home = "history/2003idx.htm"; // Home page address // Recensione dei film in programmazione // movie[x,0]= Ultimo giorno di programmazione espresso da yyyymmdd // movie[x,1]= Titolo // movie[x,2]= Titolo Originale // movie[x,3]= Link // movie[x,4]= Regista // movie[x,5]= Cast // movie[x,6]= Genere // movie[x,7]= Origine // movie[x,8]= Sceneggiatura // movie[x,9]= Fotografia // movie[x,10]= Musica // movie[x,11]= Durata // movie[x,12]= Produzione // movie[x,13]= Distribuzione // movie[x,14]= Recensione 1 // movie[x,15]= Recensione 2 movie = new Array(); movie[0]= new Array ("", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[1]= new Array ("745530", "KOPS", "KOPPS", "tt0339230", "Josef Fares", "Fares Fares (Jacob), Torkel Petersson (Benny), Goran Ragnerstam (Lasse), Sissela Kyle (Agneta), Eva Rose (Jessica), Christian Fielder (Folke), Erik Ahrnbom (Hakan)", "Commedia", "Svezia 2003", "Josef Fares, Mikael Hafstrom Vasa", "Aril Wretbland", "Daniel Lemma, Bengt Nilsson", "90", "Anna Anthony per Memfis Film", "Teodora Film", "Se a Los Angeles ci sono gli agenti della S.W.A.T., che combattono supercriminali ventiquattr’ore al giorno, anche le cittadine della provincia svedese hanno i loro poliziotti. Cui toccano guai di genero opposto: il villaggio ha raggiunto il tasso zero di criminalità e il commissariato rischia la chiusura. I quattro locali tutori dell’ordine non hanno alternative. Faranno impennare le statistiche criminali compiendo loro stessi piccoli delitti, onde giustificare la propria presenza e conservare il lavoro. “Kops”, il nuovo film del cineasta svedese d’origine libanese Josef Fares (“Jalla! Jalla!”) è messo in scena come una successione di gag, tra false rapine, finti rapimenti e attentati a chioschi di hot-dog. Fares gioca amabilmente alla parodia dei poliziotti hollywoodiani (vedi “S.W.A.T.”, appunto), utilizzando anche effetti speciali di buona qualità. Però l’interesse principale di questa commedia riposa, più che sull’azione, sulle caratterizzazioni dei personaggi, trattati ciascuno con cura e simpatia; anche se quelli maschili non brillano per doti d’intelligenza: vedi Bennv, che si comporta come il Bruce Wills dei poveri, o Jacob, che spera d’incontrare sugli annunci la donna della sua vita.
Inedita quanto semplice, l’idea di partenza produce un film che è una piccola sorpresa di stagione. Ma attenzione: si dice che il remake americano sia già in cantiere. Prima che lo stravolgano, meglio vedersi l’originale.", "Squadra che vince non si cambia, e così il divertente gruppo di “Jalla! Jalla!” ci riprova a sbanca al botteghino: in Svezia “Kops” è risultato il film più visto negli ultimi quindici anni, al punto che Hollywood ne ha già acquistato i diritti per un remake con Adam Sandler protagonista. Certo, sarà dura trasportare l’idea di base in una qualsiasi cittadina americana. Perché lo spunto della terza fatica registica di Josef Fares (da non confondere con Fares Fares, il baffuto feticcio dei suoi film, fratello nella vita) parte da dato tanto clamoroso quanto ribaltato rispetto alla quasi totalità rispetto alla quasi totalità delle realtà urbane ed extraubane: la minuscola stazione di polizia a conduzione pressoché familiare di un tranquillissimo villaggio svedese, deve chiudere per mancanza di reati. A portare la poco lieta novella agli sparuti nonché imbranati poliziotti, è un’avvenente collega spedita dal governo centrale in ambasce economiche. Insomma: Visto che non succede nulla e che i soldi son sempre meno, il ‘distretto’ va neutralizzato e i suoi dipendenti ‘ricollocati’ nella società. Dipendenti, vale la pena sottolinearlo, che trascorrono le giornate tra un caffè e l’altro, una focaccina e una fetta di torta, carezzando improbabili cagnolini e fantasticando imprese come se si trovassero in un poliziesco americano. La buffa commedia si diverte a ridicolizzare i luoghi comuni sbalzando, a tratti, in zone surreali alla Suleiman. E anche la scommessa che l’autore azzarda con il ritmo – ribaltato, rispetto a Hollywood, quanto la latitanza di furti e omicidi – vince sorprendentemente ai punti. Curiosità: tra i produttori compare il nome di Lars von Trier.", ""); movie[2]= new Array ("745536", "MYSTIC RIVER", "MYSTIC RIVER", "tt0327056", "Clint Eastwood", "Sean Penn (Jimmy Markum), Tim Robbins (Dave Boyle), Kevin Bacon (Sean Devine), Laurence Fishbume (Whitey Powers), Marcia Gay Harden (Celeste Boyle), Laura Linney (Annabeth Markum), Kevin Chapman (Val Savane), Robert Wahlberg (Kevin savane), Jenny O’hara (Esther Harris), Matty Blake (Poliziotto al Parco), Cameron Bowen (Dave Bambino), Douglas Bowen Flynn (Poliziotto), Cayden Boyd (Michael Boyle), Charles Broderick (Ipsettore Medico), Ken Cheeseman (Amico di Dave)", "Drammatico", "Stati Uniti d’America 2002", "Brian Helgeland", "Tom Stern", "Clint Eastwood", "137", "Malpaso Productions, Village Roadshow Productions, Warner Bros", "Warner Bros Italia (2003)", "Una tragedia americana che da due crimini, dal Male metafisico e da un'atmosfera di pericolo incombente si estende allo stato dell'Unione, conferma la bravura e l'intensità di Clint Eastwood a settantatré anni, lo fa approdare alla grandezza. \"Mystic River\" (il titolo deriva dal grande fiume, tomba liquida di rifiuti e di cadaveri, che attraversa la città di Boston, ma forse anche dal fiume implacabile e sporco dell'esistenza), tratto dal romanzo di Dennis Lehane, è la parabola buia d'un trauma incancellabile, d'un passato indimenticabile: un bellissimo film. All'inizio, due tifosi dello sport superamericano, il baseball, siedono sotto il portico bevendo birra, discutendo della squadra locale, i Red Sox, e della stagione 1975, mentre per strada tre ragazzini si misurano al gioco superamericano, l'hockey. Un'automobile nera si ferma di colpo, un uomo dai modi imperiosi di poliziotto scende, rimprovera, porta via uno dei bambini. Lo tengono prigioniero in una cantina, lo violentano per giorni in quattro. Finché il bambino riesce a fuggire: ma non a dimenticare, per il resto della vita. L'avvenimento è troppo grave per non interrompere l'amicizia fra i ragazzi. I tre si ritrovano oltre un quarto di secolo dopo. Sean Penn, ex delinquente ora negoziante, è il padre di una ragazza diciannovenne che è stata brutalmente ammazzata; Kevin Bacon, poliziotto della Omicidi, indaga sul delitto; Tim Robbins, dalla personalità ferita per sempre, è sospettato di essere l'assassino. Verso la fine, il corteo della celebrazione superamericana del Columbus Day conclude una storia di violenze, d'oscurità e di rimorsi che è pure in parte quella d'America. Realismo e forza simbolica procedono insieme con dolore e solennità. La luce del film, nebbiosa all'inizio, poi è sempre quella del crepuscolo, della fine del giorno, dell'ombra in una vita che non concede seconde possibilità. Tim Robbins vulnerato è forse l'interprete migliore; ma tutti sono bravi, e persino la sofferenza di Sean Penn è recitata con un furore privo di ogni esteriorità.", "Sarà il suo passato di eroe del West e di poliziotto tosto, ma Clint Eastwood non è davvero il tipo che si lasci spaventare dai soggetti complicati. Quello di Mystic River, tratto dal libro di Dennis Lehane, lo è, e molto. Affonda le radici nel problema della responsabilità e della colpa e tira in ballo perfino il concetto classico del Fato. Temi che, guarda caso, fanno parte delle ossessioni fondative di Clint, fino dai tempi in cui faceva il cowboy o l'ispettore della polizia di San Francisco. L'azione si svolge in un quartiere di Boston abitato da una forte comunità irlandese.
(…) Dirigendo un cast eccezionale (del quale rinuncia a far parte), Eastwood imposta il film come un'autentica tragedia americana. Affronta un tema classico della cultura del suo Paese, che all'epoca affascinò grandi colleghi come Fritz Lang (nel suo periodo Usa): per riparare a un torto, un personaggio adotta misure estreme e rinuncia ad agire secondo giustizia. Il fatto è che i tre protagonisti di Mystic River non possono sfuggire a se stessi: ciascuno ha il proprio Destino prefigurato (Sean, ex-galeotto, continua a far sparire corpi nelle acque del fiume; a Dave tocca sempre il ruolo della vittima designata; Sean, il poliziotto, resta in una posizione ambigua, sottolineata dal suo gesto finale). Tutto ciò nella sordità delle istituzioni - la legge e la Chiesa - troppo rigide per capire realtà complesse e per esercitare un'efficace azione moderatrice sui comportamenti umani. Così, il cineasta può prendersi il prezioso lusso di non giudicare i personaggi, che hanno già giudicato se stessi condannandosi senza appello. Se il Destino tende trappole a Jimmy, Sean e Dave, non risparmia la loro progenie, né le loro consorti. Celeste (Marcia Gay Harden), moglie di Dave, assiste al precipitare degli eventi senza poter intervenire in alcun modo; quanto ad Annabeth (Laura Linney), la compagna di Jimmy, ha la statura dell'eroina tragica, quasi una Lady Macbeth trasferita nei sobborghi di Boston. Fra tanti personaggi e azioni intrecciate, Eastwood mantiene saldamente le fila della storia, come un narratore onnisciente che traccia il percorso migliore perché lo spettatore possa seguirne gli sviluppi. Rasenta il capolavoro; ma qui e là indulge all'enfasi scegliendo angolazioni magniloquenti, o prolungando un'inquadratura qualche secondo di troppo.", ""); movie[3]= new Array ("745544", "LA RAGAZZA DELLE BALENE", "WHALE RIDER", "tt0298228", "Niki Caro", "Keisha Castle-Hughes (Paikea 'Pai' Apirena), Rawiri Paratene (Koro), Vicky Haughton (Nanny Flowers), Cliff Curtis (Porourangi),Grant Roa (Zio Rawiri)", "Avventura, Drammatico", "Nuova Zelanda/Germania 2002", "Niki Caro", "Leon Narbey", "Lisa Gerrard", "104", "", "", "Dimenticate gli shock violenti, l’autodistruzione e la decomposizione familiare, il sangue raggrumato, le alterazioni cromatiche tra il rosso ed il nero, la rabbia istintiva dilatata dall’alcool di “Once were warriors” di Lee Tamahori, ritratto privato di un gruppo Maori frantumato dall’emarginazione, smarrito nella memoria, dopo aver dimenticato l’antica spiritualità guerriera. Perché “La ragazza delle balene”, che ha fatto incetta di premi del pubblico a numerosi festival internazionali, è un gentile racconto di formazione sulla trasmissione generazionale dell’esperienza, filtrata con sensibilità ed emozionante misura ed avvolta in atmosfera magicamente irreale.
Nikki Caro, tra finzione e documento, aggiunge un tocco delicatamente femminile e costruisce un piccolo film sulla forza della volontà di Koro, figlia del capo predestinata al comando, ma avversata dagli anziani perché inadatta al ruolo, e filtra ogni impressione attraverso le premonizioni, le esperienze e gli occhi della bambina e la sua consapevolezza della percezione del dolore. Con un’attenzione ai più piccoli dettagli, la regista filma i volti dei protagonisti, la lotta secolare contro tradizioni e condizionamenti soffocanti e la discriminazione femminile.
Non è riduttivamente un film per bambini, ma “La ragazza delle balene” mette insieme pezzi di cultura e letteratura infantile, puntando tutto su chi soffre per interpretare i segni del destino e l’impossibilità di educare e capire nuovi percorsi dell’esistenza. Se Tamahori, nel suo saggio sulla difesa ed offesa del corpo e sul culto protettivo dei tatuaggi calcava la mano sull’uso dell’aggressività, senza cadere nella retorica semplicistica del vittimismo e dello sgretolamento materialista delle radici Maori, Nikki Caro non si interessa della sociologia della distruzione delle conoscenze degli anziani della tribù, ma con intelligenza pone la sua eroina in uno spazio fuori dal tempo, collocandola in una dimensione astratta e religiosa, scandita da segni, ma orgogliosamente protesa al rispetto delle origini ed alla salvaguardia della memoria.
“La ragazza delle balene” è un film istintivo, materno e fragile, costruito con elegante sobrietà, e pensato come una favola moderna di apprendimento dei principi morali della sopravvivenza; nel quale gli equilibri restano saldi, per indirizzare la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo, rispettando gli equilibri naturali.", "“La ragazza delle balene” è il primo successo internazionale neozelandese dai tempi di Once were warriors, 1974, film per tutti meno che per le agenzie di viaggio locali: i turisti si spaventarono della rappresentazione della realtà metropolitana, droga, alcool, violenza e tatuaggi.
La ragazza delle balene da questo punto di vista è come uno spot, intenerirà anche il più refrattario dei duri spingendolo magari a preparare la valigia per scoprire gli idilliaci territori dei Maori.
Prima fermata, Whangara, il villaggio della costa est dove, secondo la leggenda, sarebbe apparso Paikea salvato da una balena, che lo trasportò sul dorso fino in Nuova Zelanda. Da allora si tramanda il ruolo di “cavaliere delle balene”, rigorosamente maschile. Fino all’arrivo di Pai (l’esordiente Geisha Castle-Hughes, 13 anni), introversa, dolce e sognatrice ma dal carattere di ferro: osa sfidare l’antico tabù, malgrado il selezionatore sia suo nonno Koro, feroce tradizionalista (uno straordinario Rawiri Paratene). Per fortuna dalla sua parte ha lo zio Rawiri, che la allena di nascosto e, soprattutto, le balene. Il film ha vinto tutto quello che poteva in almeno dieci festival mondiali, e ha incassato nell’America di Bush la sbalorditiva cifra di 20 milioni di dollari, rimanendo nei cinema 4 mesi.
Sono tutti Maori, meno la regista (Niki Caro), che però si è affidata agli anziani del consiglio tribale.", "Cinema della Nuova Zelanda, ovvero “nonsoloanelli”.
Whale Rider è il primo successo internazionale neozelandese dai tempi di Once were warriors, 1974, film per tutti meno che per le agenzie di viaggio locali: i turisti si spaventarono della rappresentazione della realtà metropolitana, droga, alcool, violenza e tatuaggi.
La ragazza delle balene da questo punto di vista è come uno spot, intenerirà anche il più refrattario dei duri spingendolo magari a preparare la valigia per scoprire gli idilliaci territori dei Maori.
Prima fermata, Whangara, il villaggio della costa est dove, secondo la leggenda, sarebbe apparso Paikea salvato da una balena, che lo trasportò sul dorso fino in Nuova Zelanda. Da allora si tramanda il ruolo di “cavaliere delle balene”, rigorosamente maschile. Fino all’arrivo di Pai (l’esordiente Geisha Castle-Hughes, 13 anni), introversa, dolce e sognatrice ma dal carattere di ferro: osa sfidare l’antico tabù, malgrado il selezionatore sia suo nonno Koro, feroce tradizionalista (uno straordinario Rawiri Paratene). Per fortuna dalla sua parte ha lo zio Rawiri, che la allena di nascosto e, soprattutto, le balene. Il film ha vinto tutto quello che poteva in almeno dieci festival mondiali, e ha incassato nell’America di Bush la sbalorditiva cifra di 20 milioni di dollari, rimanendo nei cinema 4 mesi.
Sono tutti Maori, meno la regista (Niki Caro), che però si è affidata agli anziano del consiglio tribale."); movie[4]= new Array ("745550", "ORA O MAI PIU'", "ORA O MAI PIU'", "tt0366854", "Lucio Pellegrini", "Jacopo Bonvicini (David), Violante Placido (Viola), Edoardo Gabbriellini (Luca), Elio Germano (Doveri), Camilla Filippi (Vanna), Riccardo Scamarcio (Biri), Francesco Mandelli (Franino), Andrea Sama’ (Cespu)", "Commedia", "Italia 2003", "Angelo Carbone, Roan Johnson, Lucio Pellegrini", "Gherardo Gossi", "Giuliano Taviani", "96", "Domenico Procacci per Fandango, Rai Cinema", "01 Distribution", "Il fatto che i giovanissimi di “Ora o mai più” siano diretti al G8 di Genova del luglio 2001, e il fatto che il protagonista David finisca pestato a sangue nella caserma di Bolzaneto, sono l’attrazione di maggior effetto del debutto di Lucio Pellegrini. Ma non la sua anima. Sembra uno di quei film che sconvolsero i ventenni dei primi Settanta, come “Fragole e sangue”, quelli che fecero la rivoluzionaria ondata della New Hollywood. La struttura è simile. Studente modello di Fisica nella più esclusiva delle università italiane, la Normale di Pisa, David è un ragazzo riservato e introverso. Non perso dietro un’ambizione che non gli interessa ma concentrato sulla passione per il fare le cose bene. Ciò che sta intorno lo tocca poco, a parte subire il ciarliero compagno di stanza al pensionato studentesco: edonista e somaro, rammenta anche lui lontani echi americani (ricordate il compagno di stanza di Holden Caulfield, l’infame Stradlater?). Più saggio e meno conformista di quanto sembri, è grazie a Elio Germano un personaggio azzeccatissimo. La realtà invade il mondo di David. Luca, Viola, Vanna e gli altri che hanno fondato un centro sociale, indicono assemblee, occupano, si amano con disinvoltura, progettano di andare a Genova: lo coinvolgono con una forza cui non può resistere, gli dischiudono orizzonti di vitalità che non ha mai conosciuto. Dare l’ultimo esame o seguire i nuovi amici? Le vie dell’educazione sentimentale di David sono segnate.", "Dopo il fiume di immagini vere partorite dal G8 del 20 luglio 2001, ecco – sui fatti e fattacci – il primo lungometraggio di finzione a firma Lucio Pellegrini, uno che ha cominciato con la commedia e che qui vira a 360°, pur mantenendo tratti alla Virzì nelle dinamiche tra i personaggi e nella quotidianità reinventata dei centri sociali. Gruppo di giovani in un interno e nel loro esterno, che cercano di rilanciare le utopie, rincorrendo altri mondi possibili e rapporti quanto meno diversificati. Materia che scotta solo a toccarla, difficile da riportare in ambito “fiction”. Tra l’altro, Pellegrini non poteva ricostruire le spaventose contraddizioni consumatesi a Genova, perché già setacciate e vivisezionate come mai era successo in passato a un qualsiasi altro evento. Malgrado le difficoltà e le acerbità di alcuni attori, qualche scivolata nello stereotipo e nel cliché del prototipo no-global, il film regge e comunica sensazioni forti. Soprattutto là, dove le migliaia di telecamere e telecamerine non erano arrivate, e dunque nel triste lager di Bolzaneto, dove decine di ragazzi sono stati picchiati e umiliati per giorni, alla faccia della democrazia e dello stato di diritto. Fresca e ingenua come un adolescente che pulsa di futuro, la pellicola indigna e si indigna, svolazza e corre, dentro e fuori gli spazi alternativi. Nel gruppone dei protagonisti si stagliano il bravo Edoardo Gabbriellini e la volitiva Camilla Filippi. Una produzione Fandango. Ovvero: un’altra scommessa vinta dal capitano coraggioso Domenico Procacci.", ""); movie[5]= new Array ("745557", "CATERINA VA IN CITTA'", "CATERINA VA IN CITTA'", "tt0366287", "Paolo Virzì", "Alice Teghi (Caterina), Sergio Castellito (Giancarlo Iacovoni), Margherita Buy (Agata Iacovoni), Claudio Amendola (Manlio Germano), Flavio Bucci (Lorenzo Rossi Chaillet), Galatea Ranzi (Livia, madre di Margherita), Roberto Benigni (se stesso), Maurizio Costanza (se stesso), Michele Placido (se stesso), Giovanna Meandri (se stessa), Simonetta Martone (se stessa)", "Commedia", "Italia 2003", "Paolo Virzì, Francesco Bruni", "Arnaldo Catinari", "Carlo Virzì", "90", "Cattleya, Rai Cinemafiction in collaborazione con Sky", "01 Distribution", "...Mi aspettavo di fare quattro risate assistendo a una commedia e invece sono stato sulle spine per tutto il tempo della proiezione di Caterina va in città, anche se alla fine il film ti manda via rassicurato. Però quella tredicenne di provincia finita nella fossa dei leoni della Capitale, tra tentazioni e rischi d’ogni genere, non può che comunicare angoscia a chi ha figli o nipoti della stessa età. Fa davvero paura il contesto in cui viviamo. Da una parte Caterina è attratta da una compagna di scuola stravagante e morbosetta, con genitori separati e intellettuali di sinistra; dall’altra tra opulenza e insofferenza di ogni regola le offre un simulacro di amicizia la figlia di un ministro margniffone. A casa contano poco un padre frustrato e rivoltato e una madre che, poveretta, non sembra un’aquila. Ma dov’è che l’abbiamo già vista una Roma ritagliata in grandi quadri d’ambiente, animata da inquietanti personaggi del vestiario contemporaneo, rutilante scenario di sfrenatezze sull’orlo del disastro? Fra i molteplici omaggi che nel decennale si rivolgono a Fellini, questo singolare film di Paolo Virzì è forse il più significativo: pur non rivelando niente di «felliniano» nello stile, che semmai strizza l’occhio a Scola o a Monicelli. Giova ricordare che il primo titolo di La dolce vita era proprio Moraldo in città, che l’idea di base era quella di un immigrato (Federico stesso) alla conquista di un mondo attraente e respingente nello stesso tempo. Sicché a distanza di oltre 40 anni i due film tendono ad assomigliarsi, tranne che per l’aggettivo dolce. Oggi di dolce non c’è davvero più niente. Consumismo, intrallazzo, intrighi politici e stupidità trionfano, mancano riferimenti e modelli, non sappiamo a quale santo votarci. Se quella di Fellini era La bella confusione (primo titolo di 8 1/2), la confusione attuale è brutta e basta. Non resta che «coltivare il proprio giardino», magari fuggendo in moto come papà, trovando un altro uomo come mamma o facendoci scudo del coro di Santa Cecilia come la brava Alice Teghil. Caterina va in città conferma che il cinema italiano attraversa un momento bellissimo, forte d’ispirati miniaturisti della recitazione come Sergio Castellitto e Margherita Buy; o come il sorprendente Claudio Amendola, che per mettere allo spiedo il suo uomo politico deve essersi preparato su «Porta a porta»....", "...Ci sono pure Roberto Benigni, l’ex ministro Giovanna Melandri, Michele Placido, Maurizio Costanzo a rappresentare cortesemente se stessi nella nuova commedia divertente, amara e riuscita diretta da Paolo Virzì a trentanove anni, «Caterina va in città», la cui storia condensa due classiche predilezioni del regista: i ragazzini che salvano (o dannano) il mondo; la satira della gente di destra e della gente di sinistra che popola perennemente l’Italia (come nel suo «Ferie d’agosto», 1996). Le ambizioni sembrano anche maggiori. Secondo Virzì «Caterina sarebbe l’Italia di questi anni, messa in soggezione da una Sinistra altera e depressa dal senso della sconfitta, e allo stesso tempo sedotta e poi imbrogliata da una Nuova Destra festaiola, volgare e infelice»; mentre secondo uno dei suoi produttori, Riccardo Tozzi, il film sarebbe una nuova «Dolce vita» in cui «un occhio di provinciale vede i mondi della capitale, che sono quelli del Paese e anche del mondo». Calma. A dare un’idea dell’Italia può bastare anche la vicenda d’una piccola famiglia (padre velleitario Castellitto insegnante di ragioneria, madre candida Buy casalinga, figlia tredicenne Alice Teghil molto efficace) che si trasferisce da Montalto di Castro a Roma. A scuola l’adolescente viene attratta prima da una compagna figlia d’intellettuali di sinistra (manifestazioni, tatuaggio, feste, alcol), poi da un’altra compagna figlia d’un sottosegretario di Alleanza Nazionale ironicamente interpretato da Claudio Amendola (auto con autista, furtarelli nei negozi, vestiti e boutiques, sesso, feste di nozze con saluti romani e cori di «e va, la vita va/con sé ci porta e ci promette l’avvenir»): infine torna alla sua vera vocazione per il canto corale ed entra all’Accademia di Santa Cecilia. Il padre di Caterina, esasperato nel non vedere apprezzati neppure a Roma la sua personalità e il suo romanzo inedito, infuriato dall’irrilevanza («Noi non contiamo niente, ci trattano come pupazzi») fa una brutta figura dopo l’altra e finisce in un incidente sulla grande motocicletta che lo riportava agli slanci giovanili. La madre di Caterina invece, sempre trattata dal marito come un’ignorante deficiente quindi sempre spaventata, matura e non ha più paura. Momenti belli: il passaggio veloce di un eventuale Berlusconi (se ne vede dall’alto soltanto la testa semicalva) da Palazzo Chigi all’auto; la tristezza rancorosa con cui Castellitto vede l’intellettuale di sinistra e il politico di destra abbracciarsi amichevolmente. Tutto il film è ricco di notazioni esatte, buffe, un poco qualunquiste; e il talento di Virzì nel dirigere i ragazzini è felice quanto la sua scelta per i personaggi minori di interpreti di gran qualità (Galatea Ranzi, Flavio Bucci) che contribuiscono non poco a garantire il livello di «Caterina va in città»...", ""); movie[6]= new Array ("745565", "VODKA LEMON", "VODKA LEMON", "tt0379577", "Hiner Saleem", "Romik Avinian (Hamo), Lala Sarkissian (Nina), Ivan Franek (Dilovan), Rouzanne Mesropian (Zine), Zahal Karielachvili (Giano)", "Commedia", "Armenia - Italia - Francia - Svizzera 2003", "Hiner Saleem", "Christophe Pollock", "Michel Korb", "87", "Paradise (Armenia), Sintra (Italia), Dulciné Films (Francia), Amka Films (Svizzera)", "Lady Film", "La sorpresa di questa settimana cinematografica arriva dal Kurdistan. Paese che, come noto, non esiste: Hiner Saleem, 39enne regista di Vodka Lemon, film da oggi nelle sale, ha buon gioco nel ricordare che c’è un Kurdistan iracheno, uno turco, uno iraniano e uno siriano... ma non un Kurdistan curdo! Tanto per arricchire la geografia immaginaria di questo popolo perseguitato, Vodka Lemon è girato nel Kurdistan armeno, che una volta stava in URSS. Infatti Hamo, l’anziano protagonista, è un ex ufficiale dell’Armata Rossa e gli unici averi di cui va orgoglioso sono una divisa, un televisore sovietico e una pensione da sette dollari al mese. Intorno a lui c’è un paese innevato dove regna il surrealismo. Nina, una bella cinquantenne, gestisce un chiosco di liquori nel bel mezzo del nulla. Quando Dilovan, figlio di Hamo, le chiede «perché si chiama vodka lemon se sa di mandorla?», lei risponde: «beh, è l’Armenia!». Sia Nina che Hamo sono vedovi e si incontrano al cimitero, una trentina di lapidi che spuntano dalla neve. Parlano con i rispettivi cari estinti, ma si guardano con languore da adolescenti. Nina ha una figlia che dice di essere un’artista: suona il piano, sì, ma i clienti la pagano per altre virtù (ci siamo capiti?). Hamo ha un figlio in Francia: ogni volta che arriva una sua lettera la famiglia si raduna perché spera contenga dei soldi, invece alla fine è lui, emigrato nel grasso Occidente, a chiedere denaro a papà. (…) Fra le tante battute autoironiche sui curdi che Saleem attribuisce a suo nonno ce n’è una folgorante: «Il nostro passato è triste, il nostro presente è catastrofico ma per fortuna non abbiamo un futuro». Quando si appartiene a un popolo-punching ball, abituato a prender cazzotti da chiunque passi, l’ironia diviene un’arma indispensabile. Vodka Lemon è malinconico, poetico, ferocemente divertente. Nell’aurea misura di 88 minuti, Saleem ci fa entrare in un mondo dove tutti soffrono ma trovano chissà dove la forza per andare avanti. Il regista è giovane ma ha uno stile maturo e sorvegliatissimo: non fa capriole con la macchina da presa, non spreme mai le sequenze un secondo in più del necessario, fa parlare il paesaggio e (poco) gli attori. Si intuiscono modelli importanti (il primo Kusturica, il Kaurismaki più umoristico, il vecchio Ioseliani e in genere i film più leggeri del Caucaso sovietico, che negli anni ’60 aveva espresso un grande maestro della commedia come Georgij Danelija, georgiano). A Venezia ha vinto il Leone come miglior film della sezione Controcorrente ed è stato un riconoscimento strameritato: non ci meraviglieremmo di ritrovare Vodka Lemon nella cinquina dei film stranieri candidati all’Oscar.", "Tra i numerosi, piccoli film di pregio che fanno a spinte per conquistarsi un po' di spettatori pre-natalizi, Vodka Lemon si distingue per la delicatezza del tocco e per quel tanto di bizzarria che vi circola dentro (agli occhi, almeno, dello spettatore occidentale). In un villaggio curdo del Caucaso la vita è grama. Una pensione di vecchiaia ammonta a sette dollari; c'è chi non ha i soldi del biglietto per viaggiare su un pullman scassato; la vita sociale consiste nel comprare vodka in un chiosco isolato tra le nevi, per ubriacarsi poi in solitudine. Ex-ufficiale dell'armata rossa, sperso tra la fine del socialismo reale e l'inizio di cosa non si sa, il vedovo Hamo deve vendersi prima la tv, reperto dell'era sovietica, poi la divisa. Frattanto Nina, vedova anche lei, perde il lavoro al chiosco di alcolici. Eppure - nella più grama delle situazioni e nella seconda parte della vita - c'è ancora posto per l'amore. Andando a visitare i rispettivi defunti al cimitero, i due cuori solitari s'innamorano pudicamente. Vincitore a Controcorrente, il concorso \"bis\" della Mostra di Venezia, Vodka Lemon si svolge in un contesto ghiacciato; ma via via, emana sempre più calore. In un'economia d'inquadrature fisse, parche di primi piani, il regista curdo iracheno Hiner Saleem mescola sapientemente dramma e ironia, miseria e ottimismo, solitudine e amore; apre su una scena di mestizia ma chiude con un epilogo di speranza e fierezza, rappresentate da un pianoforte che non sarà mai in vendita.", ""); movie[7]= new Array ("745571", "ELEPHANT", "ELEPHANT", "tt0363589", "Gus Van Sant", "Eric Deelen (Eric), Alex Fros (Alex), John Robinson (John), Elias McConnell (Eli), Timothy Bottoms (il Signor McFarland), Matt Malloy (il Signor Luce)", "Drammatico", "Stati Uniti d’America 2003", "Gus Van Sant", "Harry Savides", "brani di Ludwing van Boethoven", "81", "Hbo Films, Meno Film Company, Blue Relief Inc.", "Bim Distribuzione (2003)", "In meno di due anni, tra il 1997 e il 1999, avvennero nelle scuole americane sette episodi di raptus omicida, studenti che ammazzavano studenti. L'episodio più tragico fu nel giugno 1999, al liceo di Columbine, dove due ragazzi di sedici e diciassette anni uccisero a colpi di mitra dodici studenti, un insegnante e se stessi. Ciascuno degli episodi suscitò negli Stati Uniti il più profondo smarrimento, l'incomprensione dolorosa, uno spaventato dibattito collettivo, un immenso clamore dei media. Ispirandosi a questi episodi, il regista Gus Van Sant ha fatto un bellissimo film, Palma d'oro all'ultimo festival di Cannes, senza informazioni né commenti, senza ipotesi psicosociologiche, senza tentativi di spiegazione, quasi senza dialoghi: soltanto i fatti, e gli autori dei fatti. È convinto che le tante parole abbiano soltanto la funzione non di capire gli eventi ma di sdrammatizzarli, di ridurli, sminuirli, addomesticarli, renderli accettabili. Ha ragione: con il suo silenzio, «Elephant» diventa terribile. Una bella giornata come tante nella scuola (siamo a Portland nell'Oregon, dove il regista vive dopo aver lasciato Hollywood tre anni fa): bel tempo, begli alberi dalle foglie rosse o dorate, bei prati, belle aule dove si possono seguire anche corsi di chitarra o di fotografia, bella biblioteca, bel coffee-shop, begli studenti ridenti e sani. In questa serena bellezza sopravvengono i due piccoli assassini e prendono a compiere il loro lavoro di morte: in una sorta di patto suicida, non credono nel futuro e dichiarano guerra alla scuola. Le vittime stupefatte e incredule cercano di scappare, ricadono nel proprio sangue: la loro eliminazione non è frutto d'una scelta, non nasce da rancori o antipatie, è del tutto casuale. I protagonisti armati sono filmati e ri-filmati da diversi punti di vista, oppure filmati di spalle; gli uccisori simili a tanti altri ragazzi, Alex Frost e Eric Deulan, che non sono attori professionisti, sono stati scelti e diretti benissimo. E perché tutto questo? Non si sa. Non si è mai saputo. Privati di parole, i fatti hanno una forza, un'intensità e definizione rare, emanano un orrore quasi insopportabile. Il film, decimo lungometraggio dell'autore, girato in venti giorni, prodotto dalla pay-tv americana HBO, trae il suo titolo da una parabola dei canoni buddhisti. Alcuni ciechi esaminano parti diverse di un elefante (orecchio, zampa, coda, corpo) senza riuscire a coglierlo nella sua interezza, senza arrivare a capire di quale animale si tratti. Come succede agli adulti con i giovani.", " (…) Là dove Moore conduceva un'inchiesta con le risposte già pronte in mente, Van Sant rappresenta invece i fatti come fosse all'oscuro dell'accaduto e li venisse scoprendo assieme allo spettatore: per far ciò mette in scena, con tocchi da impressionista, le ore che precedono la tragedia, le normali attività quotidiane che si svolgono nello spazio (apparentemente) protetto del liceo. Nulla di particolare avviene dentro l'isolotto iperregolato della scuola: i ragazzi (giovani sconosciuti scelti nella regione di Portland ) seguono le lezioni, flirtano, mangiano, fanno fotografie. La cinepresa li segue in lunghi piani-sequenza montati senza stacchi; praticamente li pedina, mettendo la cinepresa appena dietro le loro spalle per seguirne meglio le azioni. Le medesime situazioni tornano più volte, da differenti punti di vista: tanto che è difficile distinguere il flashback dal flashforward. Poi gli eventi precipitano. Due liceali in tuta mimetica, che hanno dichiarato guerra alla scuola, irrompono nell'edificio e uccidono tutti i coetanei che trovano sulla loro strada. La strage è terrificante: sembra un teen-movie dell'orrore, collocato in uno spazio fattosi improvvisamente fantasmatico; invece sono atti ben concreti, dei quali il film rifiuta di fornire approssimative spiegazioni sociologiche. Non c'è catarsi finale, né alcun tentativo di rassicurare: in questo consistono, a conti fatti, la terribilità e la bellezza di un film che s'installa nella mente dello spettatore, e proprio per il modo in cui sfugge ai canoni in uso nel discorso cinematografico.", ""); movie[8]= new Array ("745578", "CANTANDO DIETRO I PARAVENTI", "CANTANDO DIETRO I PARAVENTI", "tt0327546", "Ermanno Olmi", "Bud Spencer (il vecchio capitano), Jun Ichilkawa (vedova Ching), Sally Ming Zeo Ni (confidente), Camillo Grassi (Nostromo), Makoto Kobayashi (ammiraglio Ching), Xiang Yang Li (supremo ammiraglio Kwo Lang), Guang Wen Li (Dignitario imperiale), Ruohao Chen (Emissario imperiale), Davide Dragonetti (cliente ignaro)", "Drammatico", "Italia - Gran Bretagna - Francia 2003", "Ermanno Olmi", "Fabio Olmi", "Han Yong", "100", "Luigi Musini, Roberto Cicutto", "Mikado Film, 01 Distribution (2003)", "Storia di una piratessa cinese ambientata sulla fine del 1700, girata per gli esterni sul montenegrino lago di Scutari e per gli interni in un immenso studio dell'ex Dinocittà sulla Pontina, «Cantando dietro i paraventi» può apparire quanto di più lontano dalla poetica di Ermanno Olmi. Un regista che ha cominciato come documentarista e ha sempre mantenuto nel suo cinema un saldo approccio con la realtà. Nelle varie interviste, Olmi ha spiegato che la vicenda (riportata nelle storie della pirateria e già ripresa da Borges) della bella Ching, subentrata al marito ammiraglio di una flotta corsara per vendicarne l'assassinio, gli è servita per fare un discorso contro la guerra e sulla grandezza del perdono. Il cineasta sa benissimo (e lo sappiamo tutti) che la guerra è sempre esistita e sempre esisterà: ma sarebbe bello se, come avviene sullo schermo, un potente sovrano posizionasse le sue navi e i suoi cannoni non per sparare ma per inviare colorati aquiloni in messaggio di pace. E quale forza dimostrerebbe l'antagonista se, mentre si prepara a lottare fino alla morte in nome dell'onore, sapesse accettare con dignità un così suadente invito a deporre la spada, risparmiando inutili stragi. Così fa la vedova Ching dopo aver per anni depredato villaggi di pescatori e di contadini, assalito bastimenti e accumulato tesori. L'artificio del film è quello di mettere in scena la favola come se fosse rappresentata sul palcoscenico e raccontata da un vecchio capitano spagnolo, un inedito convincente Carlo Pedersoli alias Bud Spencer, che potrebbe essere un guitto o un fantasma del passato. Il tutto a beneficio di un occhialuto giovanotto dall'aria sperduta, che una dama orientale sprofonda tramite droghe nello stato di ipnotica reverie necessario per entrare nella fiabesca fantasmagoria. La quale inizia fra le pareti di postribolo orientale che sembra ritagliato da un film hollywoodiano degli anni trenta e poi si apre su un paesaggio marino di conturbante bellezza (il direttore di fotografia è il figlio del regista Fabio Olmi), dove passano e ripassano le navi corsare portatrici di morte e terrore. Ma non ci sono scene di battaglia o di violenza, né una ricerca di spettacolarità; e se il cielo è spesso tempestoso, le acque rimangano miracolosamente calme. Le immagini si susseguono secondo un ordine che obbedisce alla logica del sogno piuttosto che del racconto convenzionale, condensando il mondo poetico di Olmi in un arco coerentissimmo che va da «Il posto» a «Il mestiere delle armi». Non si erano forse mai visti prima d'oggi al cinema ciurme di pirati con donne e bambini al seguito: in questo film personalissimo e stilisticamente spericolato, lo sguardo di Olmi coglie come sempre l'essenza dell'umanità....", "Di fronte a questa favola meravigliosa e necessaria nata in un tempo cinese fantastico che parla di oggi, si resta in dubbio se amare di più l'uomo Ermanno o il regista Olmi. Risposta: entrambi. Cantando dietro i paraventi è un affascinante capolavoro che parla della fatica necessaria della pace senza mostrare un rivolo di sangue: l'altra faccia di Tarantino. L'avventura della piratessa vedova Ching, che accetta l'armistizio imperiale degli aquiloni, è stilizzata e narrata in un bordello-cabaret (il primo nudo di Olmi non si scorda mai) dal potente Pedersoli-Spencer. Tutta l'appassionante favola, mediata dal ralenti della memoria, è un omaggio al teatro di Brecht-Strehler, con le sue anime buone, ma anche alla saggezza impetuosa di Kurosawa. Complementare al Mestiere delle armi, il film del gran lombardo manzoniano parla delle necessità del perdono, senz'ombra di retorica: la parabola entra nella coscienza e si sistema lì per sempre.", ""); movie[9]= new Array ("745587", "ALLE CINQUE DELLA SERA", "PANJ E’ ASR", "tt0363303", "Samira Makhmelbaf", "Agheleh Rezaie (Noqreh), Abdologhani Yousef-Zay (Il Poeta), Razi Marzieh Amiri (La Cognata), Gholamjan Gardel, Halimeh Abdolrahman, Bigigol Aef, Jerom Kezagh, Mina Anis, Fatemeh Rasooli, Yasamin", "Drammatico", "Iran 2003", "Mohsen Makhmelbaf, Samira Makhmelbaf", "Ebrahim Ghafori", "Mohammed Reza Dar Vishi", "105", "Makhmalbaf Film House, Wild Bunch, Bac Films", "Bim Distribuzione", "Il regista iraniano Moshen Makhmalbaf, con “Viaggio a Kandahar” ci aveva messo poeticamente a confronto con la condizione delle donne afgane sotto la ferula dei talebani. Oggi sua figlia Samira (“La Mela, “Lavagne”) torna in Afghanistan per dirci della condizione di quelle stesse donne in climi larvatamente più democratici. Quasi, però, con lo stesso pessimismo del padre, tanto da intitolare il suo film con quei celebri versi di Garcia Lorca su toreri e tori che grondavano morte ad ogni sillaba.
La sua protagonista si è tolta il burka e può andare finalmente a scuola, anche se al padre, integralista fanatico, deve tenerlo nascosto. Così come nasconde il suo desiderio, un po’ ingenuo, di diventare presidente della neonata repubblica afghana, sull’esempio di Benazir-Bhutto in Pakistan. Lì, però, manca tutto: averi, acqua, alloggi; e il padre, anche indignato per i nuovi comportamenti sociali attorno, che considera addirittura blasfemi, va via da Kabul con la figlia e sua sorella (vedova e con un bimbo denutrito). Un viaggio della disperazione, in cui svaniranno i sogni di tutti.
Ancora poesia. Nelle immagini splendide: sia a tu per tu con i singoli, sia chiamate a evocare la coralità della gente intorno. In cornici che, senza fratture di stile, trascorrono dei tuguri ai palazzi, una volta splendidi ora quasi solo macerie. In cifre in cui il dolore, dato come basso continuo, sa accompagnarsi al sorriso (le quasi infantili aspirazioni elettorali della protagonista), mentre ogni personaggio, pur rappresentato realisticamente solo dal fuori, si conquista sempre un suo segno. Visivo e psicologico. Un film poesia. Anche senza Garcia Lorca.", "“Alle cinque della sera.....” I versi di Federico Garcia Lorca si stendono come un sudario su questo film di Samira Makhmalbaf fino a impregnare ogni suo risvolto di un malinconico sapore di morte, ma nello stesso tempo anche di una dolente e ineluttabile sacralità. Segno che la poesia, come il dolore, non conosce confini e che, come ha detto Pablo Neruda, nessuna lirica appartiene al suo autore ma a chi la sta leggendo.
Le parole di Federico Garcia Lorca seguono una donna afgana e l’accompagnano mestamente nel suo destino. In una Kabul distrutta dalla guerra, la donna vaga assieme al padre, alla cognata e al nipotino in cerca di un posto sicuro. Senza neppure un soldo per comprare le medicine necessarie a curare il bambino, la famiglia è costretta a muoversi incessantemente. Disperata per le notizie che arrivano, la famiglia si mette in viaggio verso un luogo santo...
Premio della Giuria all’ultimo Festival di Cannes, Alle cinque della sera delinea un confronto fra generazioni non da punti di vista personali ma storici. Il vecchio raffigura il mondo di ieri, la forza della tradizione; la figlia rappresenta il mondo di oggi, aperto e disponibile verso l’Occidente che vorrebbe importare democrazia e progresso; la rispettiva nuora e cognata con il piccolo in fin di vita incarna un paese in balia degli eventi. Esemplare, in questo quadro, il dialogo della figlia del vecchio con il soldatino francese, che non sa rispondere alle sue domande e soddisfare le sue curiosità. Scena indicativa, perché se da una parte non nasconde il fascino che il mondo occidentale esercita sulle donne musulmane, dall’altra non nasconde il suo disappunto per la superficialità e l’incompiutezza con cui affronta la questione islamica.
Metafora delle sofferenze del mondo tessuta con immagini di intenso realismo poetico (come la Madre Coraggio di Brecht, il vecchio tira una simbolica carretta, mentre un povero asinello morente richiama alla mente Au hasard Balthazar di Bresson), Alle cinque della sera trova la sua struggente conclusione nella forza della fede, unica salvezza contro il male e il dolore.", ""); movie[10]= new Array ("745595", "STAI ZITTO NON ROMPERE", "TAIS-TOIS!", "tt0310203", "Francis Veber", "Jean Reno (Ruby), Gerard Depardieu (Quentin), André Dussollier (Psichiatra), Richard Berry (Fernet), Leonor Varela (Katia), Ticky Holgado (Martineau), Aurelien Recoing (Rocco), Jean-Pierre Malo (Vogel), Michel Aumont (Nosberg)", "Commedia", "Stati Uniti d’America 2003", "Serge Frydman, Francis Veber", "Luciano Tovoli", "Marco Prince", "85", "Ucg Images", "Filmauro (2003)", "Ai lettori in sovrappeso, rassegnati alla sconfitta nella guerra quotidiana con la bilancia, consiglio vivamente di andare a vedere Sta' zitto... Non rompere, dove Gérard Depardieu dimostra a conforto dei grassoni che volere è potere. Grazie anche a un rischioso intervento al cuore, il divo si ripresenta dimagrito di una ventina di chili (e forse più) e padroneggiando di nuovo un talento che sembrava ormai sepolto sotto una montagna di lardo. Torna a brillare il suo incredibile eclettismo, che lo ha portato dai classici del teatro come Cyrano de Bergerac e Tartuffe ai drammi, dagli action movies alle commedie e alle farse. Ed emerge al meglio in questo spassoso film scritto e diretto da Francis Veber, dove Depardieu è il comico e Jean Reno la spalla. Il primo parla, straparla e ride a gogò anche quando lo sbattono in galera; il secondo non dice una parola, resta cupo e assorto tutto il tempo e pensa solo al modo di vendicarsi sul padrino della mala che gli ha ucciso l'amante. Gerard sembra scemo, e forse lo è, ma se c'è da fare a botte non manca di stendere a terra qualsiasi avversario; ed è sempre lui che improvvisa una rocambolesca fuga dal carcere trascinandosi dietro Jean. Proseguendo per un'ora e mezzo, il gioco vede i due braccati in sincrono dalla polizia e dai gangsters; e tuttavia il principale problema di Reno sembra quello di liberarsi di Depardieu, mentre quest'ultimo ha il problema opposto, quello di restargli attaccato. Sarà anche vero, come deplorano i «cahiers du cinéma», che da anni Veber fa sempre lo stesso film, ma da qui passare alla stroncatura e addirittura all'insulto è davvero troppo. Certe rivistedi matrice integralista si possono ormai considerare schierate tra i nemici del cinema come lo concepiamo noi, che lo amiamo non solo come Settima arte, ma come principale intrattenimento dell'era moderna. Parafrasando Palazzeschi verrebbe voglia di dirgli: e lasciateci divertire. Tanto più che i criticoni altezzosi hanno un bel protestare contro il cinema di mestiere quando un film come Sta' zitto... Non rompere nelle prime due settimane in Francia incassa quasi venti miliardi delle vecchie lire. Vogliamo riconoscere che se lo merita? Perché per mettere in tavola gradevolmente una simile minestra riscaldata bisogna essere una squadra di cucinieri da «cordon bleu»; e perché l'arte dei grandi attori, qual è Gerard Depardieu, rifulge al massimo proprio nelle cose piccole.", "Dall'ormai lontano «La Capra» (1981) all’attuale «Sta’ zitto... non rompere», Gerard Dedardieu ha fatto cinque film in tutto, scritti e diretti da Francis Veber, oltre ai due menzionati: «Noi siamo tuo padre» (1983), «Due fuggitivi e mezzo» (1983) e «L’apparenza inganna» (2001). Ma il ruolo al quale Gerard teneva di più, quello del fessacchiotto vincente di «La cena dei cretini» (1998) l’aveva acchiappato François Villeret; e il divo ci era rimasto male. Forse per rimediare, Veber gli ha inventato quest’altro cretino su misura, che si chiama Quentin ed è un malavitoso buono come il pane, forzuto senza rendersene conto e bendisposto verso tutti. Di primo acchito si direbbe il tipo al quale si chiede «ma papà ti manda solo?», eppure si rivela capace di risolvere le situazioni più rischiose e ingarbugliate. (…)
L’oretta e mezza di «Sta’ zitto... non rompere» corre via veloce al seguito di Depardieu e Reno che hanno alle calcagna da una parte la polizia e dall’altra i banditi. Da un film siffatto non c’è da aspettarsi novità sorprendenti, ma risate in abbondanza sì. E se Reno si conferma un interprete sobriamente stilizzato, chiuso nel suo mistero un po’ sdegnoso e prodigo di parole e sorrisi soltanto in sottofinale, Depardieu prende subito il comando della corsa e non si concede un attimo di respiro finché non arriva al traguardo. Superato un incidente di salute, a conferma che non tutti i mali vengono per nuocere, Gerard si presenta dimagritissimo e tornato ai vertici del suo talento. Solo un grand’attore poteva fare emergere da un film divertente ma convenzionale un personaggio che di convenzionale non ha proprio niente e che vale da solo la spesa del biglietto.", ""); movie[11]=new Array ("745601", "ZATOICHI", "ZATOICHI
ざといち", "tt0363226", "Takeshi Kitano", "Takeshi Kitano (Zatoichi), Tadanobu Asano (Hattori, la guardia del corpo), Michiyo Ogusu (zia Oume), You Natsukawa (moglie di Hattori), Guadalcanal Taka (Shinkichi), Daigoro Tachibana (Osei, geisha), Yuko Daike (Okinu, geisha), Ittoku Kishibe (Ginzo)", "Commedia", "Giappone 2003", "Takeshi Kitano", "Katsumi Yanagijma", "Keiichi Suzuki", "116", "Masayuki Mori & Tsunehisa Saito", "Mikado Film (2003)", "Due film di samurai circolano in contemporanea per i nostri schermi. L'uno, americano - \"Kill Bill\" di Tarantino - è un omaggio al cinema giapponese; l'altro, nipponico, è un tributo a quello americano. Magari suona un po' assurdo, eppure i risultati sono straordinari in entrambi i casi. Con Zatoichi (gran premio per la regia a Venezia), Kitano richiama in servizio un eroe mitico del cinema del Sol Levante anni 60, interpretato da uno stesso attore (Shintaro Katsu) in un centinaio tra film e telefilm. Lui stesso il personaggio del titolo, giocatore professionista e massaggiatore cieco ma capace di fare in mille pezzi i sette samurai con cinque colpi di spada. La traccia narrativa ricalca, a grandi linee, quella di \"Joijmbo\" di Akira Kurosawa, ripresa da Sergio Leone in \"Per un pugno di dollari\" - un impassibile giustiziere libera un villaggio dalla tirannia di due bande rivali - sommandovi la \"second story\" di una coppia di (presunte) geishe, animate da propositi di vendetta. Takeshi s'ispira largamente a Clint Eastwood nel prototipo dello spaghetti western: non è un crociato, ma un individualista scettico che, alla fine, prende la parte delle vittime. Vi aggiunge, di proprio, una dimensione tragicomica inedita non tanto per il genere (il film di spada giapponese include componenti burlesche), quanto per il suo protagonista e spolvera su tutto un senso di leggerezza che fa di Zatoichi un film di raro divertimento, ad onta dei pezzi d'anatomia affettati e delle arterie che spruzzano getti di sangue come fossero geyser. Basti dire che dal repertorio del cinema di samurai, riletto con la libertà più disinvolta, fanno spesso capolino la situazione surreale, la gag, la farsa (il \"sumo\" che corre intorno alla casa lanciando grida) alla Monty Python. A tratti s'affaccia alla memoria l'insuperato John Ford (di cui c'è almeno una citazione diretta: la ricostruzione della casa della vedova), per come il film amalgama l'epica con il comico, la cura formale col gusto della narrazione. Quanto a \"Beat\" Kitano, nella parte del Massaggiatore sembra un John Wayne più stoico e molto più ironico, dando forma a un cavaliere errante - sorriso enigmatico, capelli tinti di biondo, sciabola rosso sangue - che entra di prepotenza nel pantheon degli strani eroi del cinema postmoderno. Non bastasse, il regista chiude su un epilogo in forma di musical, una gioiosa danza macabra che fa (letteralmente) resuscitare i morti. I più rigorosi lo accusano di cedimenti al gusto occidentale: ma, a suo tempo, non si disse lo stesso di Kurosawa?", "Come un massacro senza fine o la prima pagina di un quotidiano, «Zatoichi» di Takeshi Kitano, balletto di sangue, consiste in una serie di scontri letali: gente sventrata, decapitata o tagliata in due, macelli in cui il protagonista ammazza da solo anche sette avversari, fontane di sangue, mulinare velocissimo di spade, mucchi di cadaveri. Ogni tanto, gli intermezzi comici prediletti dal cinema popolare giapponese. La pioggia forte, continua. L'apparizione di due bellissime geishe vendicatrici. Un'immagine alla Jean Cocteau: il cieco con occhi spalancati dipinti sulle palpebre chiuse. Takeshi Kitano, narratore della criminalità giapponese contemporanea in film malinconici molto belli, a quasi sessant'anni realizza il suo primo film in costume, la storia ottocentesca di un massaggiatore cieco, platinato, gran giocatore d'azzardo e giramondo, gran maestro di lama con la sua arma onnipotente occultata in un bastone di bambù laccato di rosso. Zatoichi, arrivato in una piccola città di montagna terrorizzata dalle prepotenze di una banda di estorsori in lotta con una banda rivale, sconfigge le carogne e autorizza ogni sospetto sulla cecità: se le palpebre serrate, la testa china, fossero un trucco per moltiplicare la propria pericolosità? Il Personaggio è uno degli eroi più famosi del dramma storico giapponese; almeno sino al 1989, le sue imprese e avventure hanno popolato in Giappone il cinema e la televisione. Kitano lo ha mutato dandogli l'invincibilità, i capelli biondissimi, l'arma rosso sangue, l'indifferenza verso le vittime ma la spietatezza verso i carnefici. Ha usato la computer graphica non tanto per accelerare il ritmo o per moltiplicare la straordinarietà degli scontri, quanto per mostrare in dettaglio i tagli delle ferite, le mutilazioni, le piaghe, gli arti amputati. La maestria di Kitano è grande, il bellissimo «Zatoichi» esprime la mescolanza dei generi, il disordine glamour e il dinamismo crudele che nel mondo sono alla base della cultura del Duemila.", ""); movie[12]=new Array ("745608", "NOI ALBINOI", "NÓI ALBINÓI", "tt0351461", "Dagur Kári", "Tómas Lemarquis (Noi), Throstur Leo Gunnarsson (Kiddi Beikon), Elin Hansdóttir (Iris), Anna Fridriksdóttir (Lina)", "Drammatico", "Islanda/Germania/Gran Bretagna/Danimarca 2003", "Dagur Kári", "Rasmus Videbæk", "Orri Jonsson, Dagur Kári", "90", "", "", "Lo chiamano “l’albino Nói” ed è, a dir poco, un tipo a sé. Ha 17 anni, vive con la nonna, ha un padre ubriacone e a scuola nonostante l’alto quoziente d’intelligenza porta alla disperazione i professori e si fa cacciare dal preside. Si innamora di Iris, giovane benzinaia, e nell’assurda speranza di fuggire insieme improvvisa una rapina provocando un mezzo disastro. A un disastro completo provvede infine il destino. Narrato così sembra l’ennesimo “Bildungsroman”, tra il grottesco e il tragico, ma la peculiarità del film islandese “Nói albinoi” è di essere ambientato in un borgo sperduto fra le nevi eterne; e in un certo momento, come vedrete, sepolto in senso letterale da una valanga. Proveniente da un Paese che non produce molto cinema e non ne esporta affatto, questo piccolo film passato attraverso vari festival internazionali e candidato all’Oscar si impone per forza, nitidezza e originalità. Nella sua recensione su Variety, Deborah Young ha scritto scherzando che il protagonista Tómas Lemarquis, calvo e spiritato, sembra la versione in carne e ossa del Burt Simpson dei “cartoons”. Ma è doveroso prendere atto che l’eccentrico interprete con buoni precedenti teatrali è un brillante diplomato del “Cours Simon” di Parigi; e che il coetaneo regista Dagur Kári, suo ex compagno di liceo, ha invece studiato cinema in Danimarca insieme con altri collaboratori del film. I membri del gruppo, insomma, hanno arricchito la loro professionalità con esperienze che li hanno condotti fuori dalla loro isola remota, alla quale tuttavia hanno fatto ritorno per raccontare una vicenda che in qualche modo ne rispecchia l’anima. La peculiarità di “Nói albinoi” è proprio quella di proporsi come una vicenda da una parte universale, nel senso che potrebbe svolgersi ovunque, e dall’altra profondamente condizionata dall’ambiente. I dolori del giovane Nói prendono risalto dagli invalicabili muri di ghiaccio che lo circondano, contro i quali a un certo punto il ragazzo spara illusorie fucilate forse con conseguenze sfioranti il rischio del suicidio. Si può anche intendere il tutto con una metafora dell’esigenza di rompere l’isolamento culturale dell’Islanda affidando alle onde del cinema internazionale un film che appare come un messaggio nella bottiglia tra la provocazione e il fiero atto di presenza....", "La neve e il gelo in un villaggio dell’Islanda del Nord. Un ragazzo, Nói, l’outsider, bianco come il paesaggio intorno a lui, che vorrebbe scappare una volta per tutte da un paese che non gli offre nulla, e sogna il sole e l’oceano. Una ragazza, Iris, per la quale Nói prova simpatia e sussulti d’amore. L’impossibilità triste di una fuga. La necessità, forse, di un “sommovimento” definitivo, che smuove le cose e la vita. Strepitoso esordio di lande sconfinate e splendidamente (ancora) inconoscibili (è da qui che proviene il gruppo musicare Sigur Rós), Un racconto di crescita e disillusione che coinvolge come non te lo aspetti. E se la storia in sé è già stata vista e dette migliaia di volte, Nói Albinoi possiede un’immediatezza cristallina che è un grande pregio. Lo sguardo è di quelli che entrano nel cuore e scavano. Nói , come un alieno, si mimetizza con la terra, e come un alieno capisce che se ne deve staccare. Noi siamo con lui. Noi siamo Nói: per sempre, da sempre. L’attore Lemerquis è un volto che non si può dimenticare. Finale sconvolgente. Grande musica del gruppo del regista, Slowblow. Cinema semplicissimo, limpidissimo, bellissimo, accecante e caldo come il ghiaccio di una terra che piacerebbe rendere “nostra”. se ne dovrebbero fare sempre più (e invece se ne fa sempre meno).", ""); movie[13]=new Array ("745615", "LOST IN TRANSLATION - L'AMORE TRADOTTO", "LOST IN TRANSLATION", "tt0335266", "Sofia Coppola", "Bill Murray (Bob Harris), Scarlett Johansson (Charlotte), Giovanni Ribisi (John), Anna Faris (Kelly), Fumihiro Hayashi (Charlie), Akiko Takeshita (Ms. Kawasaki), Catherine Lambert (cantante di jazz), Ryuichiro Baba (portiere)", "Commedia", "Stati Uniti d’America 2003", "Sofia Coppola", "Lance Acord", "Kevin Shields", "90", "Ross Katz, Sofia Coppola", "Mikado Film", "Si può fare un film soltanto su uno stato d'animo? Con «Lost in Translation - L'amore tradotto» Sofia Coppola l'ha fatto, e molto bene: ha raccontato quel sentimento di vuoto annoiato, di abbandono atono, di ansiosa desolazione, di inevitabile confronto con se stessi che coglie tanti viaggiatori nelle città straniere, nella solitudine delle stanze d'albergo. La città poi è Tokyo, immensa, fragorosa, superilluminata, caotica, con gli usi asiatici e la lingua incomprensibile che moltiplicano l'estraneità. E l'albergo è il lussuoso Park Hyatt Hotel (stuoli di camerieri cerimoniosi, bar, palestra, ristoranti, piscina olimpionica, giochi d'azzardo), vasto come un mondo e chiuso come un carcere. Qui s'incontrano due americani non felici, e tra loro non accade nulla. Appena un poco di complicità nel tedio, una sfumatura sentimentale prima di ripartire: se si trovano insieme sul letto nella stanza di lui, è per rivedere alla tv «La dolce vita» di Fellini. Bill Murray, bravissimo, è un attore americano in crisi di età e di lavoro che deve girare uno spot pubblicitario: si sa che i divi non si prestano alla pubblicità negli Stati Uniti perché se ne vergognano, ma lo fanno per i soldi in Giappone o altrove. Lui deve essere testimonial di un whisky molto dubbio: lo slogan suona «E' tempo di relax, è tempo di Santori»; il set pubblicitario pare quello di un kolossal, il regista si comporta come fosse Cecil B. De Mille; il fotografo è esigente («più tensione, più Sinatra, più mistero, più Roger Moore»); nelle traduzioni degli interpreti (come nello sketch di Totò) lunghi discorsi giapponesi diventano quattro parole in inglese. Scarlett Johansson è una ragazza sposata da due anni con un giovane fotografo immerso nel lavoro. L'ha accompagnato a Tokyo, lo aspetta sola mentre lui è in un'altra città. Con buona volontà sperimenta la metropolitana, visita Kyoto e i templi, guarda la tv senza capire, vede conoscenti in discoteca: e comincia a chiedersi se il suo matrimonio sia stato davvero una buona idea. I due scoramenti si uniscono, facendosi compagnia e basta. Il film è divertente, intelligente, sensibile, recitato benissimo. Un poco fragile: ma una autentica riuscita.", "(…) La Coppola li segue con grazia e ritmi lenti, come se raccontasse l’amore al «tempo delle mele», l’innamoramento degli adolescenti, che procede per attimi, piccolissimi segnali, sguardi trattenuti e fatalmente contraccambiati, casuali sfioramenti e sorrisi fugati. Non ha fretta, perché non vuole arrivare da nessuna parte, ma solo rompere l’automatismo e il meccanico attraverso il gioco. Ora i due ballano intorno alle loro timidezze. Si sono trovati simpatici e iniziano a perlustrare la città come in un wendersiano Viaggio a Tokyo, ma di rincorse e karaoke, sale giochi e feste nottambule. E alla fine in hotel si trovano sdraiati castamente nel letto, uno a fianco all’altro, e i piedi quasi si accarezzano mentre vedono in tv La dolce vita di Fellini. Sono, anche se non se ne sono accorti, i protagonisti di un Breve incontro alla David Lean. Sono puro cinema, perché proiezione di un desiderio puro e adolescenziale, casto e platonico. Sono l’infanzia del cinema assediato dalla contemporaneità dell’automatismo e dell’omologazione. Ecco: ci sono film, e tutti quelli che amano il cinema ne hanno una lista segreta, che dicono cose, ma solo a noi, che raccontano storie, ma solo per noi, che parlano a tutti, ma sono «nostri». Strana e magica schizofrenia del cinema che, ormai sempre, vuole piacere a tutti ma che qualche volta, e sempre più di rado, si piega su se stesso, si fa «piccolo», pur affrontando temi grandi e da grandi, e arriva a toccare l’individuo, l’intimo, il biografico. Ognuno ha il proprio film e lo tiene segreto, per pudore, per gelosia, per vergogna. Vergogna di vedersi e sentirsi scoperti di avere amato un film che non si crede importante, ma solo privato. Lost in translation appartiene a questa categoria di film: sono di tutti, ma appartengono a noi stessi. Il motivo di questo fatale coincidere è lasciato alle leggi del desiderio. La Coppola cerca l’archetipo dell’infanzia (e del cinema) attraverso il gioco e l’amore, anche quando è platonico in una storia che rompe la successione e la ripetizione automatica di comportamenti e di destini attraverso un evento, un incontro, un piccolo miracolo.", ""); movie[14]=new Array ("745629", "DA QUANDO OTAR E’ PARTITO", "", "tt", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[15]=new Array ("745636", "ROSENSTRASSE", "", "tt", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[16]=new Array ("745644", "MI PIACE LAVORARE - MOBBING", "", "tt", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[17]=new Array ("745651", "BIGFISH", "", "tt", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "");