home = "history/2003idx.htm"; // Home page address // Recensione dei film in programmazione // movie[x,0]= Ultimo giorno di programmazione espresso da yyyymmdd // movie[x,1]= Titolo // movie[x,2]= Titolo Originale // movie[x,3]= Link // movie[x,4]= Regista // movie[x,5]= Cast // movie[x,6]= Genere // movie[x,7]= Origine // movie[x,8]= Sceneggiatura // movie[x,9]= Fotografia // movie[x,10]= Musica // movie[x,11]= Durata // movie[x,12]= Produzione // movie[x,13]= Distribuzione // movie[x,14]= Recensione 1 // movie[x,15]= Recensione 2 movie = new Array(); movie[0]= new Array ("", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[1]= new Array ("", "La 25ª ora", "25th hour", "", "Spike Lee", "Edward Norton (Monty Brogan), Rosario Dawson (Naturelle Riviera), Philip Seymour Hoffman (Jacob Elinsky), Barry Pepper (Francis Xavier Slaughtery), Anna Pasquin (Mary D'Annunzio), Brian Cox (James Brogan), Tony Siragusa (Kostya Novotny), Levani (zio Nikolai), Felicia Finley (Jody)", "Drammatico", "Stati Uniti d'America, 2002", "David Benioff", "(Scope/a colori) Rodrigo Prieto", "Terence Bianchard", "134", "Spike Lee, Jon Kilik, Tobey Maguire, Julia Chasman", "Buena Vista International Italia (2003)", "La 25a ora è uno dei film migliori della stagione: una storia ambientata nel milieu del crimine, ma soprattutto un atto d'amore per New York resa da un cineasta newyorkese per eccellenza come Spike Lee. Il soggetto, tratto dal romanzo di David Benioff, riguarda l'ultima giornata di libertà di Monty Brogan, spacciatore condannato a sette anni di detenzione. Monty la trascorre con la sua ragazza e con gli amici d'infanzia, un insegnante e un agente di Borsa, ciascuno tormentato da qualche senso di colpa nei confronti del protagonista. Tra l'Upper East Side e l'East River, tra un incontro col padre e un regolamento di conti con la mafia russa, si parla molto, si riflette sull'amore, sull'amicizia e sulla precarietà di entrambi, sulla responsabilità e sul tradimento, sul passato e sul futuro. Però il film non tirerebbe fuori tanta forza dolente, se non fosse ambientato nella New York del dopo-11 settembre. Spike la osserva con uno sguardo inquieto (c'è una scena di \"melting pot\" che ne rivela l'isteria collettiva), ma anche pieno di fedeltà e compianto; come dimostrano l'inquadratura iniziale, con i raggi di luce al posto delle due torri, e quelle - dall'alto - sull'immensa ferita di Ground Zero. Il suo è il primo film visto veramente dall'interno della città sotto choc.", "Tra il romanzo La 25ª ora di David Benioff e il film di Spike Lee c'è una differenza non da poco: il libro è stato scritto prima dell'11 settembre e il film è stato realizzato dopo la data fatidica. Vale a dire che l'angoscia personale del protagonista, spacciatore che vive la sua ultima giornata di libertà prima di entrare in carcere per sette anni, è immersa nell'ansia collettiva di una New York frastornata e tragica, che contempla le voragini delle Twin Towers. La domanda su quale potrà essere il futuro di Edward Norton, vulnerato protagonista, si allarga al problema dell'avvenire di un'intera comunità. In galera l'antieroe del film teme di dover subire gli abusi sessuali di cui si racconta, ma alla sua situazione non esiste alternativa se non nell'immaginazione. In apparenza con i nervi sotto controllo, il giovane ribolle di concreti furori; e quando si trova davanti allo specchio di un lavabo, in un ristorante, esplode in una serie di insulti a tutto e tutti, incluso se stesso. Qualcuno ha notato che questa scena, tipica di Spike Lee, c'era già nel romanzo: negli Usa letteratura e cinema si influenzano a vicenda. Pregi e difetti sono i soliti dell'autore, tanto che è ormai difficile disgiungerli: felicità nel cogliere la cosa vista e logorrea, folgorazione grottesca e divagazione superflua. Il risultato, stavolta, sembra testimoniare una raggiunta maturità. Anche perché Spike si è staccato dalla tematica razziale, ha capito che neri o bianchi siamo ormai tutti sulla stessa barca."); movie[2]= new Array ("", "The quiet american", "The quiet american", "", "Philip Noyce", "Michael Caine (Thomas Fowler), Brendan Fraser (Alden Pyle), Do Thi Hai Yen (Phuong), Rade Serbedzija, Tzi Ma", "Drammatico", "Stati Uniti d'America, 2002", "Christopher Hampton, Robert Shekkan - basato sul romanzo omonimo di Graham Greene", "(Scope/a colori) Christopher Doyle", "Craig Armstrong", "100", "William Horberg, Staffan Ahrenberg", "Medusa Film (2003)", "Vietnam, buco nero dell'Occidente. Prima i francesi, poi gli americani. Missione civilizzatrice, contenimento del pericolo comunista, valori di libertà da difendere a ogni costo, interessi inconfessabili da tenere segreti. Alle radici di tutto questo, nella Saigon del 1952, in piena guerra contro i francesi: The Quiet American, che Philip Noyce ha tratto dal romanzo di Graham Greene, ci conduce al centro di un momento cruciale della storia contemporanca. L'impero coloniale di Parigi sta morendo: i Vietminh di Ho Chi Minh sono all'offensiva ovunque, le campagne ormai perdute, solo nelle principali città si respira un'aria di quasi normalità.
Mentre la storia scrive le sue tragiche pagine, un giornalista inglese (Michael Caine) osserva gli avvenimenti dal tavolino di un bar: ogni giorno, puntualissimo, è lì, afflitto da un malessere profondo, conscio che qualcosa sta finendo per sempre. Ha una bella amante vietnamita, alla quale è profondamente legato: ma non può riportarla con sé, a Londra, perché la moglie, cattolica, non concederà mai il divorzio.
Storie private, Storia ufficiale: la vita dell'inglese si intreccia con quella di un giovane americano (Brendan Fraser) giunto nel Sud Est asiatico, a quanto almeno dice lui, per scopi umanitari. In realtà gli Usa stanno subentrando alla Francia e la loro presenza, ancora sotto copertura, tende a crescere di giorno in giorno. Mentre la lotta diventa sempre più cruenta, il rapporto tra i due uomini cambia radicalmente: l'americano s'innamora, ricambiato, della donna dell'altro, e nulla può più essere come prima. Nessuno è innocente nel groviglio di fatti e passioni, ognuno ha scheletri nell'armadio. Diverso è però il grado di consapevolezza: c'è chi vede morire un mondo rendendosi fino in fondo conto della tragedia, e c'è chi invece spera ancora che tutto si possa rigenerare. È la grandezza di Greene, la sua profonda conoscenza degli angoli più bui del cuore umano; è la forza di un film che, senza mai strafare, ci pone davanti a interrogativi che non è possibile eludere.", "Nella prima metà degli anni '50, Graham Greene (1904-1991) soggiornò a lungo in quella che allora si chiamava Indocina, testimoniando come giornalista il crepuscolo del colonialismo francese e prefigurando la tragedia del coinvolgimento Usa in Vietnam. Quest'ultimo aspetto è valorizzato dal regista australiano Phillip Noyce nel film The Quiet American, il secondo tratto dal bel romanzo; e non si capisce perché non presentarlo da noi come Un americano tranquillo, che è il titolo dell'edizione italiana del libro (Oscar Mondadori) e anche della precedente versione cinematografica di Joseph L. Mankiewicz (1958). Green si rispecchia nel personaggio autobiografico di Fowler, maturo reporter schiavo dell'oppio e legato da morbosa passione a una ragazza indocinese che lo lascia per il giovane yankee Pyle. Trovandosi a vivere insieme a quest'ultimo rischiose avventure sui fronti della guerriglia, Fowler scopre che l'amico americano è in realtà la mente dietro una spietata strategia della tensione che culmina in una strage di civili al mercato di Saigon. A quel punto l'inglese accetta di collaborare con la resistenza comunista per eliminare, l'infido mestatore. E Green lascia intendere, con l'impareggiabile ambiguità del grande scrittore, che Fowler potrebbe essere mosso pure dal desiderio di eliminare il rivale e riprendersi la sua donna. A suo tempo Mankiewicz cambiò le carte in tavola facendo di Audie Murphy (che impersonava l'americano) la vittima di un complotto dei vietnamiti rossi in cui Michael Redgrave (Fowler) si era fatto stupidamente coinvolgere. Da \"Le Monde\" partì una dura polemica contro il film, non a torto definito maccarthysta; e se lo scrittore se ne lavò le mani, due alfieri della nascente irresponsabilità cinefila come Godard e Rohmer parlarono di capolavoro. C'è da dubitare che lo fosse, anche perché l'indocinese contesa era incarnata dalla friulana Georgia Moll. Nel rifacimento attuale l'orientale è un'impeccabile impenetrabile Do Thi Hai Yen, l'ambientazione risulta di una credibilità assoluta, l'americano è l'efficace bamboccione finto tonto Brendan Fraser. E se con qualche ragione si può bollare il film come \"cinema di papà\", è impossibile contestarne la qualità. A nobilitare l'impresa basta la presenza di un Mchael Caine in stato di grazia, suadente e dolente, in corsa nella cinquina dell'Oscar.", ""); movie[3]= new Array ("", "Piovono mucche", "", "", "Luca Vendruscolo", "Alessandro Tiberi, Massimo De Lorenzo, Luca Amorosino, Andrea Sartoretti", "Drammatico", "Italia, 2003", "", "", "", "90", "Axelotil Film", "Pablo (2003)", "Commedia grottesca e vivace, a volte venata di cinico verismo, sul disabile come oggetto e soggetto di disturbo e vitalità. Siamo nella comunità Ismaele dove \"piovono mucche\", nel senso che le cose stanno un po' sottosopra. È condotta da un gruppo giovani che spendono il periodo di leva come obiettori di coscienza. C'è il laureato in filosofia, che cerca un equilibrio psicologico affrontando la difficile situazione della comunità degli \"svantaggiati\", e c'è il più nevrotico e debole Matteo, che non riesce a inserirsi. Dalla parte dei disabili troviamo i personaggi più solidi e più frantumati insieme (tra cui un tetraplegico terribile), ed è un complimento al cineasta esordiente Vendruscolo, capace di tenere insieme l'ingovernabile. Se il fondo del film è una convenzionale esperienza di maturazione, le cose che contano sono invece le digressioni di sceneggiatura e le irregolarità di regia. Il contesto sociologico è molto preciso. Vendruscolo ha trascorso veramente il servizio civile in una comunità.", "Primo lungometraggio dell'udinese Luca Vendruscolo - diploma di sceneggiatura alla Scuola Nazionale di Cinema e classico curriculum di corti, partecipazioni e collaborazioni - Piovono mucche non è soltanto un buon film: nell'anno dell'handicap, si candida anche a diventare una sorta di guida pratica, etica e affettiva alla relazione con l'\"alterità\" che contrassegna i portatori di handicap. Tutto questo sfuggendo l'antipatica forma della lezioncina e le classiche modalità discorsive del \"messaggio sociale\", sempre in bilico fra richiamo alla santità quotidiana.
Piuttosto, Piovono mucche veleggia dalle parti del romanzo di formazione: perché dei quattro giovani protagonisti maschili - tutti \"principali\", anche se Alessandro Tiberi, con la sua faccia da Tobey Maguire italiano e la sua recitazione ricca di sfumature si guadagna, almeno nella memoria dello spettatore, un posto di particolare riguardo - due, Matteo e Corrado, vengono seguiti, lungo il film, nel loro processo di inserimento all'interno della comunità Ismaele, dove devono svolgere il servizio civile, e di relazione con i suoi occupanti. Dall'altra parte, Moretti e Mercalli hanno invece il compito di portare fin da subito, nel film, il punto di vista - affettivo e cognitivo - che, alla fine, sarà degli altri due ma, a ben vedere, anche dello spettatore: un punto dì vista che, fuori da ogni retorica \"missionaria\" e irrispettoso pietismo, guarda all'handicap come a una caratteristica individuale e sociale, a una differenza e non a una diversità incommensurabile.
Ne deriva un film che può anche permettersi - questa è l'altra sorpresa di Piovono mucche - di assumere la forma e i toni della commedia, e ben si comprende perché: è la commedia, tradizionalmente, il genere in cui l'evoluzione psicologica dei personaggi e le loro \"peripezie\" conducono all'inclusione di nuove sensibilità soggettive all'interno di un nuovo ordine sociale: inclusione doppia, in questo caso, degli obiettori nel mondo dell'handicap, dei portatori di handicap in quello degli obiettori. Inclusione delle differenze in un mondo di individui e non di problemi, dove la disparità è una codice reversibile e poco più che un punto di vista dislocato. Un mondo parallelo che taglia fuori la visione tardo-romantica e manageriale degli amministratori della comunità e quella New Age di don Anselmo. Un mondo, per restare al piano del racconto, dove l'handicap è talvolta poco più che un dettaglio biografico, sopravanzato dalla spietatezza, in Renato, dalla timidezza, in Lela, dall'estroversione, in Domenico. Dove gli handicappati sono anche cattivi, egoisti, esigenti. Perché sono persone, come tutti.
Vendruscolo ha un tocco di regia lieve e sapiente, e lascia che una voce fuori campo organizzi un racconto di immagini capaci di cogliere al tempo stesso la realtà sociale della comunità e il percorso di maturazione dei giovani protagonisti. Un doppio binario tematico, alternato e intrecciato, che fa di Piovono mucche un film sincero ed emozionante, nel quale le difficoltà del progetto - del suo tema, soprattutto - appaiono felicemente risolte in una scrittura fluida, lontana, oltre che dal genere hollywoodiano \"malattie incurabili\", anche dalla relativa \"semplicità\" del documentario. Insomma, un film da vedere e da far vedere. Perché questo è l'anno dell'handicap ma anche perché, più semplicemente, Piovono mucche è un buon film.", "", ""); movie[4]= new Array ("", "Tutto o niente", "All or nothing", "", "Mike Leigh", "Timothy Spall (Phil), Lesley Manville (Penny), Alison Garland (Rachel), James Corden (Rory), Ruth Sheen (Maureen), Helen Coker (Donna), Marion Bailey (Carol), Paut Jesson (Ron), Sam Kelly (Sid), Sally Hawkins (Samantha)", "Drammatico", "Gran Bretagna, 2002", "Mike Leigh", "Dick Pope", "Malcolm Hirst", "127", "Les Films Alain Sarde/Studio Canal/Thin Man Film", "Lucky Red Distribuzione (2003)", "Mike Leigh, il gran regista inglese sessantenne, l'autore di Naked, Segreti e bugie, Topsy Turvy, tenta ancora una volta la cosa più difficile al cinema: raccontare la vita quotidiana senza gioia, con molta fatica, con poca speranza, della gente comune lavoratrice, e fare tuttavia un film interessante, emozionante, bello.
Tutto o niente è il ritratto struggente d'una famiglia della periferia Sud di Londra. Padre tassista, madre cassiera in un supermercato, due figli adolescenti obesi: una fa le pulizie in una casa di riposo per anziani, l'altro è ridotto dalla disoccupazione all'inerzia, all'aggressività, al turpiloquio. Nella desolazione d'ogni giorno si perdono i sentimenti d'amore, di rispetto, di stima. L'uomo è avvilito, la donna indurita, la ragazza abulica, il ragazzo violento: ma quando quest'ultimo ha una grave crisi cardiaca e viene ricoverato all'ospedale, le emozioni si riaccendono, gli scostanti vicini di casa risultano solidali e pronti a dare aiuto, i legami di famiglia si rivelano saldi.
Il bel realismo di Mike Leigh portato agli estremi sfiora la retorica del dolore, ma la sua sensibilità rende spesso il film toccante. È decisivo il contributo di Timothy Spall, il padre. I suoi momenti di solitudine, di triste abbandono e di mai frenata esasperazione di fronte ai clienti futili o villanzoni dei taxi, sono perfetti: un attore asciutto e semplice, intenso, profondo, capace di interpretare come meglio non si potrebbe la tristezza di un mondo che non riserva alcun momento di contentezza o di fiducia. Grande, grosso, grasso, non più giovane, è magnifico; ma tutti gli attori benissimo diretti sono ammirevoli, eredi d'una grande tradizione inglese di sapienza e bravura.", "\"Perché non ti sei sposata?\" chiede la cassiera alla collega con due figli ormai grandi. \"Perché non me l'ha mai chiesto\" risponde la donna, meravigliandosi forse più della richiesta che della sua strana situazione 'matrimoniale'. Non si fanno domande i personaggi dell'ultimo film di Mike Leigh, vivono e basta, cercando di tirare a campare settimana dopo settimana, come dice la stessa madre nubile al suo disilluso compagno di vita. Le domande se le fa casomai il film, ma senza retorica, piuttosto cercando dì farci condividere empaticamente quella condizione di marginalità e rassegnazione che sembra essersi impossessata di un gruppo di proletari inglesi, che la macchina da presa insegue nella loro routine quotidiana: chi fa il tassista, chi lavora in un supermercato, chi sta sdraiato tutto il giorno sul divano, chi si attacca alla bottiglia... Mike Leigh ha sempre cercato di cogliere quella verità di comportamenti che spesso il cinema trascura a favore di momenti più superficialmente drammatici. Non ci sono più 'giustificazioni' sociali o politiche, la rabbia che pure si respira (specie nei personaggi più giovani, i figli e le figlie) sembra indirizzarsi contro chi la esprime, simbolo estremo di un'insoddisfazione che tocca livelli 'metafisici'. In questo modo Leigh toglie allo spettatore ogni possibile via d'uscita. Non si può dare la colpa alla società, al partito, al sindacato? No, siamo obbligati a guardare dentro di noi, per misurare quanto l'uomo possa dimenticare la propria dignità, la propria moralità. Senza cinismo e superficiali ottimismi, e con un raggio di sole finale (l'affetto e la solidarietà dei propri cari) che forse ci toglie dall'inferno ma sicuramente non ci apre le porte del paradiso.", ""); movie[5]= new Array ("", "City of ghosts", "", "", "Matt Dillon", "Matt Dillon, James Caan, Natascha McElhone, Stellan Skarsgard, Gerard Depardieu", "", "Stati Uniti, 2002", "Matt Dillon, Barry Gifford", "Jimmy Denault", "Tyler Bates", "116", "Mainline Productions, Banyan Tree con Kintop Pictures", "Fandango", "L'esordio alla regia di Matt Dillon è anche il primo film girato in Cambogia dopo quarant'anni di silenzio, da quel lontano Lord Jim di Richard Brooks. Sono stati anni devastati dalla dittatura di Pol Pot, e i riferimenti al regime dei Khmer Rossi non mancano in City of Ghosts. Viaggio in una Cambogia fatti di templi, ragazzini scalzi, ville di un passato coloniale, venditori di radici di loto, incenso e avventurieri, strade polverose e monaci arancioni. Spiritualità e mistero pervadono il film, la cui narrazione è portata avanti da un filo giallo che parte dalla truffa di una grande assicurazione americana per cui lavora anche il protagonista. Da qui il viaggio in Cambogia alla ricerca di Marvin, direttore della compagnia assicuratrice e autore della truffa, ladro sì ma con un fascino d'altri tempi, un imbroglione idealista e sognatore (sebbene senza scrupoli), un ottimo James Caan.
Se il Matt Dillon attore si porta ancora dietro la faccia da ragazzino della cinquantaseiesima strada, e questo non aiuta certo il personaggio, il Dillon regista dimostra una certa accortezza nella messa in scena e nell'attenzione ai dettagli, nel raccontare il razzismo e lo sbandamento degli occidentali (americani in particolare) nel sud est asiatico, nell'evocare più di qualche suggestione letteraria e cinematografica, per quanto non originale - da Graham Greene a Francis Ford Coppola, da Marguerite Duras e Ruyard Kipling. Oltre a Caan, un divertente ed eccentrico Gérard Depardieu, in tutta la sua ingombrante fisicità, e il bravo Stellan Skarsgard, in un ruolo tutt'altro che simpatico. Superflua l'immancabile storia d'amore tra Dillon e la McElhone.
Coautore della sceneggiatura, Dillon ci ha messo dieci anni per realizzare il suo progetto, nato dalla passione per questo paese e sull'onda di un certo cinema civile americano, pieno di sensi di colpa e desideroso di nuovi orizzonti, possibilmente esotici. Pur con le dovute differenze, la storia raccontata dal film è storia vecchia, l'occidentale che si perde e si ritrova in terre lontane, con un elemento di interesse in più rappresentato dal fatto che la Cambogia è un paese che si è visto pochissimo al cinema.
Film anomalo per quanto riguarda la produzione: un cast composto da tailandesi, cambogiani, statunitensi e israeliani, per la maggior parte non attori, settanta membri della troupe assunti direttamente in Cambogia, molte delle attrici reclutate nei locali notturni di Phnom Penh, i monaci buddisti che si prestano a fare da comparse nel film, gran parte della storia del giovane Sok è la vera storia di Sereyvuth Kem, il ragazzo che lo interpreta. \"Un thriller d'atmosfera - lo definisce il regista -, una storia di redenzione\" in un paese in bilico tra vita pulsante e misera disperazione. Interessante l'intreccio giallo, che tiene desta l'attenzione nel corso del film e ha diversi punti di svolta con colpo di scena finale, restituendo tutto il fascino di un paese non ancora occidentalizzato.", "Tempesta di vento e pioggia, diluvio, case scoperchiate, alluvione, ma le persone desolate colpite dal disastro pensano di poter contare sull'assicurazione: ancora non sanno che l'assicurazione che hanno sottoscritto è una truffa assoluta. A New York, Matt Dillon lo sa, lavora per la società assicuratrice truffaldina, conosce l'imbroglio organizzato dal suo vero o falso padre James Caan: e si mette in viaggio per raggiungere il colpevole in Cambogia.
La Cambogia con la sua capitale Phnom Penh, dove la lavorazione si è svolta, e il rapporto padre-figlio sono i due elementi dominanti in City of Ghosts città dei fantasmi, primo film diretto, scritto insieme con Barry Gifford e interpretato come protagonista dall'attore Matt Dillon, trentanove anni. Da molto tempo non si vedeva un film così schiettamente esotico ed etico. Palme, elefanti, scimmie, musiche, colori, ombrelloni al mercato, nebbie umide, bambini, agguati, poliziotti corrotti, alberi secolari, il verde madido delle foreste, l'andirivieni nervoso dei pousse-pousse (i taxibicicletta asiatici), edifici cadenti, macerie dei colonialismo francese; criminali russi, templi, Gérard Depardieu padrone ambiguo dei caffè-trattoria: e nulla sembra di maniera, neppure un dettaglio pare artificioso, tutto concorre a creare un'immagine turpe, paludosa, insidiosa e bella dell'Asia. Il rapporto Caan-Dillon è cosi intenso che potrebbe in qualche modo anche appartenere all'autobiografia: il giovane disprezza le attività truffaldine del vecchio amorale ma gli vuol bene, ne ammira la sicurezza ed esperienza, vuole staccarsene, essere diverso, ma la morte è più svelta di lui.
L'intrigo etico/esotico è complicato ma ben congegnato, anche se a dominare il film riuscito rimangono il sentimento della Natura e quello dell'amore filiale.", "", ""); movie[6]= new Array ("", "Il miracolo", "", "", "Edoardo Winspeare", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[7]= new Array ("", "Cose di questo mondo", "", "", "Michael Winterbottom", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[8]= new Array ("", "Il quaderno della spesa", "", "", "Tonino Cervi", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[9]= new Array ("", "I lunedì al sole", "", "", "Leon De Araona", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[10]=new Array ("", "Ubriaco d'amore", "Punch-drunk love", "", "Anderson, Paul", "Adam Sandler (Barry Egan), Emily Watson (Lena Leonard), Philip Seymour Hoffman (Dean Trumbell), Luis Guzrnan (Lance), Mary Lynn Rajskub (Elizabeth), Lisa Spector (Susan), Hazel Mailloux (Rhonda), Nicole Gelbard (Nicole), Mia Weinberg (Gilda)", "Metafora", "Stati Uniti d'America, 2002", "Paul Thomas Anderson", "(Scope/a colori) Robert Elswit", "Jon Brion", "95", "Joanne Sellar, Daniel Lupi, Paul Thomas Anderson", "Columbia TriStar Films Italia (2003)", "Dopo due progetti di vasto respiro, il magnifico ma poco visto Boogie Nights e Magnolia, P.T. Anderson affila le armi con un film piccolo piccolo, almeno produttivamente, Ubriaco d'amore (già Punch-Drunk Love). Protagonista è un omino barricato nelle sue nevrosi (Adam Sandler) che potrebbe essere la versione postmoderna (e postfemminista) del Bartleby di Melville, quel personaggio, che preferiva dire sempre di no. Postmoderno con 7 sorelle invadenti, un ufficio-garage e un debole per i punti premio (con 2.000 scatole di pudding si aggiudica un milione di miglia di volo gratuite, storia vera che ha dato lo spunto al film). Modi compiti, giacca blu elettrico, a vederlo sembra mite e cortese, ma cova furie mostruose e distruttive. Finché non incontra l'amore nella persona di Emily Watson, la raggiunge alle Hawaii e trova pure la forza di liberarsi di una banda di ricattatori violenti. Storia esile, grande regia: bisogna vedere come Anderson lavora sugli spazi, sul ritmo, sui colori, sulle bellissime musiche di Jon Brion, fondendo le forme astratte dell'under-ground col tip-tap di Fred Astaire, la semplicità della parabola con un linguaggio sofisticatissimo, molto personale.", "Fratello unico di sette sorelle castratrici che fanno a gara nel provocargli crisi isteriche, Barry Egan vivacchia alla giornata senza riuscire a rendersi indipendente né a trovarsi un amore. Frattanto, il giovanotto si abbandona a pratiche di erotismo e di finanza non precisamente destinate al successo. Per rimediare al deserto della sua vita sessuale, comunica il numero della carta di credito a una linea di telefono erotico trovata nella rubrica dei piccoli annunci: da allora, un mascalzone prende a ricattarlo. Quanto alle operazioni di alta finanza, Egan si è accorto che una marca alimentare ha commesso un errore di calcolo nel proporre ai clienti chilometri in aereo contro prove d'acquisto: comprando solo dodicimilacentocinquanta pacchetti di pudding, per la cifra di tremila dollari, avrà diritto a due milioni di chilometri. Un giorno, preannunciato da un harmonium che sembra piovuto dal cielo, arriva l'amore nelle sembianze di Emily Watson; graziosa e carismatica, anche se il suo personaggio resta poco \"lavorato\". Per vivere felice e contento con lei, Barry dovrà riuscire a liberarsi del ricattatore. Diretta del regista del monumentale \"Magnolia\", questa commedia romantica è la cosa più originale vista sullo schermo da alcune stagioni a questa parte. Già dalla prima, folgorante, scena si capiscono due cose: che Paul Thomas Anderson è in gran forma e che Adam Sandler, da noi noto solo come protagonista di fesserie comiche da dimenticare, diretto dal regista giusto può essere un grande attore. Qui, il suo personaggio di giovanotto non cresciuto, edipico e regressivo ricorda, in qualche momento, il grande Jerry Lewis. A partire dallo stile cromatico, che rifà il glorioso Technicolor, Anderson rende vistosamente omaggio al cinema americano degli anni '40, di cui riproduce anche le atmosfere e l'articolazione dei tempi comici. Però il suo film va ben oltre il tributo nostalgico: bagna in quell'atmosfera metafisica che è il marchio di fabbrica del talentoso regista, alterna iperrealismo e surrealismo (vedi, all'inizio, l'apparizione quasi magica della pianola, un po' come la pioggia di rane alla fine di \"Magnolia\"), è buffo e spiazzante, incongruo e pieno di sorprese; coniuga genialmente il ritmo del montaggio con quello di una partitura musicale - in prevalenza percussioni - fatta di pezzi brevi. Un film dannatamente pieno di stile, insomma; e insieme divertente, il che non guasta affatto."); movie[11]=new Array ("", "Aspettando la felicità", "", "", "A. Sissako", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[12]=new Array ("", "Tandem", "", "", "Patrice Leconte", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[13]=new Array ("", "Piccoli affari sporchi", "", "", "Stephen Frears", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "");