home = "history/2004idx.htm"; // Home page address // Recensione dei film in programmazione // movie[x,0]= Ultimo giorno di programmazione espresso da yyyymmdd // movie[x,1]= Titolo // movie[x,2]= Titolo Originale // movie[x,3]= Link // movie[x,4]= Regista // movie[x,5]= Cast // movie[x,6]= Genere // movie[x,7]= Origine // movie[x,8]= Sceneggiatura // movie[x,9]= Fotografia // movie[x,10]= Musica // movie[x,11]= Durata // movie[x,12]= Produzione // movie[x,13]= Distribuzione // movie[x,14]= Recensione 1 // movie[x,15]= Recensione 2 // movie[x,16]= Recensione 3 // movie[0]= new Array ("LDAY", "TITLE", "OTITLE", "LINK", "DIREC", "CAST", "GENRE", "ORIG", "SCENEGG", "FOTO", "MUSIC", "DUR", "PROD", "DISTR", "REC1", "REC2", "REC3"); movie = new Array(); movie[0]= new Array ("", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[1]= new Array ("", "LE CHIAVI DI CASA", "", "", "Gianni Amelio", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "...Habemus Leo? Qualsiasi cosa decida la giuria, il film per cui ricorderemo Venezia 61 è Le chiavi di casa di Gianni Amelio. Si può definire «il romanzo di un non romanzo» perché rispecchia \"Nati due volte\", con cui il compianto Giuseppe Pontiggia vinse il Campiello nel 2001: la testimonianza personale sulla malattia di un figlio minorato attraverso trent' anni. Protagonisti il padre narratore, la moglie Franca e Paolo. La diagnosi, per quest' ultimo, è tetraparesi spastica diatonica. Sostiene giustamente Pontiggia che il problema dei diversi non è di diventare «come gli altri», ma di rinascere accettando la propria diversità. Affascinato dalla lettura, Amelio scoprì presto con Rulli e Petraglia che il libro era impossibile da sceneggiare. Bisognava inventare un intreccio autonomo pur restando in sintonia con l'esperienza e lo stile dell'autore. Pontiggia fece in tempo ad approvare il copione in cui troviamo un padre, Kim Rossi Stuart, alle prese con un figlio venuto al mondo in sincrono con la morte della madre e mai più visto per l'incapacità di accettarne l'avvilente condizione. Sullo schermo il quattordicenne Andrea Rossi rappresenta la scelta neorealista di un attore che vive la condizione del personaggio. La sua utilizzazione, lungi dall' essere cinica, assurge invece a un forte significato morale. Insegna a chi è aduso a stornare lo sguardo dalle realtà sgradevoli il coraggio di guardare. Nel raccontare il viaggio di padre e figlio a Berlino, per esami specialistici, e proseguito in un fantastico itinerario fino in Norvegia, Amelio intreccia in chiave di finzione una concreta ipotesi di consanguineità fra i suoi interpreti, i quali recitando il loro duetto hanno finito per viverlo. Il tutto in un contesto rarefatto e poetico, anche grazie alla fotografia di Luca Bigazzi e alla musica di Franco Piersanti, e senza scivolamenti consolatori o sdolcinati....", "Vinca il Leone d'oro, o no, un grande film trova le chiavi del cuore di chi lo vede. Mentre il pubblico italiano affolla le sale dove si proietta Le chiavi di casa, un'entusiastica recensione di le Monde evoca la \"semplicità di Giotto\", \"l'umiltà e il senso rosselliniano della conoscenza dell'altro\". Amelio lo ha tratto (liberamente) dalle pagine di Giuseppe Pontiggia; però il soggetto è intimamente suo: come \"Il ladro di bambini\" o \"Colpire al cuore\", il film è focalizzato sul rapporto adulto-ragazzo in una situazione di particolare difficoltà. Già la presentazione di Paolo, grande bambino disabile abbandonato alla nascita, avviene attraverso gli occhi del padre, Gianni (l'omonimia col regista non sarà casuale), in una magistrale sequenza d'apertura: la macchina da presa mostra il letto vuoto del ragazzo, che lo spettatore non ha ancora visto, identificandosi con l'angoscia del genitore. Ineccepibile la scelta di ambientare gran parte della storia a Berlino, dove Gianni accompagna il figlio in un centro di riabilitazione che proprio all'adulto risulterà insopportabile: cornice dello spaesamento totale di un uomo in bilico tra paura e devozione, speranza e amore nascente per la \"strana\" creatura che ha generato. Se mai esista una (piccola) concessione alla produzione di effetti emotivi, potremmo trovarla nella scena in cui Paolo si smarrisce nella metropoli: inattesa la distrazione di un padre ansioso come Gianni. Nella seconda parte, però, il film \"cresce\" in modo ammirevole. Allorché l'uomo libera il ragazzo dalle torture dell'ospedale, che si prende cura soltanto del suo corpo, e parte con lui per la Norvegia, alla ricerca di una fantomatica Kristine di cui Paolo ha fatto conoscenza via Internet. Il fiorire del rapporto culmina in un gesto simbolico (l'adulto getta in mare la stampella con cui il ragazzo è obbligato a camminare), facendoci intendere che Gianni sta imparando a essere padre. Frattanto, il regista si avvale dall'irresistibile simpatia di Andrea Rossi per spargere lungo la strada piccole perle di humour affettuoso. Il meglio intenzionato dei film hollywoodiani si accontenterebbe di questo, mandando a casa lo spettatore edificato da un finale consolatorio. Non così Amelio. Come il personaggio della \"mater dolorosa\" interpretato da Charlotte Rampling aveva pronosticato a Gianni, per il padre pentito la vita accanto a Paolo sarà irta di difficoltà. Amelio lo dice con la scena in cui il ragazzino afferra il volante dell'auto in corsa: piena di misura e pudica come tutto il resto ma che, per un istante, mette paura....", ""); movie[2]= new Array ("", "COSI’ FAN TUTTI", "Comme une image", "", "Agnès Jaoui", "Marilou Berry, Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri, Laurent Grevill", "", "Francia 2004", "Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri", "Stéphane Fontaine", "", "110", "Les Films A4", "Lucky Red", "Storia di una ventenne che non si vuole bene. Anzi si disprezza, si detesta, perché è davvero grassa e vorrebbe essere diversa, snella come le bellezze televisive. Il suo aspetto, che non tenta affatto di modificare, le fa odiare il mondo, la rende ipersensibile: si critica («Sono uno zero»); si offende se il padre, scrittore famoso, grande egocentrico, va a pranzo con lei e fa quindici telefonate, se è bisbetico, distratto e non s’interessa a lei; svaluta la propria bellissima voce che ne fa una cantante apprezzata; si spaventa per i rumori degli animali la notte in campagna; s’addolora per la solitudine sentimentale. Il problema del peso le fa sentire più acutamente le grossolanità dell’esistenza, la cattiveria altrui: ma trova un ragazzo e forse, pur restando patologicamente grassa, sarà meno infelice. «Così fan tutti» sarebbe uno di quei film francesi intelligenti, spiritosi, ben fatti (ritratti psicologici, commedie borghesi, storie di blanda critica sociale) che è troppo facile confondere uno con l’altro e dimenticare presto. Ma tre elementi lo distinguono. Il primo è la scelta di una ragazza obesa come protagonista, scelta assai rara al cinema per le difficoltà che impone all’immagine e alle inquadrature, anche se l’obesità è diventata un problema quotidiano socialmente rilevante nel mondo occidentale. Il secondo è l’analogia tra l’eccesso di grasso e tante altre forme di diversità e d’infelicità, l’impotenza di una personalità inerte, impermeabile al martellare della pubblicità degli infiniti sistemi dimagranti, che non si accetta e insieme giudica umiliante non accettarsi e tentar di cambiare. Il terzo elemento è la bravura psicologica e stilistica della regista-attrice francese quarantenne Agnès Jaoui: assai notevole è la finezza con cui descrive, accanto alla figlia dolente, il dolore simile del padre celebre per il quale nulla è mai sufficiente a saziare le propria vanità, e la mancanza d'amore, la solitudine analoga dei due.", "Le ambizioni, le frustrazioni quotidiane, gli amori e i disamori di un microcosmo umano molto contemporaneo, dove ciascuno vorrebbe - o avrebbe voluto – realizzarsi come artista. C'è riuscito lo scrittore Etienne, che regna da tiranno su una corte di parenti e amici: ora, però, è in crisi d'ispirazione. Ci prova sua figlia Lolita (il nome la dice lunga circa i fantasmi letterari paterni), complessata ragazza di taglia extralarge che vorrebbe apparire bella (almeno agli occhi del genitore), deve confrontarsi con una \"nuova mamma\" poco più grande di lei e si sogna cantante lirica. Ci ha quasi rinunciato Sylvia, disillusa maestra di canto di Lolita nonché ammiratrice di lungo corso di Etienne; mentre suo marito Pierre sta diventando uno scrittore alla moda, buono per le esibizioni mediatiche. Lungi dal compensarsi, dubbi e frustrazioni individuali si sommano; anche perché tutti parlano di continuo senza che nessuno ascolti. Diversamente dal titolo italiano, che suggerisce la leggerezza di un'opera buffa, Così fan tutti è una (tragi)commedia corale amara, che ha il coraggio di prendere di petto temi delicati come il desiderio di successo personale, il bisogno di piacere e i relativi effetti collaterali: le speranze disattese, i tradimenti quotidiani perpetrati contro chi ci è vicino... La lucidità di Agnès Jaoui sui guasti dell'individualismo esasperato, che avvelena il nostro presente, non lascia molto spazio alle illusioni. Con uno humour intinto nella crudeltà, la brava attrice e sceneggiatrice ci costringe a guardare negli occhi tipi umani dai quali vorremmo prendere le distanze, ma in cui possiamo - invece – largamente riconoscerci. Gli spettatori più ottimisti, o autoindulgenti, potranno trovarla troppo incline al pessimismo; ad altri, apparirà semplicemente realistica. Certo, il personaggio dello scrittore Etienne, interpretato dal suo vecchio complice (e cosceneggiatore) JeanPierre Bacri, uomo sarcastico, egocentrico e vagamente disperato, pieno di disgusto per sé più che per gli altri, non è fatto per chi ritiene di vivere nel migliore dei mondi possibili; tantopiù che Bacri gli conferisce una grande credibilità con la sua recitazione piena di sfumature. Al secondo lungometraggio da regista (dopo \"Il gusto degli altri\"), Jaoui si preoccupa più di quel che vuol dire che del modo di dirlo, lavorando moderatamente sul linguaggio e abbondando in primi piani. Però la sceneggiatura (premiata a Cannes) è di quelle che lasciano il segno, i dialoghi sono perfetti e gli attori formano un coro intonatissimo.", ""); movie[3]= new Array ("", "EVIL IL RIBELLE", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "Svezia anni 50: un teppistello che ama Gioventù bruciata, seviziato dal patrigno, approda in un college pieno di rampolli aristocratici dove vige un sistema omicida di nonnismo di classe tollerato con simpatia dalle autorità, una super-mala educacion. Erik, campione di nuoto e scudiero di «pericolosi» valori socialdemocratici, sfida il capo sanguinario e squadrista aiutando i ragazzi a ribellarsi e illudendo d'amore una bionda camerierina finlandese. Ne prende tante ma alla fine si rialza, denuncia i capi e aiuta il compagno grasso e secchione che aveva mollato la presa. L'infanzia di un capo, ma anche un po' il giovane Torless musiliano: in Evil (Diavolo), truculento drammone nordico candidato all'Oscar (il regista Hafstrom lavora già a Hollywood) succede di tutto e di troppo, non si vede l'ora che la giustizia trionfi: ma il film, tratto dall' autobiografia di uno scrittore di spionaggio, si vede d'un fiato e svela vizi segreti svedesi. L'eroe, Andreas Wilson è bravo, pronto a diventare divo...", "Pare proprio che nei \"favolosi\" anni '50, quando Ingmar Bergman raccontava le sue storie d'amore e la liberazione sessuale era ragione d'invidia per il resto del mondo, la scuola svedese fosse un inferno. Per non dire della famiglia. Menato dal patrigno con l'acquiescenza materna, l'adolescente Erik si rifà su un compagno e viene espulso dalla scuola pubblica. Mamma lo iscrive allora in un collegio privato, retto con disciplina paranazista e fondato su un odioso nonnismo. Lui ha carattere quanto basta per resistere; il suo amico e compagno di stanza, invece, soccombe alla legge del più violento. Raccontato così, Evil il ribelle sembra una specie di \"Gioventù bruciata\" parafrasato all'europea e ricontestualizzato nell'epoca in cui il classico di Nick Ray vide la luce. Siamo a un altro livello qualitativo, ovviamente. Ciò non significa che lo svedese Mikael Hafstrom manchi di talento; al contrario: racconta bene, tiene desto l'interesse, arriva all'epilogo con le batterie ancora cariche. In più, cosa non secondaria, sostiene le ragioni della ribellione alla famiglia e alle istituzioni soffocanti senza scadere nella condiscendenza, né abbassarsi all'astio. Riduzione di un romanzo autobiografico di Jean Guillou, campione d'incassi nel Paese d'origine e in lista per l'Oscar \"straniero\", Evil offre anche una rara occasione di ritrovare una cinematografia che, sui nostri schermi, approda sempre più di rado....", ""); movie[4]= new Array ("", "NEMMENO IL DESTINO", "", "", "Daniele Gaglianone", "Mauro Cordella, Fabrizio Nicastro, Giuseppe Sanna, Lalli, Gino Lana, Stefano Cassetti", "", "Italia 2004", "Daniele Gaglianone, Giaime Alone, Alessandro Scippa dal romanzo di Gianfranco Bettin", "Gherardo Rossi", "Giuseppe Napoli", "110", "Fandango, Armadillo", "Fandango", "Un bell'esempio di come può essere fertile la relazione tra un romanzo e un film. Da \"Nemmeno il destino\" di Gianfranco Bettin (Feltrinelli) il regista Daniele Gaglianone (quello del brillantissimo esordio con I nostri anni dove, nell'oggi, due vecchi e malandati ex partigiani rintracciano un vecchio e malandato ex aguzzino delle brigate nere e decidono di giustiziarlo) ha preso selettivamente quello che voleva ma si è meritato dallo scrittore un \"grazie a lui ho capito meglio il mio testo\".

La lettura del regista è dedicata all'adolescenza che crede nell'amicizia, che corre il rischio di perdersi, che cerca un proprio posto lontano dalle delusioni dei genitori, che si ribella rabbiosamente perché solo così si può crescere. Sullo sfondo di una periferia dalla doppia valenza, quella di una città invasa dai resti della sua civiltà ex industriale e quella interiore di un destino segnato dalle infelicità familiari, Ale figlio di una donna marchiata dalla violenza subìta e Ferdi figlio di un ex operaio messo ai margini malato e alcolista, reagiscono insieme alla cappa che li soffoca.

Con la stessa rabbia ma con esiti diversi. Dal gesto di rivolta estrema e autolesionista del secondo il primo trarrà forse la maturazione necessaria per uscire dal riformatorio pronto a un'altra vita. Una combinazione produttiva appassionatamente indipendente, un'opera dura, non facile, che conferma il talento, aspro quanto personale, di un autentico innovatore", "Una periferia squallida di una città italiana del Nord. Dei ragazzi attorno ai quindici anni. A scuola vanno contro voglia, la vita la vivono male perché alle spalle hanno famiglie cui non sanno e non possono chiedere aiuto. Alessandro, ad esempio, non ha mai conosciuto suo padre e in casa ha una madre premurosa ma via via sempre più afflitta da squilibri mentali. Uno dei suoi amici, Ferdi, invece è senza mamma e vive con un padre, ex operaio, che si è ammalato sul lavoro e, che ora, per sostenersi fisicamente e moralmente, si è dato all’alcool. Di un terzo amico, Toni, non si sa quasi niente, a parte il suo continuo desiderio di andar lontano, di evadere.
Daniele Gaglianone, che anni fa si era fatto salutare con simpatia per il suo esordio con «I nostri anni», rivisitazione, con severo impegno civile, tra passato e presente, delle lotte partigiane, qui sulla scorta di un libro di Gianfranco Bettin ha puntato soprattutto sul ritratto di una condizione umana, a livello di un’adolescenza cui sembra negata la speranza. Così, pur scrivendo pagine corali su certe vicende scolastiche e sui contrasti psicologici di quel gruppo di amici, ha finito intenzionalmente per stringere la sua osservazione prima sul terzetto proposto fin dall’inizio, poi — dopo un suicidio spettacolare di Ferdi, senza ragioni apparenti, e una fuga di Toni verso un nulla cui si allude senza altre indicazioni — sul personaggio più desolato di Alessandro: con la madre ricoverata in un manicomio ed egli stesso affidato a una sorta di riformatorio senza che gli si possa immaginare un destino migliore. Nonostante — forse — un finale metà reale metà simbolico, tende a suggerirci l’idea di una sua pacificazione.
Climi neri, immagine buie, con un linguaggio in cui il presente si alterna, con lampi improvvisi, a un passato pensato dall’uno o dall’altro dei personaggi. Ora con un realismo duro, ora con suggestioni quasi subliminari ai limiti della visionarietà. Non tutto convince, non tutto, a causa della varietà delle indicazioni, è di gusto sicuro, stentando ad imporsi con uno stile preciso.
Nel suo insieme, però, il disagio, anzi il dolore di quegli adolescenti arriva a coinvolgere e, pur nella sua asciuttezza arida, anche a commuovere. Con il sostegno di una interpretazione che, affidata soprattutto a non professionisti, ha una innegabile vitalità espressiva. Fra l’immediatezza e il rigore.", ""); movie[5]= new Array ("", "THE CORPORATION", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "C’erano una volta le monarchie assolute, c'erano le dittature (e purtroppo queste ultime, in certi disgraziati paesi, resistono), ma più o meno da un secolo e mezzo è nato e sta proliferando un potere non tanto occulto che rischia di soffocare l'intero pianeta. È il potere denunciato nel documentario realizzato dai canadesi Marc Achbar e Jennifer Abbott sul copione del professore di diritto Joel Bakan, quest'ultimo autore anche di un libro che esce in sincrono con lo stesso titolo del film: «The Corporation» (Fandango). Per scoprire l'origine di queste concentrazioni protese alla «patologica ricerca del profitto» bisogna risalire molto indietro nella storia, ma è soprattutto negli USA prima e dopo la Guerra civile che le corporation estesero il loro giro d'affari in sincrono con la costruzione delle ferrovie. Nei decenni che seguirono una legislazione accortamente pilotata favorì la concentrazione delle piccole imprese in grandi complessi che presero a ignorare gli interessi dei loro azionisti. Finché attraverso diaboliche alchimie legali la corporation fu equiparata a una persona giuridica avente per unico e legittimo scopo il profitto acquisito in qualsiasi forma, senza restrizioni e ignorando ogni scrupolo. Fra i numerosi intervistati del film si distingue il battagliero Michael Moore, che con lo straordinario successo di «Fahrenheit 9/11» ha aperto la strada a un repertorio cinematografico di inchiesta e denuncia. Nelle oltre due ore di «The Corporation», per la verità, non si riscontra la stessa abilità spettacolare né il tocco sarcastico che Moore ha saputo mettere suo pamphlet. Più austera e analitica, l'operazione è tuttavia impostata con un bel colpo di teatro sulla teoria spiegata punto per punto che se la corporation giuridicamente è un «individuo», allora il suo comportamento è quello di uno psicopatico. Il documentario informa sui modi e luoghi dove la protervia delle multinazionali si fa più sentire. Soprattutto, ovviamente, nei paesi arretrati, dove la mano d'opera locale è sfruttata senza pietà e dove succede l'inverosimile, come quando in Bolivia nell'appaltare a una ditta americana la fornitura dell'acqua si impose addirittura alla popolazione locale il divieto di raccogliere l'acqua piovana. Suscitando una paralizzante sensazione di impotenza, la visione di «The Corporation» induce a riflettere: ci sarà un giorno qualche iniziativa internazionale volta a modificare un meccanismo così perverso?...", "L'obiettivo che gli autori si sono posti con The corporation è stato «che la gente sapesse cosa siano le corporation e come si comportano - precisa Joel - noi spesso ci vediamo come consumatori, come lavoratori, non come cittadini. Il mondo è pieno di problemi seri che giornali e news non trattano, anche perché esiste un rapporto pubblicitario con le corporation. Un documentario può invece raccontare più liberamente. Il pubblico alla fine può anche non essere d'accordo con il nostro approccio, con quello che ha visto, ma sicuramente ne saprà di più sull'argomento». L'obiettivo indiretto è quello di fare riflettere e magari fare modificare la sudditanza dei governi nei confronti delle corporation modellate negli Usa. «In Italia le grandi compagnie erano di tipo familiare, in Germania più legate alle banche, in Francia prevalentemente statali, questo ha fatto sì che in Europa ci fosse comunque un senso di responsabilità verso la comunità in generale. Ora invece anche presso l'Unione europea ci sono pressioni per adottare la deregulation totale sul modello statunitense. Anche qui sta prevalendo questa direzione. Ma le corporation come le conosciamo sono state create e regolamentate dagli uomini, quindi deve essere possibile rivedere queste cose. In questo senso sono molto importanti i movimenti antiglobalizzazione, quelli che sono scesi in piazza a Genova e a Seattle, servono per risvegliare le coscienze. L'importante è non rinchiudersi nelle utopie, bisogna interagire». Bakan è un fiume in piena, inarrestabile nell'eloquio. Forse questo limita un po' anche il film che dura 145 minuti fittissimi. L'intenzione di andare a toccare una gran quantità di argomenti rischia di sovraccaricare il documentario, che pure rimane un oggetto di straordinario interesse. Anche perché coinvolti nelle interviste sono studiosi, responsabili di consigli di amministrazione, esperti, presidenti e voci dissonanti come possono essere quelle di Noam Chomski, Michael Moore che porta il suo corposo contributo alla causa o Naomi Klein balzata agli onori delle cronache mondiali con il suo No logo. Curioso poi che la Klein sia canadese e che Moore usi spesso nei suoi documentari il Canada in contrapposizione agli Stati uniti, quando non fa addirittura dichiarare guerra come avvenuto nell'ottima e sfortunata escursione nella fiction di Canadian Bacon. A Michael Moore viene ascritto larga parte del merito del rilancio di interesse verso il documentario. «Credo che Michael sia stato importante nel trovare un modo originale di realizzare documentari che affrontassero temi politici e sociali - precisa Bakan - è un genio per come ha inventato questo modo di informare e intrattenere. Lui poi è diventato il personaggio protagonista dei suoi lavori. All'inizio anche noi pensavamo di dover avere una figura del genere, che avrei dovuto essere io, poi però abbiamo lasciato perdere. Il nostro è un approccio più simile a quello di Errol Morris piuttosto che a quello di Moore». Due sono i momenti fondamentali per la vita delle corporation. La prima quando sono diventate persone giuridiche a metà dell'Ottocento, la seconda quando, dopo una lunga controversia, è stato loro riconosciuto il diritto di brevettare un prodotto della natura. Ora il mondo appartiene davvero a loro. E forse è il caso di saperne qualcosa di più e di fare qualcosa di più per contrastare questa spaventosa aberrazione. Per questo sarà meglio andare a vedere, e leggere...", ""); movie[6]= new Array ("", "2046", "2046", "", "Wong Kar-Wai", "Tony Leung, Gong Li, Zhang Zi Yi, Faye Wong, Rimura Takuya e con Maggie Cheung", "", "Hong Kong/Italia/Francia 2004", "Wong Kar-Wai", "Christopher Doyle, Lai Yiu Fai, Kwan Pun Leung", "Umebayashi Shigeru", "120", "Jet Tone Films con Block 2 Pictures, Paradis Orly, Classic", "Istituto Luce", "\"2046\" non è il remake di \"In the mood for love\" (come Wong Kar-Wai ha più volte sottolineato), anche se il protagonista si chiama come quello precedente, Chow Mo-wan, come lui è scrittore e come lui è interpretato dall’elegantissimo, sensuale Tony Leung. Quasi certamente, anzi, è lui, avvolto dal fumo della sua sigaretta, dalle pagine che si sgranano sotto la sua grafia (e, questa volta, si concretizzano in immagini che vanno a saldarsi senza soluzione di continuità con la sua vita), da storie d’amore vissute ma non inseguite, volute ma non concretizzate, sfuggite, perdute, sognate, dimenticate. Ma la memoria, soprattutto la memoria dell’amore, non perde nulla; se mai occulta, inscatola, mette via, in qualche deposito sommerso, pronto a scoperchiarsi a un volto intravisto, una musica sentita, un profumo, uno sguardo, una voce, una frase buttata là quasi per caso sulla carta. Qualcosa sfarfalla alla coda dell’occhio, i suoi personaggi inventati ripartono per il 2046, e Cho Mo-wan ritrova o rimpiange i gesti di una donna, Gong Li, Zhang Ziyi, Faye Wong (non Maggie Cheung, non la compagna dell’altra storia, che compare solo in una fulminea, amichevole partecipazione, quasi un déjà vu appena suggerito che va a saldarsi con il continuum \"psichico\" del film). Fatto di movimento sinuoso, di particolari ravvicinati, di gambe, mani, capelli e sguardi femminili, e scandito da una colonna musicale \"cosmopolita\" che accentua l’effetto onirico dell’insieme (il \"tormentone\" questa volta è \"Siboney\" in diverse interpretazioni, mentre il tema di \"Finalmente domenica!\" di Truffaut, tra tante accorate figure di donna, non è certamente inserito a caso), \"2046\" è un film più da \"sentire\" che da seguire, più da \"vivere\" (o rivivere) che da interpretare. Non un film per i partiti delle connessioni logiche o del plot, né per gli iper-razionali, per gli esegeti della purezza o per quelli che pretendono da un autore ogni volta un capolavoro. \"In the mood for love\" era certamente più bello, più perfetto: ma Cho Mo-wan ha lasciato i suoi segreti e suoi ricordi nella fessura della pietra sbrecciata di un tempio; ci ha lasciato la vecchia Hong Kong e la vecchia Cina; quello che ne è sfuggito torna confusamente a protendersi verso il futuro, nel 2046.", "", ""); movie[7]= new Array ("", "L’INVENTORE DI FAVOLE", "Shattered Glass", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "Ascesa e caduta di Stephen Glass (giocando sul nome del protagonista il titolo originale, \"Shattered Glass\", suona più o meno \"il vetro in frantumi\"), enfant-prodige del giornalismo americano alla metà degli anni '90. Pischello poco più che ventenne, finto timido avvezzo a suscitare sensi di protezione, Glass scrive per l'autorevole rivista \"The New Republic\", diventandone la star con una serie di articoli esclusivi su convention politiche, gesta di hacker e altro. Salvo che i suoi scoop sono pura invenzione.

Ispirato a un episodio autentico (raccontato da Buzz Bissinger su \"Vanity Fair\"), co-prodotto da Tom Cruise e diretto da Billy Ray, sceneggiatore al debutto dietro la cinepresa, L'inventore di favole è uno dei migliori film sul \"quarto potere\" degli ultimi anni. Da una parte, Ray vuole farne qualcosa di simile a un buon servizio giornalistico, raccontando (al contrario del suo anti-eroe) senza truccare le carte. Da un'altra, però, ha talento sufficiente per non limitarsi a trascrivere la storia in piatta prosa: incornicia, invece, lo sviluppo degli episodi durante una lezione che Glass tiene come ospite del suo ex-liceo, accolto da un trionfatore proprio al momento della caduta.

Lasciando impliciti gli interrogativi etici sulla professione giornalistica, anziché declamarli, lo sceneggiatore-regista incentra il nucleo drammatico sul conflitto tra il giovanissimo giornalista e il suo giovane direttore, bene interpretati da Hayden \"Anakin Skywalker\" Christensen e Peter Sarsgaard.", "Racconta l'ascesa e il declino di un personaggio di grande talento, di un uomo che giornalista non era ma che rapì, con le sue storie immaginifiche, milioni di lettori americani. Un film su una delle professioni più controverse e affascinanti dei nostri tempi, sul valore della verità e sul biasimo della menzogna, sulla fiducia del pubblico e sulle conseguenze disastrose di quando questa fiducia viene a mancare.
Negli anni Novanta i suoi articoli avevano reso Stephen uno dei giovani reporter più ricercati di Washington. Era redattore della rivista \"The New Republic\", collaboratore freelance di \"Rolling Stone\" e di \"George\". Ebbene, non tutto era come sembrava. A pochi mesi dalla sua nomina a direttore responsabile del \"New Republic\", Charles Lane lo licenziò, dopo aver scoperto che il giornalista aveva inventato di sana pianta una storia pubblicata con il titolo di \"Hack Heaven\". Non era la prima volta. Il genio-criminale Glass aveva inventato ben 21 dei 41 articoli pubblicati dal \"New Republic\". Frutto di montature erano anche alcuni articoli da lui scritti per \"Rolling Stones\", per \"Harper's\" e per \"George\".
Per realizzare questo film il regista Ray si è avvalso dell'aiuto di gran parte di quelle persone che furono ingannate da Glass. A partire da Chuck Lane, l'ormai defunto Michel Kelly (il direttore che fece da mentore a Glass) e diverse fonti che hanno preferito rimanere nell'anonimato.
L'amore per la verità di alcuni di questi cronisti americani ha fatto in modo che L’inventore di favole di Ray fosse in grado di sostenere i temi impegnativi di una storia in cui realtà e finzione si intrecciano irrimediabilmente, in cui il potere, l'odio e la passione sembrano gli elementi aggreganti e disgreganti della vita di uno e di molti uomini. Il tema attraente del giornalismo non finirà mai di fornire degli spunti di riflessione sulla nostra società.", ""); movie[8]= new Array ("", "MARIA FULL OF GRACE", "Maria llena de gracia", "", "Joshua Marston", "Catalina Sandino Moreno, Yenny Paola Vega, Guilied Lopez, Patricia Rae, Orlando Tobon, John Alex Toro", "", "Stati Uniti/Colombia 2004", "Joshua Marston", "Jim Denault", "Leonardo Heiblum, Jacobo Lieberman", "110", "HBO Films, Alter-Ciné, Journeyman Pictures, Santa Fe Prod., Tucan Producciones", "Istituto Luce", "La diciassettenne Maria vive in un villaggio a nord di Bogotà, asporta spine dai fiori di un roseto industriale, condivide la miseria di una famiglia numerosa, ha un ragazzo che non ama e da cui non è amata. Scopertasi incinta, e lasciato il lavoro tra la disapprovazione generale, la fanciulla tenta la sorte in città. Dove accetta la proposta di trasportare eroina a New York, ospitandola all'interno del proprio corpo. Premiato a Berlino per l'interpretazione della giovanissima protagonista, laureato dal pubblico del Sundance, candidato all'Oscar in rappresentanza della Colombia, Maria full of Grace nasceva come un film a rischio plurimo: situazioni estreme, troppa simbologia. Invece - pur con qualche debolezza - è un'operina toccata dalla grazia; ha scene autenticamente drammatiche, la giusta dose di suspense, una modica quantità d'autoindulgenza nel postulare la commozione dello spettatore. La parte della preparazione al viaggio, i controlli doganali, l'espulsione degli involucri di droga sono raccontati in stile semi-documentaristico. Scelta oculata, perché l'idea, sempre soggiacente, che nel ventre della ragazza coabitino una vita nascente e decine di ovuli mortali era troppo drammatica in sé per sopportare enfasi o sottolineature. La vicenda di Maria è immaginaria, ma documentata su testimonianze di colombiani immigrati nel Queens, protagonisti nella realtà di esperienze assai simili.", "«Coraggio, guardiamo», come diceva Giuseppe Marotta. Guardiamo che cosa può toccare in questo nostro mondo a una diciassettenne colombiana decisa a infrangere il muro della vita agra. Oppressa da una sgradevole situazione familiare, incinta e senza prospettive di sistemazione, Maria entra in contatto a Bogota con un'organizzazione che contrabbanda l'eroina negli Usa. I 5mila dollari che le offrono prevedono, come contropartita, che lei diventi una «mula», ovvero un corriere della droga. Si tratta di ingurgitare 62 cartucce di polvere altamente velenosa e andare a liberarsene in un albergaccio della Grande Mela. Opera prima di Joshua Marston, premiato a Berlino per l'appassionata interpretazione di Catalina Sandino Moreno scelta su 800 candidate, Maria Full of Grace è un film che pur non stornando lo sguardo dalle situazioni più atroci palpita di un indomabile vitalismo che avrebbe incantato Vittorio De Sica.", "Vita e destino di una bellissima diciassettenne che vive in un paese a nord di Bogotà in una famiglia di donne e bambini, facendo un lavoro quasi simbolico: in una grande piantagione di rose è incaricata di togliere le spine dagli steli dei fiori, di preparare le spedizioni. Dopo lo scontro con un sorvegliante rimane disoccupata, decide di tentare la fortuna in città dove conosce un ragazzo svelto che le propone un nuovo lavoro. Un giorno si imbarca con un'amica su un volo diretto negli Stati Uniti. E' allegra, splendente. Porta nello stomaco 62 pacchettini di eroina. Riceverà un compenso di cinquemila dollari: ammesso che resti viva. Tratto da innumerevoli storie di cronaca del narcotraffico, intitolato con la preghiera cattolica che invoca «Maria piena di grazia», apprezzato al Sundance e al FilmFest di Berlino, primo lungometraggio del californiano trentacinquenne Joshua Marston, il film attualissimo ha tuttavia una piccola aria antiquata. Evoca un tempo diverso: quando, anziché considerare come oggi i Paesi latinoamericani semplicemente territori di criminalità o di minacciosa guerriglia, alcuni autori nordamericani (Tennessee Williams, Orson Welles, Terry Gilliam) li consideravano appartenenti alla geografia dei rimorsi di coscienza, luoghi della tragedia, di pulsioni vitali e destini letali. Questo dà al film una suggestione particolare, ne drammatizza i momenti di maggiore tensione. Sono belle le sequenze in cui la protagonista riceve da un'amica tutte le istruzioni fisiche necessarie per ingerire e in seguito espellere i pacchettini di eroina, tutte le indicazioni indispensabili nel caso l'impresa prenda una cattiva piega: l'uso del corpo umano a scopo delinquenziale non è certo una novità, ma in episodi simili il legame diventa inestricabilmente, profondamente scandaloso. Un poco ingenuo, un poco semplicista ma efficace ed emozionante, il film riscatta la limitata esperienza del regista con la bravura naturale della protagonista Catalina Sandino Moreno, capace, bellissima."); movie[9]= new Array ("", "LA SPOSA TURCA", "Head on", "", "Fatih Akin", "Birol Unel, Sibel Kekilli", "", "Germania/Turchia 2004", "Fatih Akin", "Rainer Klausmann", "Maceo Parker, Klaus Maeck", "123", "Wuste Filmproduktion, NDR/ARTE, Panfilm, Corazon International", "Bim", "Sopravvissuti al tentativo di suicidio, Sibel e Cahit s'incontrano all'ospedale psichiatrico. Sono entrambi di origine turca, ma tutto il resto li divide. Lei, 20 anni, ama troppo la vita per sopportare una tutela famigliare che la soffoca; lui, 40, è un uomo autodistruttivo abitato da una legione di demoni. Non vedendo altra possibilità per sfuggire ai suoi, Sibel propone a Cahit un matrimonio bianco: coabiteranno, ma ciascuno coltiverà liberamente le proprie relazioni sessuali. L'uomo esita; poi accetta, intravedendo nel patto una speranza per sopravvivere. Finché, inatteso e divorante, l'\"amour fou\" s'insinua nelle loro esistenze. Non è messaggero di salvezza, ma di rovina. Benché ci fossero altri bei film in concorso a Berlino, quest'anno, La sposa turca aveva un valore aggiunto: un soggetto pericolosamente attuale come lo scontro di culture, la gestione della diversità, il permanere degli integralismi religiosi. Però ridurre il valore del film alle sue, più o meno implicite, tematiche sarebbe far torto Fatih Akin, trentunenne turco nato e cresciuto ad Amburgo. Il regista ha saputo imprimere alla storia una tensione in crescendo; rappresentare una Istanbul affascinate e paurosa; tradurre i conflitti culturali in una tragedia a forte valenza simbolica. Ma, soprattutto, ha scelto due interpreti perfetti per la coppia di agnelli sacrificali: una esordiente di inattaccabile purezza davanti alle brutture del mondo e un attore che pare minato da un oscuro male interiore, come un'icona punk.", "", ""); movie[10]= new Array ("", "MACHUCA", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "Due bambini e la Storia. Nel 1973 era presidente del Cile Salvador Allende, socialista, leader di Unidad Popular. Le difficoltà di realizzazione delle sue riforme, la pessima situazione economica (inflazione al 300%), l'ostilità delle destre conservatrici, le pressioni degli Stati Uniti (Allende aveva nazionalizzato l'industria del rame, prima in mani americane) acuirono le tensioni sociali e la radicalizzazione della lotta politica. L'11 settembre 1973 un colpo di Stato militare rovesciò il governo legittimo; Allende trovò la morte; la giunta militare presieduta dal generale Pinochet instaurò un regime dittatoriale; si aprì un lungo periodo di diritti cancellati, persecuzioni, abolizione dei partiti, arresti e uccisioni di gente di sinistra, restaurazione violenta. Nel commovente, intelligente, divertente \"Machuca\" del cileno Andrés Wood questi avvenimenti vengono visti e vissuti a Santiago del Cile da due ragazzini undicenni, uno ricco appartenente a una famiglia borghese reazionaria, l'altro povero abitante in una baraccopoli di sottoproletari. Si conoscono a causa di una delle buone volontà dell'epoca: per sollecitare la convivenza di mondi sociali diversi, il sacerdote preside d'una scuola d'élite della capitale accoglie nelle classi bambini poveri, che subito vengono maltrattati e sfottuti dagli alunni ricchi. Non da Gonzalo, che è vestito come un piccolo lord e viene accompagnato a scuola in automobile: lui e Machuca (è un cognome) diventano amici e scoprono con sorpresa i rispettivi ambienti. Insieme vendono bandierine nazionali alle manifestazioni della sinistra (\"Allende, Allende\la patria non si vende\", \"creare, creare\potere popolare\") come alle manifestazioni della destra (\"Comunista disgraziato\rovina dello Stato\"). Insieme sono partecipi della penuria del Paese: i cartelli sulle vetrine dei negozi sprovvisti di tutto (\"No hay carne\", \"No hay cigarillos\"), le file per comprare scatole di latte condensato e altri cibi primari, i traffici della borsa nera. Insieme s'innamorano di una ragazzina. Il ricco impara a conoscere la baraccopoli e la sua gente, il povero ha la rivelazione delle feste da ballo. Il mondo che scoprono è inquieto, attraversato da conflitti. Loro si vogliono bene, si divertono. Il colpo di Stato li dividerà per sempre, riportando ciascuno al proprio precedente destino di classe. Ben fatto e ben recitato, presentato nell'ambito dell'ultimo festival di Cannes, ricco di allusioni ad altri film (\"Arrivederci ragazzi\" di Malle, \"L'attimo fuggente\" di Weir), \"Machuca\" raggiunge una riuscita fusione tra i bambini e la Storia, ed è molto toccante.", "Ispirato a un'esperienza vissuta, un film cileno bello e necessario dove i drammi della Storia sono osservati (come accadeva in \"Arrivederci ragazzi\" di Louis Malle) attraverso gli occhi di studenti adolescenti. E' il 1973, ultimo anno della presidenza Allende. A Santiago un religioso, direttore di una scuola cattolica molto esclusiva, apre le porte ai diseredati della città. Due ragazzi agli estremi opposti della scala sociale fanno conoscenza e si legano d'amicizia: Gonzalo, rampollo di buona famiglia, e Pedro Machuca, che vive nella miseria di una bidonville. Frattanto, il clima politico e civile degenera. Arriva il colpo di Stato di Pinochet: scuola e quartieri proletari cadono sotto la repressione militare. Messo in scena con uno stile piuttosto classico, ma adeguatamente movimentato nelle sequenze più dinamiche, fotografato in colori che rinviano all'indietro nel tempo, Machuca spira una sincera nostalgia per l'epoca in cui il Cile poteva ancora sognare il sogno socialista di Salvador Allende. Il che non impedisce una lucida analisi delle componenti che ne decretarono la fine: non soltanto le forze reazionarie e la classe politica conservatrice del Paese; ma anche l'ostilità ai progetti del Presidente da parte della borghesia dell'epoca, rappresentata nel film dai genitori di Gonzalo. E il nocciolo più amaro vien fuori nell'epilogo, quando il ragazzino privilegiato tradisce gli amici proletari riprendendo (grazie a uno status-symbol che indossa) il \"suo posto\" nella gerarchia sociale.", ""); movie[11]= new Array ("", "IN AMORE C’E’ POSTO PER TUTTI", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "");