata) e si mette sulle sue tracce. Una lunga domenica di passioni miscela il melodramma (l'amore contrastato dal destino), il film di guerra, il film d'investigazione (la faticosa ricostruzione degli eventi che portano Mathilde in giro per tutta la Francia) e il film fiabesco in una versione ibrida che vanta, oltre a qualche suggestione scenografica, lo straniamente dello sguardo di Amelie-Tautou sul mondo. In epigrafe al romanzo lo scrittore Japrisot cita Alice nel paese delle meraviglie. Amelie-Tautou vorrebbe essere una sorta di Alice postmoderna, che viaggia nel tempo e si fa eroina in un mondo di orrore. Però il fiabesco alla Jeunet trasforma il «reale» in fatto fumettistico. Alla fine Una lunga domenica di passioni da il suo eccentrico contributo alla scarsissima filmografia sugli orrori di trincea della Grande Guerra, elevandola di un grado sulle ordinate del grottesco e spostandola di un altro grado sulle ascisse del melodramma...", "Così come la guerra uccide le storie, e tutte le riduce alla medesima irrilevanza, l’amore di Mathilde le suscita, le moltiplica, le intreccia e in platea si fa bene a lasciarsene travolgere, senza domandarsi come in uno stesso film possano stare trincee colme di morti, albatros in volo nel vento di Bretagna, prostitute ribelli e vendicatrici, paesi assolati e taciturni di Corsica, zu amorevoli e apprensivi, fruttivendole polacche delle Halles, poliziotti privati più furbi d’una fama, postini allampanati e orgogliosi della loro bicicletta, avvocati di buon cuore. E anche si fa bene a non domandarsi come Jeunet possa rimettere insieme realismo e invenzione fantastica, tragicità e commedia, Storia e intreccio poliziesco. Ancor meno ci si deve stupire se nel suo film rimanda, tra gli altri, al Bertrand Tavernier di La vita e niente altro (1989) e di Capitan Conan (1996), e insieme al François Truffaut di Jules e Jim (1962) e al sommo Jacques Tati di Giorno di festa (1949), oltre che al se stesso di Il favoloso mondo di Amélie (2001). Questa molteplicità ricca di immagini, di stili, di prospettive sembra non essere che un “risarcimento” che la regia deve a sé e a noi, un contrasto felice del triste vuoto di passato e di futuro su cui Una lunga domenica di passioni si apre. Sospesa fra lutto e speranza, Mathilde sa che il suo Manech l’aspetta in un luogo certo sconosciuto, ma con uguale certezza posto all’incrocio di qualcuna delle molte storie che sono state spezzate, tutte insieme, oltre la linea del filo spinato. E allora ne segue le tracce sottili. Ne dipana i fili incurante che si spezzino, e che addirittura finiscano per condurla di fronte a una piccola croce con il nome di Manech. A sorreggere il suo futuro, e nonostante il suo presente, non c’è che il suo passato. Di che cosa può essere fatta la speranza, se non di memoria? Torce e manipola il tempo, la memoria. Gli dà colori, immagini e parole che forse non ha. Ferma il volo di un albatros, e l’aiuta a vincere il vento. Fa di un faro dimenticato in un angolo di Bretagna la vetta del mondo. E può trasformare il lutto in una lunga domenica di fidanzamento: Un long dimanche de fiançailles. Tutto potrà accadere, a Mathilde. Potrà ritrovare Manech, e potrà perderlo per sempre. Noi ora la lasciamo non al suo destino, ma alla sua storia, alla storia che si costruisce da sé, con tenera caparbietà. In ogni caso, la sua domenica sarà meravigliosa, e come quella di nessun altro.", "");