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// Recensione dei film in programmazione
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movie[1]= new Array ("745792", "I DIARI DELLA MOTOCICLETTA", "", "tt0318462", "Walter Salles", "Gael Garcia Bernal (Ernesto Guevara de la Serna), Rodrigo de la Serna (Alberto Granado), Mia Maestro (Chichina Ferreyra)", "Commedia", "Argentina - Cile - Perù - Stati Uniti 2004", "José Rivera", "Eric Gautie", "Gustavo Santaolalla", "126", "Michael Nozik, Edgard Tenembaum, Karen Tenkhoff", "BIM", "È il \"road movie\" per eccellenza e arriva pieno di ideali e fresco dell'applauso forte di Cannes: nei Diari della motocicletta il giovane Che Guevara con l'amico Alberto Granado, addì 1952, temprano affetti e ideali percorrendo oltre diecimila km, spesso cadendo dalla scassata Norton 500 del '39, poi anche a piedi e in battello, da Buenos Aires a Caracas passando per le antiche civiltà di Cile, Perù, Colombia. Walter Salles, agli ordini democratici di Redford - ma i diritti erano di Gianni Minà - costruisce un film divertente e polveroso, in cui l'educazione sentimentale va di pari passo con quella politica, con la coscienza dei problemi reali della gente. Non è il santino del Che che esce dal picaresco, variopinto film di viaggio dai panorami meravigliosi e tristi, ma la premessa: il ragazzo borghese laureando in medicina capisce che deve curare tutta la società. La storia scorre nello sguardo incantato e poi disincantato dei due amici palpitanti di voglia di vivere e dei vari ed eventuali partner. Gael García Bernal, l'attore di Almodóvar, è molto convincente, simpatico e anche eroico: tanto che nuota senza controfigura nel notturno Rio delle Amazzoni per salutare i lebbrosi, e gli sta molto bene al fianco Rodrigo de la Serna. Il loro finale saluto all'aeroporto sarà, come sappiamo, solo un arrivederci perché quel fantastico viaggio per prenotarsi un sogno diventa l'insegnamento morale di un film anche per questo bello e necessario.", "Via alla scoperta del mondo. \"I diari della motocicletta\" di Walter Salles, raccontano una traversata su due ruote prima, con mezzi fortuna poi, dell'immenso continente sudamericano, all'inizio degli anni '50. In sella alla 'Poderosa', la vecchia moto che perde letteralmente i pezzi, ci sono Ernesto e Alberto, amici per la pelle, giovanotti della buona borghesia di Buenos Aires, spinti dal desiderio di conoscere, dalla voglia di avventura, dalla forza impetuosa dell'età più bella. Uno dei due è destinato a diventare un personaggio storico, quel 'Che' Guevara e che avrà una parte così importante, di lì a pochi anni, nelle rivoluzione cubana; l'altro è un ragazzo di estrema simpatia, allegro e burlone, gran conquistatore di ragazze. Insomma, una coppia ben assortita, pronta ad affrontare l'ignoto. Le sterminate pianure argentine, il gelo della Cordigliera andina, le città e le miniere dei Cile, l'incontro con le meraviglie dell'antica civiltà Inca (la 'conquista' del Machu Picchu è senz'altro uno dei momenti migliori del film), fino all'arrivo in un lebbrosario del Perù, con la presa di coscienza definitiva della miseria e della disperazione in cui versa tanta parte di umanità derelitta. Percorso di formazione, dunque, stupore di fronte al non ancora conosciuto, crescita continua della consapevolezza, della volontà di agire per cambiare il mondo. Salles si ferma qui, sulle soglie della storia ufficiale. Quella raccontata è una vicenda umana che ci coinvolge perché può essere il cammino percorso da ciascuno di noi, al di là della notorietà successiva del protagonista. Le immagini sanno cogliere i fermenti di un'epoca, il desiderio di cambiamento che stava nascendo, l'ansia generazionale di confrontarsi con il diverso.", "");
movie[2]= new Array ("745800", "LA DONNA PERFETTA", "THE STEPFORD WIVES", "tt0327162", "Frank Oz", "Nicole Kidman (Joanna Eberhart), Bette Midler (Bobbie Markowe), Matthew Broderick (Walter Eberhart), Christopher Walken (Dale Coba), Faith Hill (Sarah Sunderson), Glenn Close (Emily Francher), Roger Bart (Roger Bannister), Jon Lovitz (Dave Markowe), Lorri Bagley (Charmaine Van Sant)", "Commedia fantastica", "Stati Uniti 2004", "Paul Rudnick", "Rob Hahn", "David Arnold", "90", "Scott Rudin", "Unites International Pictures", "Le mogli di Stepford nel Connecticut, verde cittadina per americani benestanti, somigliano tutte alla pubblicità per gli elettrodomestici degli Anni Cinquanta: belle bionde, ben pettinate truccate e vestite, dolci, allegre, brave nello sport e nei lavori manuali (cucinare, curare il giardino, darsi alla sartoria, preparare drink, fare la spesa, pulire e ridipingere la casa), pronte agli ordini coniugali, ardenti e intraprendenti a letto. In passato, spesso erano state manager o scienziate ai massimi livelli: ma adesso sono diverse, e sbalordiscono. Nicole Kidman, potente dirigente televisiva, brillantissima e intelligente, è stata inopinatamente licenziata. Per curare la ferita all'orgoglio e il collasso nervoso della moglie, il marito Matthew Broderick decide di lasciare Manhattan e di trasferire la famiglia in una bella casa riposante nel Connecticut. Ma a Stepford le mogli risultano tutte bambole animate, robot domestici e sessuali, schiave sottomesse e contente. Nicole Kidman scopre che per comodità, attraverso un particolare trattamento elettronico, gli uomini le hanno ridotte così, e che pure lei verrebbe sottoposta alla stessa mutazione se inavvertitamente suo marito non azzerasse la macchina delle mogli perfette. \"La fabbrica delle mogli\" è il titolo del romanzo di Ira Levin da cui venne tratto nel 1975 il film di Bryan Forbes con Katharine Ross di cui \"La donna perfetta\" è il rifacimento. Il clima sociale e l'antimaschilismo d'epoca sono cambiati, ma la metafora resta efficace, sarcastica, esatta quanto il perenne desiderio maschile d'obbedienza femminile: e il film è divertente, ben scritto. Una coppia fantastica domina la comunità: Christopher Walken e Glenn Close (\"Io volevo soltanto un mondo migliore in cui le donne fossero amabili e gli uomini amati\"). Con i capelli neri lisci e corti, con la faccia rimpicciolita dal trucco, Nicole Kidman è quasi irriconoscibile: ma quando viene licenziata in tronco recita un alternarsi di incredulità, furore, ilarità, avvilimento, una grande scena davvero magistrale.", "Il romanzo di Ira Levin che ha ispirato \"La fabbrica delle mogli\", film del 1975 con Katharine Ross e Paula Prentiss, utilizza con abilità le convenzioni e gli snodi del thriller e della suspense orientandoli verso una satira sociale della classe media americana, della mitologia di un ottimismo domestico esaltato dal consumismo e da una cultura pop infarcita di elettrodomestici, divani, acconciature, vestiti e sorrisi che codificavano il migliore dei mondi possibili: quello delle casalinghe e delle mogli realizzate in quanto casalinghe e mogli. Trenta anni più tardi, nel remake firmato da Frank Oz, le convulsioni, le diverticoliti, le rivendicazioni e gli eccessi del femminismo e del postfemminismo appartengono alla storia del costume e della sociologia. Sposare una macchina o trasformare, nel troppo ridente sobborgo di Stepford, le mogli di un automa premuroso e passivo è un anacronismo che non sfugge a che dirige, a chi ha scritto il copione e al cast (i migliori sono Nicole Kidman, Glenn Close che è l'unica attrice che può sembrare credibile mentre stringe, accorata, una testa finta costruita dall'apposito reparto, Christopher Walken, leader del club dei mariti da barbecue e blazer blu, e Bette Midler). Prevale, rispetto al prototipo degli anni '70, il tono da commedia fantastica. Il film, gradevole e meno ovvio della produzione corrente, vale più per i dettagli, alcune intuizioni della scenografia e dei costumi che per altro. È un oggetto singolare e non classificabile.", "");
movie[3]= new Array ("745807", "BENVENUTO MR. PRESIDENT", "GORI VATRA - AL FUOCO", "tt0347105", "Pjer Valica", "Enis Beslaig, Bogdan Diklic, Sasa Petrovic, Jasna Zalica, Senad Basic, Gordana Boban", "Commedia", "Bosnia - Austria - Turchia - Francia (2003)", "Pjer Valica", "Mirsad Herovic", "Sasa Losic", "105", "Ademir Kenovic", "Lucky Red", "Un elicottero militare ronza minaccioso sopra le teste dei cittadini increduli trasportando una lucidissima limousine. È l'inizio di qualcosa che sconvolge la vita di Tesanj, pittoresca cittadina bosniaca della zona musulmana. Il presidente americano Clinton ha scelto proprio questo paese per celebrare la fine della guerra civile e per dimostrare che pace e democrazia sono possibili là dove, fino a poco tempo prima, regnavano guerra e odio etnico. Un bel casino. C'è da rimboccarsi le maniche e fare in fretta, bisogna tirare a lucido il paese, tappezzare per bene con bandiere americane, rinfrescare la banda dei pompieri che con la guerra ha perso dimestichezza con le parate e soprattutto dimostrare verosimilmente lo scoppio dell'amore interetnico per i serbi.
La cosa non è per niente facile e al sindaco rischia di venire un esaurimento nervoso. La \"pace\", infatti, più che di progresso e felicità, è fatta di corruzione, contrabbando, prostituzione, di un torbido annebbiamento morale e soprattutto di una nettissima divisione tra serbi e musulmani che non riescono a guardarsi in faccia senza mandarsi a quel paese.
Eppure bisogna farcela e a tutti i costi. Dopo la messa in scena della pagliacciata con gli americani arriveranno soldi e investimenti: bisogna assolutamente montare il circo...
Il suo è un film tragicamente comico, in cui il gusto per il paradosso riesce a esaltare e cogliere in pieno la realtà irrisolta del dopo guerra civile. La situazione assurda che si viene a creare nel suo paesino innesca un gioco fittizio delle parti, una capriola dei ruoli, in cui facendo finta i paesani si dicono cose serissime e davvero. Viene da pensare a \"No man's land\" o a \"Train de vie\", e soprattutto che a un certo livello di crudeltà e disumanità non ti rimane che il gioco per cercare di sopportare la realtà sul serio.", "Il primo lungometraggio di Pjer Zalica sembra non essere un ennesimo film sulla guerra, sulle sue atrocità e sui drammi che inevitabilmente colpiscono le popolazioni coinvolte. O, quantomeno, non solo questo.
\"Benvenuto Mr. President\" narra gli eventi che si dipanano nel giro di una settimana in una cittadina della Bosnia, Tesanj, in fermento per la notizia dell'imminente visita del presidente Clinton, pronto a diventare cittadino onorario del piccolo comune. Ma anche se sono passati due anni dalla fine della guerra, la realtà post-bellica non è certo confortante: intolleranza etnica, crimine, prostituzione e corruzione sono all'ordine del giorno in tutto il Paese e, per guadagnarsi l'onore di ricevere niente di meno che il presidente americano, alla comunità di Tesanj non resta altro che eliminare - almeno in apparenza - tutto il marcio che c'è e costruire una democrazia in soli sette giorni.
Essendo il background della storia la frenetica corsa contro il tempo di un'intera cittadina, il film non poteva essere che un racconto corale, e da quindi spazio un po' a tutti: da una famiglia sull'orlo dello sfaldamento al sindaco senza scrupoli, passando per i corrotti rappresentanti delle istituzioni, il super-boss del territorio (che assomiglia vagamente al cantante Pelù...!) e i 'nemici serbi' al di là del confine - tutti personaggi marcati da colori vivaci e definiti, leggermente ma volutamente stereotipati.
Tutta l'amarezza e la disarmante realtà del dopoguerra bosniaco arrivano allo spettatore attraverso un canale anomalo, quello del sorriso, che aiuta non solo narratologicamente a sviluppare il film ma rende anche più facile la comprensione di stati d'animo e situazioni dolorose a noi (per fortuna) piuttosto lontane.
Pardo d'argento al Festival di Locarno, il lavoro di Zalica vanta un cast professionale e promettente - su tutti, Bogdan Diklic (Zaim) e Sasa Petrovic (Husnija), entrambi già visti nel 2001 in \"No man's land\" - e momenti di interesse anche culturale, come le gustose feste folkloristiche che sono rappresentate in due o tre passaggi del film.", "COMMENTO DEL REGISTA
\"Ho girato dozzine di film in Bosnia durante la guerra, riguardavano tutti quella guerra, alcuni di questi sono stati bene accolti e ho vinto premi su premi per essi. La gente commentava il coraggio, la veridicità e il significato di quanto avevamo fatto.
Ma poi mi sono stufato di fare film sull'orrore che mi circondava, sulle uccisioni, il sangue e le interminabili e futili discussioni su chi dovesse essere incolpato, chi era responsabile. Era un'esperienza opprimente e terribile, e ci stavo in mezzo respirandola come fosse aria. Desideravo fare dei film sulla pace...
La pace arrivò e continuai a fare film. Ma scoprii che la pace può essere peggiore della guerra.
Ora sono riuscito a capire, come hanno fatto molti prima di me, l'ottimismo tragicomico che dona allo spirito umano la forza inspiegabile di riprendersi da una guerra orribile e da una pace amara. L'abilità e il coraggio di ridere e trovare dello humour nelle privazioni, quando anche i più duri non riescono ad andare avanti, ci aiuta a sopravvivere e continuare ad avere fiducia nel futuro\".");
movie[4]= new Array ("745814", "PRIMAVERA, ESTATE, AUTUNNO, INVERNO ...E ANCORA PRIMAVERA", "BOM YEOREUM GAEUL GYEOUL GEURIGO BOM", "tt0374546", "Kim Ki Duk", "Oh Young Su, Jong-ho Kim Kim Ki Duk (monaco adulto)", "Drammatico", "Corea del Sud - Germania (2003)", "Kim Ki Duk", "Baek Dong Hyun", "Bark Jee Woong", "103", "Korea Pictures, Pandora Film", "Mikado Film", "L'idea occidentale di film religioso si concreta il più delle volte in forme edificanti, agiografiche o lacrimose. Per cui di fronte a una pellicola come Primavera, estate, autunno, inverno .. e ancora primavera, impregnata di pensiero buddista, il nostro sconcerto è totale. Ad apertura del primo dei cinque capitoli, l'immagine del tempietto al centro di un lago fra le montagne in cui vivono un monaco e un bambino suggerisce una collocazione nel passato. Poi però, a chiarire che il racconto si svolge oggi o addirittura domani, arriveranno delle ragazze vestite alla moderna e dei poliziotti armati di pistola. La caratteristica del messaggio spirituale del coreano Kim Ki Duk è di non situarsi fuori dalla vita; ovvero di non nasconderne i condizionamenti e le afflizioni. Dal sadismo del bimbo che se la gode a tormentare gli animali del bosco alle punizioni corporali, dalle trasgressioni del sesso al repentino rifiuto dell'isolamento, l'esistenza degli eremiti finirà per attraversare i rischi e i dolori di tutti. (...) A differenza di molti registi asiatici, Kim Ki Duk non è un cinefilo formatosi sui Cahièrs du Cinéma ma un pittore che va sperimentando da un'opera all'altra una diversa forma espressiva. Quello che ci offre è un film da meditazione, pregno di straordinaria bellezza visiva e scandito su tempi interiori. La giuria dell'ultimo Festival di Locarno gli ha preferito un titolo palesemente inferiore, ma tali consessi (che cosa si aspetta per abolirli?) ci hanno ormai abituati a questo e altro. A dire il vero, non si capisce come abbiano fatto quei giurati a non sentire il fascino di un racconto vibrante ed essenziale, dove nella parte del monaco anziano signoreggia un potente attore del teatro nazionale coreano, Oh Young-Su. Protagonista dei due ultimi capitoli è invece il regista stesso, un atleta dall'espressione intensa quanto impenetrabile. Dopo la prova di questo film saremmo tentati di aprirgli il massimo credito per quanto riguarda l'avvenire, lieti che il cinema sudcoreano offra prodotti qualitativamente diversi dal morboso e tarantinesco \"Old Boy\" di Park Chan-wook, secondo premio al recente festival di Cannes.", "Anche se Kim Ki Duk si dichiara un cane sciolto, che non appartiene alla \"corrente dominante\" e viaggia ai margini, il suo \"Primavera, estate, autunno, inverno ...e ancora primavera\" è da considerare un apologo di ispirazione buddista. Tale è la cultura di appartenenza di questo regista coreano segnalatosi all'attenzione della critica internazionale per la singolarità e intensità della sua opera cinematografica (ricordiamo in particolare \"L'isola\" che, presentato alla Mostra di Venezia nel 1999, è uscito nelle nostre sale). Tuttavia, per quanto profondamente orientale, il film ha qualcosa da insegnare a noi che viviamo in un mondo dove sembra che il delitto abbia il perdono incorporato. Infatti la prima cosa che si chiede ai parenti di una vittima è se hanno perdonato, quasi fossero gli altri, i mass media o la società nel suo insieme, a decidere se alleggerire dei pesi la coscienza del colpevole e non questi a doversene assumere la piena responsabilità. Al contrario nella parabola esistenziale delineata da Kim Ki Duk, le cui tappe di dieci anni in dieci anni sono scandite dallo svolgersi delle stagioni, l'individuo rispondendo di se stesso e di ogni suo atto emerge come centro morale assoluto. In una cornice di magica suggestione, un eremo galleggiante nel lago di Jusan sprofondato fra verdi, impenetrabili montagne, vivono un anziano monaco e un bambino di cui seguiamo le tappe di crescita: dalla primavera dell'innocenza infantile in cui si scoprono le cose (inclusa la propria crudeltà), all'estate dell'adolescenza con le sue incontrollabili pulsioni sessuali; dall'autunno tempestoso dell'età adulta, l'epoca degli errori, all'inverno della redenzione e della spiritualità. Il ciclo si chiude e si riapre: a quarant'anni di distanza dalla precedente primavera, il bambino di allora è un anziano monaco che vive con un bambino e… Ambientato in un oggi astratto, realizzato nel corso delle quattro stagioni con l'essenzialità di un haiku, fotografato in modo impeccabile, il film di Kim Ki Duk parla, in contrasto all'immota bellezza del paesaggio, di una natura umana fallace, violenta e sofferente che nel processo verso la maturazione trova il suo senso e il suo riscatto.", "");
movie[5]= new Array ("745821", "IL COSTO DELLA VITA", "LE COUT DE LA VIE", "tt0348572", "Philippe Le Guay", "Vincent Lindon (Gilbert Coway), Fabrice Luchini (Brett), Geraldine Pailhas (Héléna), Isild Le Besco (Laurence)", "Commedia", "Francia (2003)", "Philippe Le Guay", "Laurent Machuel", "Philippe Rombi", "105", "Anne Dominique Toussaint", "Istituto Luce", "Che c'è di più patetico e ridicolo del rapporto che ciascuno di noi intrattiene col denaro? Il costo della vita (il gioco di parole del titolo originale francese è tra \"costo\" e \"gusto\" della vita) mette in scena una piccola folla di personaggi per esemplificarne le varianti.
C'è l'avaro cronico (Fabrice Luchini), che ovviamente soffre di costipazione e quando invita una donna a uscire non sa pensare che alla spesa. C'è lo scialacquatore (Vincent Lindon), che dispensa la sua generosità malgrado i consigli della moglie (Camille Japy), fino all'inevitabile rovina. Ci sono il riccone che svende (Claude Rich) e la giovane ereditiera (Isild Le Besco) che teme di essere desiderata solo per il suo denaro; la prostituta che fa pagare gli uomini in quattrini e sentimenti; l'operaia licenziata (la sola povera del film, ma viene liquidata in poche scene).
Con personaggi del genere, zuppi di nevrosi e manie, si fa presto a cadere nella caricatura. Fortuna che Philippe Le Guay riesce a sventare sempre il pericolo, dando alle sue figurine quel tanto di originalità e sostanza che anche il più corale dei film esige. Tutti si muovono con una certa credibilità per le vie di Lione, vivendo le proprie vite in parallelo e incrociando, al caso, i rispettivi destini umani e finanziari fino all'happy-end, dove l'amore prevale sul denaro. Per realizzare la necessaria connivenza con il pubblico, il regista si avvale di un ottimo cast d'attori che orchestra con stile \"mozartiano\", ripetutamente echeggiato dalla colonna sonora.", "Uno: quanto saremmo disposti a pagare per ritrovare un amore perduto, e non in senso simbolico ma proprio in moneta e sonante? Due: come mai molti spendono e spandono, ma trascurano i propri beni al punto da alimentare il sospetto che tanto disprezzo per il denaro nasconda un profondo disamore di sé? Tre: perché un'operaia di mezz'età, sola, senza lavoro, un figlio disabile sulle spalle, intrattiene coi soldi (che non ha) un rapporto mille volte più spensierato di una giovane, bella e ricchissima ereditiera?
In un cinema che di rado ormai coniuga l'intelligenza e la profondità con la leggerezza e il divertimento, film come \"Il costo della vita\" del francese Philippe Le Guay sono un vero regalo. Ed è con un pizzico di invidia che gli italiani, dopo l'anteprima all'ultimo festival di Locarno, si sorprendevano a chiedersi: come mai da noi film così non li fa più nessuno?
Articolato in storie parallele, un po' come \"Magnolia\" ma in chiave infinitamente più lieve; sostenuto da un cast di campioni come Fabrice Luchini, Vincent Lindon e Claude Rich accanto a giovani già affermate come Isild Le Besco, \"Il costo della vita\" richiama fin dal titolo \"Il gusto degli altri\". E anche se il lavoro di Le Guay (sceneggiatore e regista) non ha la complessità e il calore irripetibili del film di Agnès Jaoui, l'idea di annodare vite diverse intorno a un tema centrale e rivelatore come il denaro, che potrebbe sembrare astratta, finisce per rendere vivi e toccanti ogni personaggio del film, maggiori e minori.
Come dice il regista: 'Crediamo di parlare di soldi, ma è d'amore che si tratta'. E anche: 'Il denaro è una cartina di tornasole, esprime la violenza, i sentimenti, le pulsioni. Il rapporto coi soldi oggi è tabù. Ma il cinema si fa proprio per portare alla luce ciò che è nascosto...'. E l'ambientazione lionese, città borghese e voluttuosa, lontana dagli stress parigini, sottolinea a meraviglia le invisibili barriere e le piccole grandi miserie che imprigionano i protagonisti di questo film \"à la Balzac\".
C'è Lindon, ristoratore prodigo, capace di mettersi ai fornelli e allestire uno spuntino da re per l'ispettore delle finanze piombatogli in casa all'improvviso, ma non di affrontare il problema delle tasse. C'è Luchini, avaro compulsivo afflitto da stitichezza psicosomatica, che lasciò il suo grande amore per una camicetta di seta, salvo poi incappare nella dispendiosa terapia d'urto di una squillo sapiente e più efficace di tanti psicoanalisti.
Mentre il soave miliardario Claude Rich, reduce da un intervento a cuore aperto, liquida fabbriche e consorte ma scopre che rifarsi una vita non significa comprarla. Anche se talvolta per guarire basta offrire, o accettare, un semplice caffè.", "");
movie[6]= new Array ("745828", "ORO ROSSO", "TALAYE SORGH", "tt0371280", "Jafar Panahi", "Hussain Emadeddin (Hossein), Kamyar Sheissi (Ali), Azita Rayeji (la fidanzata), Shahram Vaziri (il gioielliere), Ehsan Amani (lo sconosciuto al bar), Pourang Nakhayi (l'uomo ricco), Kaveh Najmabadi (il venditore), Saber Safael (il soldato)", "Drammatico", "Iran - Francia - Italia (2003)", "Abbas Kiarostami", "Hossain Jafarian", "Peyman Yazdanian", "97", "Jaffar Panahi Productions (Iran), Lumen Films (Francia), Mikado Film (Italia)", "Mikado Film", "Il regista Jafar Panahi ha poco più di quarant'anni ed è carico di onori: Caméra d'or (per la migliore opera prima) a Cannes nel '95 con \"Il palloncino bianco\", Pardo d'oro a Locarno nel '96 con \"Lo specchio\", Leone d'oro a Venezia nel 2000 con \"Il cerchio\". Questo è il suo quarto film.
La sua scuola è quella del maestro iraniano Abbas Kiarostami, dietro cui fa capolino la scuola neorealista italiana, che qui ha scritto la sceneggiatura. Ma la suggestione di partenza viene da una notizia di cronaca: durante una rapina in gioielleria il ladro, rimasto bloccato dall'allarme, uccide il proprietario e poi rivolge l'arma contro se stesso. Panahi ha inventato intorno a questo spunto un affresco sociale, ma niente di ideologico, sociologico, pedante.
Il film si apre e si chiude sulla scena della rapina e della sua tragica fine. In mezzo la breve storia di Hossein, ex soldato ammalato e gonfio di cortisone, consegna pizze a casa dei ricchi sulla sua motocicletta, deve sposarsi ma non ha i soldi per fare un regalo degno alla fidanzata, è un uomo triste e umiliato dalla povertà. Il trattamento che, per il suo aspetto, subisce dal gioielliere quando con la ragazza vanno nel negozio lo sprofonda nella frustrazione. Agirà per vendicare la sua dignità. Piccole essenziali pennellate, una \"lentezza\" di narrazione che non è sinonimo di calo di tensione, di superfluo, al contrario. L'idea, suggerita in un lampo, di una società che malgrado precetti e restrizioni non ha abolito il baratro tra folle diseredate e privilegiati.", "Pochissimi possono vantare un curriculum come quello di Jafar Panahi, che con i primi tre film, fra il 1995 e il 2000, ha collezionato un premio internazionale più prestigioso dell'altro: Presentato lo scorso anno nella sezione \"Un Certain Regard\" Oro rosso conferma l'indubbio talento dei cineasta iraniano; e il magistero di Abbas Kiarostarni, che ha sceneggiato il film ispirandosi a un fatto di cronaca, nel rispecchiare sempre nuovi aspetti della realtà del suo paese.
Si parte da una rapina fallita, che Panahi racconta con la macchina da presa fissa a inquadrare dall'interno l'ingresso di una gioielleria e sullo sfondo la strada. Insieme al negoziante entra un tipo armato che gli intima di tirare fuori i preziosi. Intanto sopraggiunge una cliente che fugge chiedendo aiuto, scatta l'allarme, la saracinesca si chiude automaticamente, il rapinatore intrappolato spara al commerciante e poi si uccide. È una sequenza laconica, secca sulla quale si innesta un flashback che si richiuderà circolarmente alla fine sulla scena iniziale. Fidanzato con la sorella dell'amico Ali, il grosso e riservato Hossein consegna pizze a domicilio per una paga misera. Un lavoro che ogni sera lo porta nei quartieri dei ricchi che vivono in un altro modo. Esiste a Teheran una società alto borghese farisea che sfida le rigide regole coraniche, veste alla moda occidentale, beve e balla (cose proibite), può permettersi appartamenti lussuosissimi e costosi gioielli. Sbirciare in quel mondo del quale non potrà mai far parte, crea in Hossein un senso crescente di umiliazione che sfocia in un assurdo gesto ribellistico.
Recitato da non professionisti, ben girato e modernissimo nei dialoghi, \"Oro rosso\" ci introduce in un universo islamico molto più complesso di come lo immaginiamo; e facendo emergere dinamiche umane e sociali simili alle nostre, in un momento tanto delicato dei rapporti fra mondo cristiano e musulmano aiuta a capire.", "");
movie[7]= new Array ("745835", "SCHOOL OF ROCK", "THE SCHOOL OF ROCK ", "tt0332379", "Richard Linklater", "Jack Black (Dewey Finn), Joan Cusack (Rosalie Mullins), Mike White (Ned Schneebly), Sarah Silverman (Patty), Joey Gaydos jr. (Zack), Maryam Hassan (Tomika), Kevin Clark (Freddy), Rebecca Brown (Katie), Caitlin Hale (Marta), Aleisha Allen (Alicia)", "Commedia", "Stati Uniti (2003)", "Mike White", "Rogier Stoffer", "Craig Wedren", "108", "Scott Rudin", "United International Pictures", "Tempi duri per Dewey Finn, chitarrista che vive letteralmente per il rock: i suoi amici lo hanno appena cacciato dalla band, non possiede un dollaro e rischia di perdere anche l'alloggio. Il destino gli offre una possibilità tramite un equivoco: scambiato per insegnante, ottiene un posto di supplente in una scuola privata retta da una direttrice dal pugno di ferro. Ma che cosa potrà insegnare ai ragazzini, se non l'unica cosa che conosce al mondo, ossia il rock? L'idea è migliore di quanto possa sembrare alla prima occhiata.
All'interno delle convenzioni appartenenti al repertorio \"commedia degli equivoci\", unito per l'occasione con quelle della \"success story\" (intossicata, perlopiù, di buoni sentimenti), School of Rock insinua alcune novità inattese, che ne innalzano il livello diverse spanne più su delle commedie del genere.
In prima battuta, il film sottolinea la contraddizione tra la disciplina severa della scuola e i tratti caratterizzanti dell'universo rock: ribellismo, creatività, gusto dell'anarchia. La storia prende, via via, l'aspetto di un'iniziazione alla conoscenza e alla passione di un gruppo di giovanissimi, contagiati da un'energia che Jack Black emana anche dallo schermo alla platea. Sottilmente, però, Linklater ci fa capire che il rock non è solo spontaneismo; che anch'esso risponde a specifici codici (musicali ma anche di repertorio, di abbigliamento, di ruoli, di comportamento) e che può benissimo essere insegnato come qualsiasi altra - importante - forma culturale.", "Si può essere sentimentali ma anche irriverenti? Fare un film per famiglie e anche per rockettari? Inserirsi con Hendrix, Led zeppelin e i Doors nella scuola reazionaria e strimpellare contro il sistema? Linklater, esperto di affetti fin da \"Prima dell'alba\" vince alla grande la scommessa con la spassosa, commedia \"School of rock\". Agitata dall'appassionata, psicosomatica performance in atletica taglia large del bravo Jack Black (il commesso in \"Alta fedeltà\") resurrezione del trash con metodo Belushi, è la storia di un indigente e finto supplente. Un musicista fallito che si inserisce in una scuola di provincia e convince al rock, facendolo studiare come materia, i bambini allevati in classe e per classe come piccoli manager alle melodie di Mozart, formando una mini band di mitico successo.
Furbo e talvolta irresistibile, vedi la lavagna con la genealogia dei rock, scritto ed anche recitato da Mike White, il film passa in trasversale tra teenager e genitori nostalgici, complice una rock compilation in cui c'è di tutto, anche un bell'inedito. Il messaggino è lasciare esprimere ai ragazzi quello che sentono, se mai tarpare le ali a Schubert. Finta polemica anti borghese, sentimentalismo con la preside frustrata (Joan Cusack), l'arrivano i nostri con chitarra elettrica nello show che finisce col volemose bene; ma soprattutto c'è l'allegria di un'ottima idea e la simpatia contagiosa di una classe di under 14 che fa casino e si diverte a vista. Si prevedono, ahimè, imitazioni.", "");
movie[8]= new Array ("745842", "LA SORGENTE DEL FIUME", "TO LIVADI POU DAKRIZI", "tt0366721", "Théo Angelopoulos", "Alexandra Aidini (Heleni), Nikos Poursanidis (Alexis), Giorgios Armenis (Nikos), Vassilis Kolovos (Spiros), Eva Kotamanidou (Cassandra)", "Drammatico", "Grecia - Italia - Francia (2003)", "Théo Angelopoulos con la collaborazione di Tonino Guerra, Petros Markaris", "Andreas Sinanos", "Helene Karaindrou", "150", "Amedeo Pagani, Théo Angelopoulos", "Istituto Luce", "All'arrivo dell'Armata Rossa, la comunità greca fugge nella terra d'origine e s'insedia sull'estuario del grande fiume che sfocia nel Mediterraneo. Cresciuti insieme, Alexis ed Eleni si amano: ma il padre del ragazzo, rimasto vedovo, vuole sposare la fanciulla. Costretti all'esilio, gli innamorati errano attraverso il Paese e arrivano a Salonicco. Nascono due bambini. Frattanto il fascismo prende il potere e l'uomo parte per l'America. La separazione, che doveva essere breve, dura all'infinito. Scoppia la seconda guerra mondiale; Alexis si arruola nell'esercito; Heleni è incarcerata; i loro figli militano su fronti opposti.
Prima parte di una trilogia con cui Angelopoulos ha deciso di posare il suo sguardo da Ulisse sugli ultimi ottant'anni di Storia, La sorgente del fiume è un film tutto costruito sull'acqua, dove l'elemento liquido allude continuamente al pianto dei personaggi.
Fino dalla prima scena, fotografata da Andreas Sinanos in immagini composte come dipinti (mai statiche, però; dotate invece di un intrinseco ritmo filmico), il regista conferma il suo sublime manierismo: adotta i ritmi lenti di lunghi piani-sequenza dove la reticenza sposa la tragedia. Lo si può prendere, lo si può lasciare; però alcuni episodi (quello dove Heleni e le altre donne vanno alla ricerca dei corpi dei loro cari caduti in battaglia, l'esodo dal villaggio alluvionato) sono indimenticabili. E se neghiamo la definizione di \"grande cinema\" a un'opera come questa, a che cosa siamo soliti attribuirla?", "Momenti di bellezza meravigliosa, ne \"La sorgente del fiume\" di Théo Angelopoulos: una distesa di lenzuola bianche messe ad asciugare palpitanti nel vento, il ricordo \"Giorni del '36, notti oscure\", la musica di \"Amapola\", un funerale sull'acqua con bandiere nere che procede solenne e lento su una zattera, le urla atroci della madre sul cadavere del figlio, il dolore civile ('Quello che temevamo è accaduto: la democrazia si è suicidata') e la pioggia che non smette mai di cadere trasformando le strade in rivoli di fango. Nessun regista al mondo fa un cinema più struggente e perfetto, più realista e lirico; nessun autore persegue progetti di tale grandezza. \"La sorgente del fiume\" è il primo film di una trilogia che vuol narrare gli eventi più importanti che hanno segnato la Grecia nel Novecento, attraverso la vita di due coniugi costretti alla separazione: l'esilio, la lontananza, l'errare, il disfarsi delle ideologie, la morte, le prove della Storia. Angelopoulos certo non racconta la Storia in vignette e aneddoti cronologicamente ordinati, completati da date o scritte alla maniera televisiva. Come accade nella memoria di ciascuno di noi, gli bastano allusioni, note musicali, simboli, immagini evocative, attimi significativi (due bandiere greche biancazzurre. Uno che va di corsa per le vie della città gettando volantini e gridando 'viva il Fronte Popolare', corpi straziati abbandonati inerti dopo la tortura, le barche che salvano i senzatetto dell'inondazione). Il film non fornisce dettagli, ma per capirlo meglio forse è utile ricordare che la prima parte del Novecento portò alla Grecia pronunciamenti e regimi militari come quello di Venizelos, battaglie territoriali per l'Anatolia e la Tracia, guerre civili combattute o scongiurate, colpi di Stato conservatori e dittatura filofascista di Metaxas, restaurazione, occupazione nazifascista, interventi militari francesi e inglesi, reggenza affidata a un arcivescovo: una instabilità perennemente sussultante che frantumava la vita delle persone.
Angelopoulos è autore del soggetto, della sceneggiatura, della regia, è co-produttore insieme con Amedeo Pagani e Jean Labadie. Ha scelto e diretto magnificamente i due protagonisti: specie Alexandra Aidini, ma anche Nikos Poursanidis è davvero bravo come giovane musicista, suonatore di fisarmonica poi emigrato negli Stati Uniti in cerca di fortuna e morto a Okinawa in divisa dell'esercito americano. È ammirevole come sempre nell'opera di Angelopoulos il modo di collocare nello spazio figure indimenticabili: la ragazza sottile e leggera, i bambini di pessimo umore, ma anche i musicisti sempre in cappotto, cappello, ombrello, anche gli uomini che piangono, sopraffatti dalla desolazione.", "");
movie[9]= new Array ("745849", "JAPANESE STORY", "JAPANESE STORY", "tt0304229", "Sue Brooks", "Toni Collette, Lynette Curran, Matthew Dyktynski, Yumiko Tanaka, Gotaro Tsunashima", "Drammatico", "Australia 2003", "", "", "Elizabeth Drake", "107", "Sue Maslin", "Filmauro", "Hiromitsu, un uomo d'affari giapponese, si reca in Australia per incontrare gli industriali coi quali sta per nascere una fusione di società, ma soprattutto per visitare spazi e luoghi. Ad accompagnarlo e a guidarlo \"in giro\", Sandy, socia del gruppo. Dopo le iniziali diffidenze, tra i due scatta qualcosa. Sembra la solita minestra romantica interrazziale, per lo più immersa nella bellezza indiscutibile del deserto australiano. Ma regista e sceneggiatrice non permettono alla magnificenza del set di abbagliare più di tanto, e sanno andare a fondo dei corpi e delle psicologie, senza peraltro voler dire troppo né esplicitare tutto. E ciò che coinvolge e convince è appunto quel senso di \"trattenuto\" che pervade il rapporto. \"Japanese Story\" è in fondo la vicenda di due esperienze inavvicinabili, dove la solitudine, l'insoddisfazione e il vuoto creano abissi di (in)comunicabilità. Lo script di Alison Tilson gestisce stereotipi geografici con senso della misura, e sorprende non poco col suo scarto a tre quarti della durata. Di lì in poi, è una continua apertura - e non discesa né salita - alla commozione. Un bel film, tra dramma e mélo, rispettoso dello spettatore come dei suoi personaggi, ognuno comprensibile nel dolore e, paradossalmente ma poi neanche tanto, nell'incomprensibilità. Magnifica e splendente Toni Collette. Suggestiva la musica di Elizabeth Drake.", "Un oceano di terra. La sconfinata, bellissima, inquietante Australlia fa da sfondo a Japanese story - Un Viaggio, un amore, di Sue Brooks. Un giovane uomo d'affari giapponese arriva per un viaggio d'istruzione. Gli interessa tutto, dalle miniere ai paesaggi selvaggi, dal deserto agli animali strani. Qualcuno lo deve accompagnare, e la scelta cade sulla geologa Sandy, che avrebbe tutt'altri piani per la mente. Ma l'ospite è importante, e la compagnia per la quale la donna lavora fiuta la possibilità di un grosso business.
Si parte, dunque, a bordo di un fuoristrada equipaggiato di tutto punto. Impossibile mettere insieme due tipi più diversi. Lei lo guarda come se fosse un alieno, un meteorite caduto da chissà dove. Difficoltà di comunicazione, gusti opposti, quasi un'antipatta reciproca a fior di pelle. E poi quelle richieste assurde, di andare sempre avanti, di scoprire sempre qualcosa di nuovo, di non accontentarsi mai.
Fortuna che la cosa durerà solo pochi giorni, si consola Sandy. Ancora un piccolo sacrificio, e poi ognuno per la sua strada. Errore: le cose stanno per andare diversamente. Complice un incidente nel deserto, i due si trovano costretti a un'avventura fuori programma. Una notte all'addiaccio, il rischio vero di lasciarci la pelle. L'avventura cementa il rapporto, costringe a comunicare, fa scoprire lati diversi del carattere. Ci si guarda negli occhi, si superano le, barriere, non solo linguistiche.
Ma non è una banale storiella d'amore. È qualcosa di più intenso, drammatico. Il film ci depista: lo spettatore viene accompagnato mano nella mano in una dimensione profonda, autentica. Aspra e vera come quella terra senza fine, sospesa ai confini stessi del mondo.", "");
movie[10]= new Array ("745856", "È PIÙ FACILE PER UN CAMMELLO...", "IL EST PLUS FACILE POUR UN CHAMEAU...", "tt0325030", "Valeria Bruni Tedeschi", "Valeria Bruni Tedeschi (Federica), Chiara Mastroianni (Bianca, Sua sorella), Jean-Hugues Anglade (Pierre), Denis Podalydès (Philippe), Roberto Herlitzka (il padre), Marysa Borini (la madre)", "Commedia", "Francia - Italia 2003", "Valeria Bruni Tedeschi e Noémie Lvovsky De Sacy", "Jeanne Lapoirie", "", "110", "", "", "Ciascuno di noi sa benissimo quel che dovrebbero fare gli altri, però ha qualche difficoltà ad assumere la propria vita. Il problema di Federica è di essere troppo ricca: perché, secondo la parabola evangelica, è più facile per un cammello passare dalla cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno dei cieli. Federica si sente in colpa a causa di quella vergognosa ricchezza e lo dice al prete, mentre cerca faticosamente di crescere, regolare i conti con la famiglia, gestire i rapporti sentimentali. Difficile immaginare un film più tinto d'autobiografia dell'esordio dietro la macchina da presa di Valeria Bruni Tedeschi, che si espone anche davanti all'apparecchio praticamente nella parte di se stessa (e affida a sua madre quella di sua madre). La scommessa era rischiosa; buon per Valeria averci messo una dose d'ispirata leggerezza, l'unico antidoto efficace in simili casi. Rompendo la linearità del racconto, il film oscilla tra presente e passato, gioca a nascondino tra l'età adulta e l'infanzia, mostra la compatibilità fra la commedia caustica e la fantasticheria malinconica. La partecipazione sincera alla materia è fuori discussione; non basterebbe, però, se la regista non la traducesse in termini di stile, componendo per tocchi progressivi un autoritratto e un gruppo di famiglia non convenzionali, che spesso scartano le aspettative del pubblico con effetti di benefica sorpresa. Tanta fluidità non impedisce che l'inquietudine esistenziale affiori sotto lo strato del \"gioco\", né che la sensazione di libertà e d'inventiva sia il risultato di un rigore formale notevole, tanto più per un'esordiente.", "Oltre alla biblica previsione, si porta dietro molti aggettivi la già fortunata in Francia opera prima di Valeria Bruni Tedeschi È più facile che un cammello... Perché è una commedia sofisticata (la famiglia ricca, come nella Hollywood anni '30), abbastanza cinica, sincera, simpaticamente confusa e con due complessi di colpa da rimuovere, uno verso il denaro e l'altro verso Dio, cui offre una dose della sua bella vergogna interiore. L'attrice-autrice - complici i colleghi Calopresti e la brava Noémie Lvovsky dei Sentimenti - cerca di passare per la cruna dell'ago raccontando la vera storia della sua famiglia che emigrò dall'Italia a Parigi negli anni di piombo. Sborsa sentimenti e nevrosi propri, occhiate di traverso, affetti trasversali a porte chiuse ma con un fidanzato di sinistra e il dolore di un padre malato terminale (perfetto e ironico Roberto Herlitzka che alcuni scoprono ora). La virtù del film è che tratta anche le cose drammatiche e profonde con un tocco lieve di grazia e humour, virando bene nel surreale, nel sogno, con reale snobismo interiore; ma anche con fiducia nel silenzio e negli imprevisti cammini della coscienza. L'ottimo cast è di amici, a parte la vera madre, Marysa Borini: ecco Chiara Mastroianni come sorella (che è poi Carla Bruni, la modella), Lambert Wilson il fratello nullafacente, Jean-Hugues Anglade che difende la classe operaia di fronte alla borghesia compiaciuta dei suoi soldi anche se canta \"L'Internazionale\".", "");
movie[11]= new Array ("745864", "CHE NE SARÀ DI NOI", "CHE NE SARÀ DI NOI", "tt0402912", "Giovanni Veronesi", "Silvio Muccino (Matteo), Violante Placido (Carmen), Giuseppe Sanfelice (Paolo), Elio Germano (Manuel), Valeria Solarino (Bea), Enrico Silvestrin (Sandro)", "Commedia", "Italia (2004)", "Giovanni Veronesi, Silvio Cuccino", "Fabio Zamarion", "Andrea Guerra", "105", "Aurelio De Laurentiis", "Filmauro", "Se Elsa Morante scrisse \"Il mondo salvato dai ragazzini\", il film di Giovanni Veronesi Che ne sarà di noi sottintende la domanda opposta: e i ragazzini chi li salverà? Come per dire che al di là della bella estate di un trio di studentelli romani si schiuderà il misterioso e inquietante spazio vuoto dell'avvenire di ciascuno e tutti. Al grido di «andarsene», appena usciti dall'esame di maturità Matteo, Manuel e Paolo approdano all'isola di Santorini rigurgitante di adolescenti in vacanza. Il filo di Arianna è la vaga ricerca della coetanea Carmen (la brava Violante Placido), compagnuccia di Matteo che ha preferito più allettanti compagnie. Il film è iniziato su una scena di sesso molto spregiudicata fra il protagonista e la ragazza in questione, tanto per far capire che il problema fra loro non è quello: sanno come comportarsi a letto, ma una volta in piedi e vestiti, perdono la bussola.
Matteo prende male la decisione di Carmen di andare in Grecia per conto suo e trascina in Grecia gli amici che sognavano di farsi le canne in Marocco. Figlio di madre vedova con negozio di animali, che lui crede di odiare, Manuel finirà per prendersi un sacco di botte per difendere un cane randagio; e Paolo, programmato per iscriversi all'università a Milano, si invaghisce di una ragazza incinta e la segue in Turchia.
Si è tentati di guardare questo film come un documentario antropologico sulla tribù pressoché sconosciuta degli odierni ventenni: le bravate degli estivanti di Santorini sono intinte di rabbie, ansia e malinconia. Ma in tutti e tre i protagonisti emerge verso la fine, in modo diverso, un imprevisto senso di responsabilità verso la vita. Il titolo aggiunge una patina pensosa a un'operina che ha la freschezza della cosa vista, ideata e portata avanti da Silvio Muccino, già collaboratore e interprete nei film del fratello Gabriele: il produttore Aurelio De Laurentiis gli avrebbe affidato anche la regia, ma lui non se l'è sentita.
Ruspante di talento, il giovanotto pur non pretendendo alla successione di James Dean ha l'aria di candidarsi portavoce di una generazione. Se i mitici e corteggiatissimi ragazzi «che vanno al cinema» si riconosceranno in Muccino junior, questo film molto saldamente tenuto in pugno da Veronesi rischia di essere un successo.", "A 230 anni di distanza, tanti ne sono trascorsi dalla pubblicazione del romanzo di Goethe, il giovane Werther è ancora fra noi con la sua foga emotiva e il suo desiderio di naufragar nel mare dell'amore. Sullo schermo l'ultima incarnazione dell'intramontabile figura, aggiornata al 2004 con un'accentuazione autoironica che non ne svigorisce la componente romantica, è quella di Silvio Muccino (fratello minore di Gabriele), ideatore e protagonista di \"Che ne sarà di noi\", dove interpreta un diciottenne che ha perso la testa per una più grande.
È estate e, terminati gli esami di maturità, Silvio decide di andare in vacanza a Santorini: meta verso cui pilota gli inseparabili compagni di scuola Giuseppe Sanfelice ed Elio Germano perché sa che là troverà la bella e inquieta Violante Placido di cui è invaghito pazzo. Ingenuamente si illude di fare alla ragazza una gradita sorpresa e invece la sorpresa l'avrà lui e molto amara: lei è a sua volta innamorata di un altro che mai la corrisponde. Nella sublime ed impervia cornice dell'isola greca, anche Giuseppe ed Elio si confrontano con una crisi di crescita; e dei resto tutto il variegato mondo di coetanei che circonda i tre amici sembra essere approdato in quel paradiso fra cielo e mare più per stordirsi, come alla ricerca di una via di fuga, che per divertirsi.
Scritto da un vero ventenne, \"Che ne sarà di noi\" è uno di quei film che invitano ad aprire inutili dibattiti: farà tendenza, o no? Rispecchiano la realtà questi ragazzi che si ostinano a rinviare l'appuntamento con la vita adulta e intanto si sfiniscono ballando, fumando spinelli, impasticcandosi e intrecciando rapporti per lo più effimeri? Sono domande plausibili, ma l'attrattiva del fresco romanzo di formazione, convincente nonostante le imperfezioni e le fragilità, è quello di sfuggire alle griglie sociologiche. Nell'intonata regia di Giovanni Veronesi, e grazie a un indovinato cast in cui spiccano il dirompente Muccino e l'ambigua Violante, ad emergere è l'impetuosa sensibilità di un'età che è dolce attraversare immersi in uno speciale stato di malinconica esaltazione. Senza il quale la giovinezza, almeno da Werther in poi, non è degna di chiamarsi tale.", "");
movie[12]= new Array ("745871", "IL FUGGIASCO", "IL FUGGIASCO", "tt0399072", "Andrea Manni", "Daniele Liotti, Joaquin De Almeida, Claudia Coli, Alessandro Benvenuti, Francesca De Sapio, Roberto Citran", "Drammatico", "Italia, 2002", "Massimo Carlotto, Andrea Manni", "", "Teho Teardo", "93", "", "", "Il cinema italiano esplora le storie oscure del nostro passato recente. Errori giudiziari ne sono sempre accaduti, ma «Il fuggiasco», diretto con sicurezza e passione da Andrea Manni, romano, 45 anni, racconta qualcosa di più: un caso limite di ingiustizia all'italiana, in cui si sommano pregiudizio politico della polizia e inefficienza indifferente della magistratura. Una condensazione che può ripetersi in ogni momento e rivelarsi letale per la vita delle persone. Nel 1976 a Padova Massimo Carlotto, diciottenne militante di Lotta Continua, venne accusato di un omicidio su cui doveva soltanto testimoniare. Nel 1993 venne graziato dal presidente della Repubblica Scalfaro. Durante 17 anni subì 11 processi equivalenti a 96 chili di documenti giudiziari; passò 6 anni in carcere; per 5 anni fu esule e fuggiasco a Parigi, a Barcellona, a Città del Messico. Adesso ha 47 anni, vive a Cagliari. Nel 1995, sostenuto da Grazia Cherchi, ha pubblicato «Il fuggiasco» (da cui il film è tratto) per la casa editrice e/o presso la quale sono usciti altri sei suoi romanzi vincitori di premi e tradotti in diversi Paesi. Oltre l'esasperazione di Carlotto, il film racconta molto bene l'oppressione della clandestinità, la perdita di identità, l'assenza di futuro («Che faccio della mia vita?»), il logorarsi degli affetti anche più saldi, la forza della solidarietà fra sradicati, l'angoscia inflitta alle persone amate. E la privazione della libertà, il carcere senza sbarre: è esemplare la sequenza in cui il protagonista su una spiaggia isolata di fronte al mare urla il proprio nome come per recuperarlo, per recuperarsi. Daniele Liotti, sobrio, scorato eppure speranzoso, coglie da bravo attore l'occasione giusta che gli viene infine offerta; Alessandro Benvenuti è perfetto nella parte di un avvocato difensore altruista e tenace. Tutti gli interpreti sono del resto adeguati e bravi, nel film serio e ben riuscito, a suo modo appassionato.", "\"Quale argomento migliore di un uomo che fugge, di un uomo innocente e disperato, che si sente braccato e impotente, stretto in un cerchio che si sta inesorabilmente chiudendo intorno a lui?\" Così, ai tempi di \"Intrigo internazionale\", Alfred Hitchcock spiegava il perché della sua scelta. C'è però chi un soggetto del genere non se lo è scelto affatto ma ci si è trovato dentro suo malgrado. \"Interpreto un ruolo che non volevo in una vita che non è la mia\" dice a un certo punto del Fuggiasco il personaggio di Massimo Carlotto, il cui torto fu quello di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Nel 1976, a Padova, Massimo Carlotto è accusato di aver commesso l'omicidio del quale si professa soltanto testimone. Dopo tre anni di detenzione e vari gradi di giudizio, nel 1982 la Cassazione lo condanna alla pena definitiva di diciotto anni di reclusione. Massimo fugge a Parigi. Comincia così la sua assurda vicenda che lo porterà a subire undici processi, a passare sei ani in carcere e cinque da fuggiasco, tra Francia, Spagna e Messico. In questa fuga continua - contrassegnata da aberrazioni legali e contraddizioni procedurali che sembrano accanirsi contro un capro espiatorio al quale non è concesso quartiere - non mancano aspetti di tragica comicità, come quando Massimo si accorge che la giustizia si è dimenticata di lui. Diciassette anni dopo, nel 1993, il Presidente della Repubblica gli concede la grazia. Nel Fuggiasco Andrea Manni ha saputo cogliere quella sensazione di angoscia affannosa che si traduce nella sindrome del ricercato, quell'ansia che lascia senza fiato, che impedisce di vedere il proprio futuro e si tramuta nel bisogno di scappare da sé stesso. Il racconto è teso, incalzante, impreziosito dalla suspense del \"giallo\", dotato di ampio e ben cadenzato respiro. Daniele Liotti non è certo la controfigura ideale di Massimo Carlotto, corpulento e massiccio (fra l'altro la figura snella e atletica dell'attore non ha consentito di affrontare il problema della bulimia, una delle conseguenze psicosomatiche della latitanza), ma questa è soltanto un'inezia nel felice passaggio da quell'impasto di diario, confessione, romanzo che è l'omonimo libro di Carlotto (edito da e/o) al film di Manni.", "");
movie[13]= new Array ("745878", "AURORA", "SUNRISE: A SONG OF TWO HUMANS - 1927", "tt0018455", "Friedrich Wilhelm Murnau", "Margaret Livingston, Janet Gaynor, George O'Brien", "Drammatico", "Stati Uniti", "", "", "", "95", "William Fox", "", "Evviva. Ritorna in sala Sunrise, \"Aurora\", il capolavoro di F. W. Murnau, in edizione restaurata. \"Aurora\" è del 1927, è un film muto con didascalie, fu distribuito con una colonna musicale registrata con il sistema MovieTone. È il primo film americano di Murnau, è tratto da un racconto (tardo naturalistico) di Hermann Sudermann, è stato sceneggiato da Carl Mayer (lo sceneggiatore del \"Gabinetto del dottor Caligari\"), le scenografie sono di Rochus Gliese, famoso art director tedesco dell'epoca, ha vinto tre 0scar (film d'arte, fotografia, Janet Gaynor miglior attrice): ed entra immancabilmente in tutte le classifiche dei dieci migliori film della storia del cinema. Mélo, commedia e tragedia (sfiorata) tra campagna e città. Un bel contadino viene sedotto da una vamp cittadina che lo spinge ad annegare la moglie. Lui non ce la fa, ritrova la serenità con la moglie durante un viaggio in città, al ritorno la donna cade in acqua e scompare. Viene l'aurora e... Con \"Aurora\" ci si può dar dentro con le iperboli. Film magico, anzi più che magico: alchemico e avvolgente, sinfonico e sintetico, magistrale nella creazione di uno spazio drammatico e cosmico di ombre e trasparenze, inganni e rivelazioni. Murnau prende dei semplici elementi, prosaici e quotidiani, e li trasfigura in epifanie del sublime (proprio così, roba da non crederci). Autore di alcuni capisaldi del cinema tedesco, \"Nosferatu\", \"L'ultima risata\", \"Faust\", il Murnau americano reinventa l'espressionismo, trasferisce quelle atmosfere in un luogo senza tempo e senza spazio, scrive con la macchina da presa sequenze indimenticabili: l'incontro notturno tra l'Uomo e la Donna di città nella palude nebbiosa, il viaggio in tram tra alberi e automobili, la scoperta della vita turbinosa ed elegante della metropoli (con la coppia stupefatta e felice nel vedersi riflessa in una vetrina...), infine la furibonda tempesta sul lago. Il film ha un sottotitolo: un canto di due esseri umani. Un canto che non smette mai di ammaliarci.", "Era il 23 settembre 1927, al Times Square Theatre di New York. William Fox presentò in anteprima mondiale il nuovo film di Friedrich Wilhelm Murnau \"Aurora\", il primo da lui realizzato negli Stati Uniti, dopo essersi affermato in Germania uno dei più grandi, se non il più grande regista tedesco, autore del mitico \"Nosferatu il vampiro\", dello straordinario \"Ultima risata\", del grottesco \"Tartufo\", del poetico \"Faust\". E lo presentò al pubblico e alla critica con l'accompagnamento musicale appositamente composto da Hugo Riesenfeld, registrato sulla pellicola col sistema Movietone. Fu un evento, che si ripeté due mesi dopo a Los Angeles, alla presenza del regista, e dovunque il film fu proiettato in America e altrove. Perché \"Aurora\" non solo è un film fuori del comune, una delle opere più poetiche e intense del cinema muto, ma anche un modello al quale si ispirarono non pochi registi, quando vollero rappresentare in immagini pregnanti, assolute, i sentimenti, gli affetti, l'amore, l'erotismo. Questo capolavoro, osannato da storici e critici nel corso dei decenni, noto ai frequentatori di cineclub, di festival, di cineteche, ma quasi ignoto al pubblico odierno, è ora presentato sugli schermi italiani dalla BIM, che distribuisce la nuova copia restaurata a cura del British Film Institute, dell'Academy Film Archive e della 20th Century Fox, con la colonna sonora di Riesenfeld. Una copia a dir poco esemplare, che restituisce al film di Murnau quello splendore delle immagini, quei raffinati toni in bianco e nero, quelle delicate dissolvenze, soprattutto quel clima poetico, avvolgente e coinvolgente, che sono i punti di forza di un film che, per la vicenda, l'ambiente, gli sviluppi narrativi e drammatici, rischierebbe altrimenti di naufragare nella banalità e nel kitsch. (…)
Un poema fatto di immagini più che di parole, di movimenti di macchina più che di inquadrature fisse, che si dipana in tre tempi, come una sinfonia, portando lo spettatore attento, disposto oggi ad accostarsi a un linguaggio cinematografico desueto, ma bello e intenso come non mai, a un alto livello di emozione. Quasi un ritorno al tempo in cui il cinema stava trovando la sua dimensione estetica, lontano dal teatro e dalla letteratura, più vicino alla pittura e alla musica.", "");