home = "rassegna.htm"; // Home page address recFile = "recensioni"; // File di recensione in link thisYear= 2010; // Anno Corrente // Elenco dei film attualmente in programmazione // movie[x][0]= Ultimo giorno di programmazione espresso da y*372+m*31+d // movie[x][1]= Titolo del film // movie[x][2]= Nome regista // movie[x][3]= Cognome regista // movie[x][4]= Date di proiezione // movie[x,0]= Ultimo giorno di programmazione espresso da y*372+m*31+d // movie[x,1]= Titolo // movie[x,2]= Titolo Originale // movie[x,3]= Link // movie[x,4]= Regia // movie[x,5]= Cast // movie[x,6]= Genere // movie[x,7]= Origine // movie[x,8]= Sceneggiatura // movie[x,9]= Fotografia // movie[x,10]= Musica // movie[x,11]= Durata // movie[x,12]= Produzione // movie[x,13]= Distribuzione // movie[x,14]= Recensione 1 // movie[x,15]= Recensione 2 // movie[x,16]= Recensione 3 // movie[x,17]= Data di proiezione (Mese) // movie[x,18]= Data di proiezione (Giorni) MNTH // movie[0]= new Array (LDAY, "TITLE", "OTITLE", "LINK", "DIREC", "CAST", "GENRE", "ORIG", "SCENEGG", "FOTO", "MUSIC", "DUR", "PROD", "DISTR", "REC1", "REC2", "REC3", "MNTH", "DAYS"); movie = new Array(); movie[0]= new Array (0, "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", ""); movie[1]= new Array (747760, "LA BATTAGLIA DEI TRE REGNI", "Chi bi", "tt0425637", "John Woo", "Tony Leung Chiu Wai (Zhou Yu), Takeshi Kaneshiro (Zhuge Liang), Zhao Wei (Sun Shangxiang), Shido Nakamura (Gan Ning), Chang Chen (Sun Quan), Zhang Fengyi (Cao Cao)", "", "Cina 2008", "Chan Khan, Kuo Cheng, Sheng Heyu, John Woo", "Lu Yue", "", "125", "China Film Group Corporation, Lion Rock Productions, Avex Entertainment", "Eagle Pictures", "Cinema formato super. La battaglia dei Tre Regni, che John Woo ha tratto da un classico della letteratura cinese scritto nel XIV secolo da Luo Guanzhong, esalta il grande schermo. Una battaglia, mille emozioni: nella Cina del 208 dopo Cristo, l’impero centrale parte alla conquista di due regni ribelli che sfidano il suo potere.
Strateghi e guerrieri, primi ministri avidi e donne che lavorano nell’ombra, spie e umili servitori: è l’epica, bellezza!, e il cinema ne è da sempre il suo degno servitore. Soprattutto quando un regista come Woo sa dosare le sequenze di battaglia e il \"dietro le quinte\" nelle regge, dove si decidono i destini della storia. E così una fondamentale alleanza militare può venire suggellata quasi senza parole, soltanto grazie al virtuosistico duetto musicale tra un vicerè e un ambasciatore: un momento degno del miglior Kurosawa. È solo il prologo agli infiniti preparativi del grandioso scontro finale. Quando, sulle acque del fiume Yangtze, un esercito di poche migliaia di uomini osa sfidare un’imponente orda di oltre un milione di soldati. Temerari, proprio come Woo. E che la fortuna, ancora una volta, arrida agli audaci.", "Cinema formato super. La battaglia dei Tre Regni, che John Woo ha tratto da un classico della letteratura cinese scritto nel XIV secolo da Luo Guanzhong, esalta il grande schermo. Una battaglia, mille emozioni: nella Cina del 208 dopo Cristo, l’impero centrale parte alla conquista di due regni ribelli che sfidano il suo potere.
Strateghi e guerrieri, primi ministri avidi e donne che lavorano nell’ombra, spie e umili servitori: è l’epica, bellezza!, e il cinema ne è da sempre il suo degno servitore. Soprattutto quando un regista come Woo sa dosare le sequenze di battaglia e il “dietro le quinte” nelle regge, dove si decidono i destini della storia. E così una fondamentale alleanza militare può venire suggellata quasi senza parole, soltanto grazie al virtuosistico duetto musicale tra un vicerè e un ambasciatore: un momento degno del miglior Kurosawa. È solo il prologo agli infiniti preparativi del grandioso scontro finale. Quando, sulle acque del fiume Yangtze, un esercito di poche migliaia di uomini osa sfidare un’imponente orda di oltre un milione di soldati. Temerari, proprio come Woo. E che la fortuna, ancora una volta, arrida agli audaci.", "", "Gennaio", "08-09"); movie[2]= new Array (747767, "MOTEL WOODSTOOK", "Taking Woodstock", "tt1127896", "Ang Lee", "Demetri Martin (Elliot Tiber), Imelda Staunton (signora Tiber), Henry Goodman (signor Tiber), Emile Hirsch (Billy), Liev Schreiber (Vilma), Jeffrey Dean (Morgan), Paul Dano (VW Guy), Jonathan Groff (Michael Lang), Eugene Levy", "", "USA 2009", "James Schamus", "Eric Gautier", "", "110", "Focus Features", "Bim Distribuzione", "Niente Janis Joplin, Jimmy Hendrix o Joan Baez: il leggendario palco sul quale fra il 15 e il 18 agosto 1969 si avvicendarono le più grandi star del rock, in Motel Woodstock non si vede mai (e anche della loro musica se ne sente assai poca). Nell’affollato quadro della campagna di Bethel, NY - invasa per l’occasione da mezzo milione di ragazzi che amavano lo spinello e volevano fare l’amore e non la guerra - il camaleontico regista taiwanese Ang Lee sceglie invece di evidenziare la singola avventura esistenziale di Elliot Teichberg alias Tiber, al cui libro di memorie Taking Woodstock il film sceneggiato da James Schamus si ispira. Chi è costui? E’ l’uomo il quale (almeno a suo dire, altri protagonisti della vicenda ne ridimensionano il ruolo) rese possibile il mitico evento, garantendo ai promotori, il boccoluto Michael Lang in testa, l’ospitalità altrove negatagli. All’epoca Elliot aveva già 34 anni, ma sullo schermo il personaggio, ben incarnato dallo stand up comedian Demetri Martin, diventa un ragazzo devoto alla famiglia e timido, seppur dotato di sufficiente pragmatismo per intuire che il movimento di gente intorno al concerto potrà salvare dal tracollo i genitori, ebrei russi proprietari di un decrepito, scalcinato motel gravato da ipoteche. Con incredibile veridicità (tanto che sembra abbia utilizzato materiale di repertorio), Lee ricostruisce il paesaggio di quei giorni tumultuosi, dalla visione delle file interminabili di pellegrini hippies in marcia verso la meta al mare di fango creato dalle piogge torrenziali che diventa occasione ludica. Sullo sfondo di un’America da un lato approdata sulla luna e dall’altro impelagata nel Vietnam, la vibrazione libertaria dell’evento epocale scuote anche Elliot che, dopo un trip notturno a base di Lsd, scopre di rispecchiarsi in questo mondo giovanile in cerca di se stesso. Con mano lieve e umorismo dolce-amaro, Lee svolge il suo piccolo, emblematico romanzo di formazione evitando la chiave nostalgica e restituendo con intatta freschezza il clima di un momento irripetibile ed effimero. Quando brevemente ci si illuse che l’utopia potesse andare al potere senza dover passare per le forche caudine dell’ideologia e della violenza.", "Il bilancio di Taking Woodstock arriva all’ultimo minuto, dopo che per due ore Ang Lee si è come perso nel mare di folla e di utopie che hanno accompagnato la nascita di quel celebre concerto. È quando Elliott, il giovane che forse senza ben capire la portata delle proprie azioni ha permesso di organizzare «tre giorni di pace e di musica» sui prati di una tranquilla cittadina di provincia, si pone l’ inevitabile domanda: «E ora?». (…) Il film prende il via dal romanzo autobiografico di un aspirante pittore, Elliot Tiber (interpretato con convinzione da Demetri Martin), che si sente in dovere di abbandonare i suoi sogni di bohème (e di pulsioni omosessuali) per aiutare i vecchi genitori a conservare un motel scassato e coperto di ipoteche a White Lake, nei pressi di Bethel, una cittadina dello Stato di New York. Ad aiutarlo inaspettatamente arriva, nel luglio del 1969, la scoperta che a un festival di musica giovanile che doveva svolgersi nella contea di Orange erano stati revocati i permessi. Ed Elliot, proprietario di una licenza per un «festival estivo di arte e musica» decide di offrirla ai disperati organizzatori della Woodstock Ventures. Mettendo in moto una macchina che avrebbe attirato sui prati di un venale allevatore di mucche almeno 400 mila persone. Il film racconta tutto questo con una profusione di mezzi e un’adesione allo spirito hippie dell’impresa davvero encomiabile, omaggiando il documentario che Michael Waldeigh aveva montato su quell’evento (e uscito nel 1970: Woodstock - Tre giorni di pace, di amore e di musica) con un abbondante uso dello split screen, che divide l’inquadratura in diverse immagini. Ang Lee lascia ai margini del film il concerto vero e proprio per privilegiare l’impatto che le idee della controcultura ebbero sui vari protagonisti, a cominciare dal timido Elliot che in una scena memorabile si «libera» dell’incombente presenza dei propri genitori (genialmente interpretati da Henry Goodman e da Imelda Staunton) portando a esempio la libertà che la madre di Janis Joplin o il padre di Jimi Hendrix avrebbero concesso ai loro figli. Giocando così il film tutto sui contrasti tra le idee conservatrici degli adulti e lo spirito libertario dei giovani, concedendo «diritto di parola» ai precursori del travestitismo (come il marine in gonnella interpretato da Liev Schreiber) o ai paladini delle droghe e raccontando soprattutto la gloria un sogno destinato ben presto a perdersi tra compromessi e sconfitte.", "", "Gennaio", "15-16"); movie[3]= new Array (747775, "BASTA CHE FUNZIONI", "Whatever Works", "tt1178663", "Woody Allen", "Ed Begley jr (John), Patricia Clarkson (Marietta), Larry David (Boris Yellnikoff), Conleth Hill (Leo Brockman), Michael McKean (Joe), Evan Rachel Wood (Melodie), Henry Cavill (Randy James), John Gallagher Jr (Perry), Jessica Hecht (Melena)", "", "USA 2009", "Woody Allen", "Harris Savides", "", "92", "Gravier Productions, Wild Bunch", "Medusa Film", "Sorpresa numero 1: dopo un lungo girovagare fra generi e città, Woody Allen torna nella “sua” Manhattan per ritrovare tutto ciò che credevamo di sapere del suo cinema di una volta, senza sbagliare un colpo. Sorpresa n. 2: dopo tanti film in cui non appariva o si confinava in ruoli di fianco (Anything Else, Melinda e Melinda, Scoop, Vicky Cristina Barcellona...), Woody trova finalmente un alter ego in grado di riprendere il suo personaggio di newyorkese nevrotico senza far rimpiangere l’originale (con sfumature diverse, naturalmente).
Il prescelto si chiama Larry David e come lui è un comico ebreo nato a Brooklyn, anche se ha faticato a lungo per arrivare alla fama (prima con la sitcom Seinfeld, poi con uno show tutto suo: Curb Your Enthusiasm, da sette anni in onda su HBO). Fisicamente i due non si somigliano troppo. David è più alto di Allen, è pelato, ha dieci anni di meno. In Basta che funzioni trascina pure una gamba, ricordo di un tentato suicidio dall’esito ridicolo ma non fatale. Per il resto la parentela è evidente: egocentrico, brontolone, afflitto da pessimismo cosmico, con un che di vanaglorioso in più rispetto ai personaggi di Allen, il professor Boris Yellnikoff è un ex-docente di meccanica quantistica, ex-marito di una donna bella e ricca, insomma ex-tutto, che passa le giornate al bar a pontificare con gli amici o a insegnare scacchi ai bambini (insultandoli quando non sono all’altezza, cioè sempre).
Perché questo campione di misantropia, incapace di dare e provare piacere, debba imbattersi in una candida, ignorantissima, deliziosa ragazza in fuga da un paesino del profondo Sud (la mercuriale Evan Rachel Wood) è un mistero che solo il Caso più capriccioso potrebbe spiegare. Ma il Caso è da sempre il motore dei vorticosi capovolgimenti alleniani che mettono ogni personaggio di fronte al suo opposto e a una serie di prove che innescano cambiamenti imprevedibili.
L’ingenua Melody St. Ann Celestine (che nome!), a sua volta un “doppio” meno sessuato dei personaggi di Scarlett Johansson, fa infatti da apripista a una catena di mutamenti personali (e sessuali) che dopo il burbero Boris e i suoi pazienti amici coinvolgono la famiglia della ragazza, giunta a New York sulle tracce della fuggiasca. In un susseguirsi di colpi di scena tanto annunciati, in fondo, quanto godibili, proprio per la finezza con cui Allen intesse le sue variazioni sul tema, facendo leva sulla complicità dello spettatore (in apertura Boris si rivolge addirittura alla platea, come in un film di Sacha Guitry) ma finendo per iniettare in questi “tipi” così idealizzati qualcosa di noi e dei nostri umori più segreti.
Così si esce sollevati e sorridenti, pensando il solito Allen, e ci si ritrova a pensarci su, come se non avessimo mai visto niente di simile. A un autore così prolifico si può chiedere di più?", "È tornato Woody Allen, quello grande, quello di una volta. Basta che funzioni è un distillato perfetto del meglio dell’attore-regista. Ci sono tutti gli ingredienti suoi classici: un drappello di personaggi chiusi in ambiente socio-culturale circoscritto, una comunità di ebrei, un protagonista brontolone, cinico, micro megalomane, pieno di sé, discussioni infinite intorno a un tavolo, scorci della Grande Mela, una serie crescente di battute fulminanti e di dialoghi spiazzanti, un concentrato di umorismo yiddish, una sagace scorrettezza, una esasperata considerazione dell’abiezione dell’uomo medio, senza qualità.
Insomma il meglio di Woody Allen, come da tempo non si vedeva più (soprattutto dopo una serie di film alternati, divisi tra storie ambiziose e corali, come Match Point, e piccoli esercizi di stile come Vicky Cristina Barcellona)... Woody Allen dà sfogo al suo pensiero critico, puntando il suo dito indignato sulle stupidità del mondo, e non senza una buona dose di auto-ironia. L’unico problema, forse, è che questo mondo ridicolo che tanto egli addita, alla fine gli piace. La sua non è una critica dall’interno, radicale anche se ironica, ma un gigioneggiare geniale, galleggiando sui relitti lussuosi di quella modernità occidentale. Anzi, newyorchese.", "", "Gennaio", "22-23-24"); movie[4]= new Array (747781, "L’UOMO NERO", "L'uomo nero", "tt1451393", "Sergio Rubini", "Valeria Golino (Franca Rossetti), Margherita Buy (Anna), Riccardo Scamarcio (Zio Pinuccio), Sergio Rubini (Ernesto Rossetti), Anna Falchi (Valeria Giordano), Fabrizio Gifuni (Gabriele Rossetti), Maurizio Micheli (Avvocato Pezzetti)", "", "Italia 2009", "Carla Cavalluzzi, Domenico Starnone", "Fabio Cianchetti", "", "90", "Donatella Botti", "01 Distribution", "I treni, la pittura, la famiglia, la Puglia. Sergio Rubini ha messo in L’uomo nero, suo decimo film da regista, tutte le proprie ossessioni. Le ha frullate in un mix falsamente autobiografico («questa non è la vita che ho avuto, ma forse quella che avrei voluto», ha spiegato) e ha tirato fuori dal cilindro un film personale, sentito, bellissimo. Uno struggente omaggio al padre, capostazione e pittore dilettante, che quando si è rivisto sullo schermo- interpretato dal figlio, da Sergio medesimo - ha chiesto «e quello sarei io?». È raccontando cose «false» che si puó raggiungere la verità. In questo Sergio ha avuto un ottimo maestro: Federico Fellini, che lo scelse per interpretare se stesso in Intervista, uno degli autoritratti piú spudoratamente bugiardi che si siano mai visti al cinema... Nel film Rubini è Ernesto Rossetti, capostazione ossessionato da Cézanne. La sua storia si svolge nell’anno 1967 ed è raccontata in flash-back dal figlio Gabriele, che 40 anni dopo arriva al suo capezzale per abbracciarlo prima che muoia. Nei lontani anni ‘60, Ernesto vive con la moglie Franca (Valeria Golino) e il cognato Pinuccio (Riccardo Scamarcio). Una famiglia allargata e fracassona che potrebbe essere felice, se Ernesto non avesse il fuoco sacro dell’arte. I notabili del paese lo disprezzano e recensiscono in modo impietoso il suo tentativo di copiare un autoritratto (ma guarda un po’...) di Cézanne. Col tempo, peró, Gabriele scoprirà che il padre è riuscito a prendersi una strana rivincita... In filigrana, L’uomo nero è una riflessione sulla creatività popolare e «diffusa» e sul disprezzo che per essa hanno gli intellettuali. Ce n’è anche per noi critici, in un certo senso, e faremmo bene ad ascoltare con attenzione: Rubini vuole ricordarci che dietro ogni sforzo creativo ci sono amore e sudore (come diceva quel tale? Al 10% ispirazione, al 90% traspirazione) e che molti esperti faticherebbero a distinguere un Cézanne vero da uno finto. È il secondo livello di lettura, per un film che in primis è una commedia umana azzeccatissima, con ottimi attori, bella fotografia (Fabio Cianchetti), brillantissimo montaggio (Esmeralda Calabria). Stona un po’ solo la musica di Nicola Piovani, che ricorda veramente troppo La vita è bella.", "Sergio Rubini, con il suo cinema, ritorna volentieri in Puglia, dov’è nato. L’hanno dimostrato certi suoi film di successo quali Tutto l’amore che c’è, L’anima gemella e, soprattutto La terra. Lo dimostra anche il film di oggi, più scopertamente autobiografico dei precedenti, visto con gli occhi di un ragazzetto di una cittadina di provincia accudito da una mamma tenera ma spesso coinvolto nelle ire un po’ nevrotiche di un papà che, pur facendo di mestiere il capostazione, ai treni preferisce la pittura. A tal segno da volere un giorno organizzare con i suoi dipinti una mostra dedicata un po’ temerariamente a Degas di cui ha copiato l’autoritratto conservato nel museo di Bari. Naturalmente non ha successo, i due critici d’arte locali lo stroncano e continueranno così anche quando lui organizzerà alle loro spalle una beffa che dovrebbe farli ricredere. I punti di forza del film sono proprio, nel disegno vivace di quella passione per la pittura da cui il padre è affetto. Si tiene in equilibrio sagace fra la commedia ed il dramma, evocandovi attorno una famiglia e un coro di gente paesana affidati in più momenti a colori vividi, qua con accenti caricaturali, là con puntate nell’onirico, dato che il ragazzetto che guarda e ricordando ci racconta ha spesso, anche di giorno, incubi e visioni; a cominciare dall’Uomo Nero del titolo.
In altri momenti il testo, che Rubini ancora una volta si è scritto con i suoi fedeli Domenico Starnone e Carla Cavalluzzi, insiste un po’ in episodi marginali, proponendo figure di contorno che non favoriscono la linearità della storia di quel padre pittore dilettante. Nel suo insieme, comunque, il film può convincere perché ha tensioni, ritmi e atmosfere che, specie quando nelle sue cornici provinciali predomina il realismo, pretendono una plausibile attenzione. La facilitano gli interpreti. Non solo lo stesso Rubini che incide a tutto tondo quel suo personaggio passionale e fanatico, ma Valeria Golino, una moglie trepida dagli accenti misurati, e Riccardo Scamarcio un cognato nei panni abilmente ricostruiti di un pittoresco seduttore di paese, destinato però al grigiore.", "", "Gennaio", "29-30"); movie[5]= new Array (747788, "LA DOPPIA ORA", "La doppia ora", "tt1379222", "Giuseppe Capotondi", "Kseniya Rappoport (Sonia), Filippo Timi (Guido), Giorgio Colangeli (prete anziano), Antonia Truppo (Margherita), Giampiero Judica (uomo speed date), Gaetano Bruno (Riccardo), Fausto Russo Alesi (Bruno), Chiara Nicola (ragazza suicida), Michele Di Mauro (Dante), Lorenzo Gioielli (Vice direttore albergo), Stefano Saccotelli (cliente speed date), Lidia Vitale (Rossa speed date), Roberto Accornero (uomo speed date), Lucia Poli (Marisa)", "", "Italia 2009", "Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi, Stefano Sardo", "", "", "95", "Indigo Film, Film Commission Torino-Piemonte, Medusa Film", "Medusa", "Due cuori solitari si incontrano. Lui era un poliziotto, lei viene dall’Est e fa la cameriera. A lui è affidata una villa contenente molti oggetti d’arte. Lei lo va a trovare. Poi c’è una rapina, una sparatoria, un’indagine, forse una morte. E una vicenda che si dipana tra colpi di scena duri ma ovattati. La vicenda gialla è sullo sfondo, i protagonisti restano i due solitari che si erano conosciuti in un’agenzia di speed dating. A Venezia, dove era in concorso, l’opera prima di Giuseppe Capotondi (al suo attivo in precedenza clip e pubblicità) è piaciuta molto. Tant’è vero che Ksenia Rappoport ha portato a casa la Coppa Volpi come migliore attrice, sovvertendo le previsioni della vigilia. Si tratta di un film sorprendente, strano, mai banale, mai scontato. Un film dove la suspense è soprattutto una suspense dell’anima, i colpi di scena ci sono ma sono sempre coniugati con le conseguenze che porteranno nelle vite e negli affetti dei due protagonisti. Compreso lo strano rumore che ogni tanto la protagonista avverte (ma solo lei) nella prima parte del film. Cinismo e amore, legati in modo quasi indissolubile. Alla fine gli elementi gialli tornano tutti, quelli affettivi un po’ meno. Per proporre un’opera prima così insolita e graffiante ci voleva la coppia Nicola Giuliano & Francesca Cima, i due che hanno arricchito il cinema italiano con il talento di Sorrentino e la suspense di La ragazza del lago. Per interpretare i due protagonisti era indispensabile il talento di Filippo Timi e di Ksenia Rappoport, bravissimi ed efficaci. Per legare insieme giallo e amore, sogno e realtà ci voleva una mano sicura anche se di esordiente. Gli elementi si combinano bene, il film è riuscito. Ma soprattutto è riuscita l’operazione più difficile: fare un film di dimensioni e ambizioni internazionali mantenendo salda l’identità italiana. Ed è riuscito anche l’inserimento in concorso a Venezia di un’opera prima che non è stata mandata al massacro. Era da tempo che questo non accadeva.", "Dopo la gratificante ammissione al concorso veneziano il debuttante Giuseppe Capotondi si sottopone al verdetto del pubblico. Nutrito di buone lezioni, più polanskiane che hitchcockiane, il thriller di ambientazione torinese si radica credibilmente nell’ avarizia sentimentale che affligge un esercito di solitudini, entrando a razzo nel fortuito (fortuito?) incontro tra Guido ex poliziotto ora guardia privata e Sonia cameriera di hotel nativa di Lubiana. L’incontro avviene a uno “speed date”, in un locale dove si va a cercare l’anima gemella ma che Guido frequenta assiduamente per svoltare una notte e via. Il segno dell’ambiguità (chi è davvero cattivo?) domina gli sviluppi e il susseguirsi di colpi di scena. Ben congegnato, e non era facile. Con il difetto - forse da esordiente - del preoccuparsi troppo di avvertire: faccio un film “di genere” ma sono anch’io un “autore”.", "", "Febbraio", "05-06"); movie[6]= new Array (747795, "IL MIO AMICO ERIC", "Looking for Eric", "tt1242545", "Ken Loach", "Éric Cantona (Eric Cantona), Steve Evets (Eric Bishop), John Henshaw (Meatballs), Stephanie Bishop (Lily), Lucy-Jo Hudson (Sam)", "", "Belgio, Francia, Gran Bretagna, Italia 2009", "Paul Laverty", "George Fenton", "", "116", "BIM Film, Canto Bros., Les Films du Fleuve, Sixteen Films, Why Not Productions", "BIM Distribuzione", "Chi, col senno della vigilia, vedeva nel concorso di quest’ anno un ritorno al “cinéma de papa”, fitto di nomi celebri ma povero di sorprese, può ricredersi. Come altri suoi colleghi della vecchia guardia (fra tutti Resnais, che si vedrà domani), Ken Loach sa rinnovarsi e cambiare, pur restando fedele a se stesso. In Looking for Eric, il suo undicesimo film a Cannes, celebra il matrimonio inedito tra la commedia proletaria e il repertorio di Frank Capra, formando una coppia irresitibile: Eric Cantona, star indimenticata del Manchester United, e Eric il postino, cinquantenne depresso in ambasce sentimentali e alle prese con un criminale che gli plagia il figlioccio. Non sapendo a che santo votarsi, il secondo si rivolge al poster del suo omonimo, san Cantona. Ed ecco che il calciatore francese gli si materializza davanti, per fargli da coach nel ritorno alla felicità. Divertente dall’inizio alla fine, con una virata drammatica verso la metà per evitare l’inflazione di ottimismo, il film è una miniera d’inventiva declinata in forma semplice e diretta, come sa fare chi ama il suo pubblico. Comicissimi i pomposi aforismi di Cantona, inventati dallo sceneggiatore Paul Laverty nello stile di quelli pronunciati dal campione (che si diverte a prendersi in giro) durante la sua carriera. Impagabile il gruppo degli amici del postino, che fanno squadra con lui per proteggerlo dal teppista, interpretati da un gruppo di “secondi ruoli” uno più simpatico dell’altro. E originale l’approccio col tifo calcistico di Loach, da sempre innamorato del pallone. A giudicare dagli ultimi film inglesi, supporter sembrava il sinonimo di hooligan. Invece Ken ci mostra il lato “di sinistra” della tifoseria: quello di chi non vuole dare i soldi ai canali di Murdoch ma vive il calcio come un’esperienza di amicizia e solidarietà.", "Un personaggio sull’orlo del baratro incontra come per magia un “angelo custode” e risale miracolosamente la china. Anzi scopre di avere sotto mano tutto ciò che serve a trasformare un’esistenza disastrata in un sogno.
Già sentito? Certo, è il soggetto de La vita è meravigliosa di Frank Capra, de La Rosa purpurea del Cairo di Woody Allen e di molti altri titoli dedicati a un sogno antico quanto l’umanità. Ma se le idee sono sempre le stesse, i film, per fortuna, sono sempre diversi e Il mio amico Eric di Ken Loach restituisce a questo soggetto semplice e universale tutta la forza e l’ottimismo così rari nel cinema d’oggi grazie a una trovata altrettanto geniale. Il salvatore non è un “vero” angelo (come in Capra) né un’icona dello schermo (come in Woody Allen), bensì un calciatore.
Un calciatore vero, che ha il volto, la voce, il carisma e l’autoironia di Eric Cantona, mitico centravanti francese in forza al Manchester negli anni Novanta, 1 metro e 88 di caratteraccio e di goal leggendari che riempiono lo schermo e il subconscio di un postino che porta il suo stesso nome: Eric Bishop (Steve Evets), un tipetto sui 50 sbatacchiato dalla vita, dai figliastri adolescenti e da una prima moglie mai dimenticata. Vuoi vedere che quel gigante barbuto dall’accento francese, uscito come per magia da un vecchio manifesto, riporterà in pista il piccolo Eric facendogli da coach fisico e morale?
Naturalmente, trattandosi di un film di Ken Loach, non ci sono trucchetti metafisici o ironie sottintese. Anche se sullo schermo c’è il vero Cantona, un monumento di simpatia con un tempismo da goleador per la parola giusta al momento giusto, è chiaro che il piccolo Eric scopre dentro di sé le risorse e i consigli di cui ha bisogno. Ma il fido Paul Laverty, sceneggiatore dei Loach migliori, trova in quel francese abbonato alle squalifiche un formidabile catalizzatore di solidarietà sociale e riscossa individuale. Anche perché non c’è l’una senza l’altra e a spalleggiare il piccolo Eric, fatte salve le faccende più intime, saranno i colleghi, gli amici, i tifosi (“Devi sempre fidarti dei tuoi compagni di squadra, se no è finita”). Insomma un concentrato di energia e ottimismo che per giunta traduce in termini immediati e popolari questioni complesse come il rapporto col nostro passato e l’influenza profonda, sui singoli, delle cosiddette icone di massa. Forza Manchester, forza Loach.", "", "Febbraio", "12-13"); movie[7]= new Array (747802, "500 GIORNI INSIEME", "(500) Days of Summer", "tt1022603", "Marc Webb", "Zooey Deschanel (Summer), Joseph Gordon-Levitt (Tom), Chloe Moretz (Rachel), Matthew Gray Gubler (Paul)", "", "USA 2009", "Scott Neustadter, Michael H. Weber", "Eric Steelberg", "Rob Simonsen, Mychael Danna", "95", "Fox Searchlight Pictures", "20th Century Fox", "Se il critico fosse giovane adorerebbe il film. Non essendolo, lo adora lo stesso. Ecco le credenziali di 500 giorni insieme, scoperto al festival di Sundance e applauditissimo a quello di Locarno, che ricrea la chimica della commedia sentimentale Usa con un magico tocco di romanticismo smaliziato, autoironia maschile e simbolismo pop. Titolare del piccolo miracolo è l’esordiente Marc Webb, ex videomaker di successo che utilizza i trucchi del mestiere con una grazia, un’intelligenza e una sensibilità del tutto (ri)adeguate alla materia: presi due protagonisti più buffi che belli, animati gli sfondi di un’insolita Los Angeles e ribaltati i canonici comportamenti di coppia, il film s’inventa un montaggio nervoso e frammentario per ricostruire la non-love story in flashback con il surplus di una colonna sonora strepitosa che va dagli Smiths a Patrick Swayze, da Wolfmother a Simon & Garfunkel e persino a Carlà (Bruni). In pratica il punto di vista - cadenzato sul capriccioso andirivieni del «contagiorni» sovrastante le inquadrature/cartoline - è quello di Tom (l’attonito Joseph Gordon-Levitt), vanamente intento a cercare le ragioni della fine di un amore in tutti i risvolti belli o brutti, decisivi o marginali, rivelatori o illusori del magnifico e insieme penoso stillicidio che ha vissuto. Ma Webb e i suoi sceneggiatori riescono a tratteggiare con eguale freschezza il personaggio della ragazza Sole (Zooey Deschanel) anch’essa destinata a fare ridere e commuovere plotoni di spettatori di ogni età. Già i titoli di testa sono da antologia, con i due rievocati come nei filmini di famiglia: bambini ancora attaccati al guscio familiare, monadi estranee che un giorno misteriosamente s’incontreranno dando vita, prima d’amarsi e di lasciarsi, a una nuova e inscindibile umana identità. Non c’è, del resto, una nota sbagliata nella delicata disarmonia con la quale il film gioca sulle citazioni: dalla passione per la musica alla pittura di Magritte; dagli amici sbroccati alla sorellina sapiente; dai cult-movies trasfigurati (Truffaut e Il laureato, Bergman e Guerre stellari) al marchio Ikea, che trascende la banalità dell’eventuale sponsorizzazione elevandosi - grazie anche a una sequenza deliziosa - a sigla dei vuoti e dei pieni esistenziali disposti dalla contemporaneità. Uno dei segnali della riuscita del film sta del resto nella corrispondenza, solo in apparenza svagata, tra gli stati d’animo e «la realtà»: di volta in volta contraddetta dallo schermo diviso in due, irrisa dalla solenne voce narrante fuori campo o spalmata come col pennello sull’architettura di downtown, dove la megalopoli si trasforma in euforico palcoscenico da musical.", "Ottima musica, attori di livello, storia ammiccante, sentimenti. Ricetta troppo facile? Lo è anche la pasta al pomodoro, eppure il mondo ne va pazzo. Non bisogna sentirsi in colpa se vi piacciono le commedie americane, anche se una certa critica e qualche pregiudizio fa sempre pensare che quella risata, quella lacrimuccia, quello sguardo d’intesa con lo spettatore accanto, magari sconosciuto, siano riflessi condizionati di una furbizia atavica a stelle e strisce. Spesso, rassegnatevi, parliamo semplicemente di un film ben fatto.
Marc Webb, neanche trent’anni, ha scavato nella sua maleducazione sentimentale e vi ha trovato il golem dolce e irresistibile che tutti teniamo nascosto nel nostro passato. Quell’eterea, fascinosa, sfuggente regina di cuori che ci ha fatto impazzire solo perché ci amava, ma non abbastanza. A cui abbiamo dato ogni colpa, solo perché non ci ha mai preso in giro, solo perché onestamente non ci ha seguiti nelle nostre follie d’amore. Colpevole solo del troppo affetto che le avevamo gettato addosso, insieme al nostro corpo, e soprattutto di una perfezione idealizzata lontana dai suoi neanche troppo adorabili difetti. Niente di nuovo, se non fosse che il tutto è avvolto da una colonna sonora e citazioni da infarto, da una sceneggiatura solida e da un ottimo Joseph Gordon Levitt, mai così simpatico e femminile.", "", "Febbraio", "19-20"); movie[8]= new Array (747809, "10 INVERNI", "Dieci inverni", "tt1364481", "Valerio Mieli", "Isabella Ragonese (Camilla), Michele Riondino (Silvestro), Glen Blackhall (Simone), Sergei Zhigunov (Fjodor), Liuba Zaizeva (Liuba), Sergei Nikonenko (prof. Korsakov), Alice Torriani (Clara), Luis Molteni, Vinicio Capossela", "", "Italia 2009", "Valerio Mieli", "Marco Onorato", "Francesco de Luca, Alessandro Forti", "99", "CSC Production, coprodotto da: Rai Cinema, United Film Company Ltd.", "Bolero", "Un pensierino da cioccolatini un poco più radical chic, che si è diffuso ovunque, in bar, in taxi, in ascensore, nelle vite in dirette e nei posti al sole, consiglia a chi ama di «prendersi il suo tempo». Camilla e Silvestro, due ragazzi normali che s’ incrociano, metti una sera in vaporetto, nelle nebbie veneziane, ci metteranno dieci anni e dieci inverni per capire come, quanto e perché si vogliono bene. Dieci inverni, il toccante e non retorico film di Valerio Mieli, nato come saggio del Centro Sperimentale poi diventato una coproduzione con l’amico Putin grazie anche alla Rai, sono scene di pre-matrimonio raccolte in dieci inverni dal 1999 al 2009 in cui i due raccolgono molti dubbi entrando nella ambivalenza dei sentimenti ben nota a Truffaut e Rohmer. Il giovane regista di talento che sa ben raccontare il mosaico delle confusioni affettive e degli ingorghi sentimentali, dice che vuol parlare di quell’affetto che non è né amore, né amicizia: la trafila di sì e no, di arrivi e partenze, rancori e rimorsi. Amici e/o nemici, Camilla va a Mosca per studiare il russo, s’innamora edipicamente di un signore più anziano mentre Silvestro tenta il viaggio romantico che diventa turistico. Insomma non si decidono. E tutto ciò è molto vero non artefatto, l’autore affida il suo messaggio nella bottiglia a pause, intermittenze del cuore, né con te né senza di te, evitando proclami, lasciandosi dietro l’ira di qualche scenata (affettiva e pure gastronomica) e molta di quella malinconia che si addice alle partenze invernali dei vaporini in Laguna. Dire che è un poco cecoviano sembra ovvio dato che lei va a Mosca: entrambi rispondono dei loro stop and go e del tempo che passa liberandosi da troppo alte responsabilità. Due giovani attori si prenotano un futuro per simpatia, intensità e verità psico somatica, senza peccare del reato artistico di giovanilismo coatto. Sono Isabella Ragonese (la telefonista di Tutta la vita davanti) e Michele Riondino (ragazzaccio di Il passato è una terra straniera), capacissimi di esprimere il mix odio-amore, perché il precariato del lavoro passa nei rapporti. Il film, anche se ogni tanto con qualche peccato veniale di carineria, ci vendica delle molestie dei film teenager monumenti di falsità modaiola. Questa, fra nebbie e nevi, è una mini love story continuamente interrotta, che diventa grande se lo spettatore ci soffia dentro qualcosa di suo e termina con un inizio e senza promettere nulla per sempre, mentre Capossela esegue dal vivo due suoi pezzi. Uscita di Natale provvista anche di libro: speriamo che se la cavi.", "Dieci inverni, opera prima del giovane regista Valerio Mieli, diplomatosi in regia al centro sperimentale di cinematografia pochi anni fa (qualcuno dunque ne esce), ha il coraggio di costruire una commedia sentimentale credibile intorno a un «luogo» dell’amore dai margini non ben definiti. Quel che accade quando la persona giusta è là sotto i nostri occhi, eppure non ce ne accorgiamo (o non vogliamo farlo), vuoi perché la si scambia per un’amicizia (il più delle volte), vuoi perché non si vuole ammettere un sentimento che si preferirebbe nascondere. Isabella Ragonese e Michele Riondino impersonano molto bene questo stato d’animo in una storia invernale vissuta nel corso di dieci anni tra Venezia e Mosca. Camilla e Silvestro si scontrano per caso in una fredda mattina del 1999 su di un vaporetto in quel di Venezia. Da quel momento, e con profonde ellissi temporali tipiche del melodramma, seguiremmo questa «non storia» d’amore per dieci anni, slittando con loro nei vari meandri di un sentimento incompreso. Valerio Mieli dimostra un a certa padronanza, mettendosi al servizio di un genere, la commedia sentimentale, non proprio facile da gestire eppure solidamente reiterato. È un «incipit» incoraggiante, portato sotto la stella di un racconto di Natalia Ginzburg (I rapporti umani) che perfettamente inquadra questa condizione di cecità: «Un giorno incontriamo la persona giusta. Restiamo indifferenti, perché non l’abbiamo riconosciuta… Di tanto in tanto, distratti, ci chiediamo se non stiamo forse passeggiando con la persona giusta: ma crediamo piuttosto di no».", "", "Febbraio", "26-27"); movie[9]= new Array (747819, "WELCOME", "Welcome", "tt1314280", "Philippe Lioret", "Vincent Lindon (Simon), Firat Ayverdi (Bilal), Audrey Dana (Marion), Derya Ayverdi (Mina), Thierry Godard (Bruno), Selim Akgül (Zoran), Firat Celik (Koban), Murat Subasi (Mirko), Olivier Rabourdin (tenente di polizia), Yannick Renier (Alain), Mouafaq Rushdie (padre di Mina), Behi Djanati Ataï (madre di Mina)", "", "Francia 2009", "Philippe Lioret, Emmanuel Courcol, Olivier Adam", "", "Nicola Piovani, Wojciech Kilar, Armand Amar", "115", "Nord Ouest Production", "Teodora Film", "“Welcome”, benvenuto, è la parola che Simon legge sullo zerbino del suo vicino di casa, subito dopo che quello stesso coinquilino lo ha minacciato perché ospita un immigrato curdo e gli ha sbattuto la porta in faccia prima di chiamare la polizia. Usato sarcasticamente per antifrasi, “Welcome” è stato scelto come titolo per il film che Philippe Lioret ha tratto da un fatto di cronaca e che racconta il respingente «benvenuto» che Francia e Gran Bretagna danno agli immigrati che fuggono dai loro martoriati Paesi. Ma in questo modo rischia di confondere lo spettatore superficiale e accentuare una lettura «sociale» e «politica» del film mentre la sua vera forza sta soprattutto da tutt’altra parte, da quella di un uomo che di fronte all’odissea di un diciassettenne curdo scopre dentro di sé un’umanità e una moralità che fino ad allora aveva come cancellato. A far scattare questa metamorfosi è Bilal (Firat Ayverdi), fuggito da Mossul per raggiungere la ragazza che ama, Mina, già a Londra con la famiglia. Tre mesi di un viaggio a piedi che si ferma a Calais, quando il traguardo sembra a portata di mano ma diventa irraggiungibile per la severità e la durezza dei controlli polizieschi. È allora, dopo aver sperimentato l’impossibilità di passare la Manica da clandestino su un camion o una nave, che Bilal pensa alla traversata a nuoto. E per imparare il crawl - lui, approssimativo nuotatore a rana - finisce nella piscina dove insegna Simon, uno straordinario Vincent Lindon. La testardaggine e l’impegno del ragazzo, l’intuizione del suo folle piano, ma anche la voglia di far colpo sull’ex moglie, volontaria che ogni sera distribuisce pasti caldi ai clandestini, spingono Simon ad aiutare il ragazzo. Come può: rifocillandolo e invitandolo a dormire a casa (attirandosi così le reprimende della polizia e scatenando il razzismo del vicino) o cercando di spiegargli l’impossibilità di realizzare la sua idea. Ma soprattutto scoprendo dentro di sé un sentimento che si avvicina sempre di più all’amore filiale e che lo spinge, come fanno spesso i padri, a dimenticare rischi e pericoli (e le minacce sempre più concrete della polizia) per aiutare come può Bilal. Anche se ispirato a un libro-inchiesta di Olivier Adam sul sottobosco di racket, persecuzioni, rabbie, volontariato e azioni giudiziarie che hanno trasformato il volto di Calais («è la nostra frontiera messicana» ha detto il regista), il film finisce per lasciare più spazio al rapporto «privato» tra l’uomo e il ragazzo (e tra l’uomo e la sua ex moglie) che alla semplice descrizione dei meccanismi polizieschi o legali che si abbattono sui disperati in cerca di attraversare la Manica. Una scelta che si rivela vincente, perché in questo modo il film evita la facile predica moralistica sull’inospitalità dei Paesi ricchi e chiede per prima cosa allo spettatore di appassionarsi ai percorsi umani di due individui soli di fronte al loro bisogno d’amore: Bilal alla disperata ricerca di un mezzo per raggiungere la ragazza che lo ama (e che il padre vuole sposare a un ricco cugino), Simon alla scoperta di un’umanità che forse non pensava di aver mai avuto («lui ha attraversato l’Europa per inseguire l’amore e io non ho saputo nemmeno attraversare una strada per fermare mia moglie che se ne andava»). Calais, il razzismo delle persone, l’insensibilità delle istituzioni, la durezza della repressione, l’inumanità della legge diventano così la cassa di risonanza dentro cui prende forza e si spiega il dramma privato. Una tela di fondo che Lioret filma in un CinemaScope freddo e incombente (firmato da Laurent Daillaud), che finisce per schiacciare ancora di più i personaggi dentro una natura sempre più inospitale, fatta a volte di acqua e di sabbia e a volte di moli e di case. Dove lo spazio incombe come il rumore (grazie anche a una colonna sonora di grande suggestione, dovuta a Philippe Mertens) e dove l’abbandono può diventare ostilità e freddezza oppure riscoperta dei valori più veri e profondi dell’ umanità. Che il film di Lioret sa raccontare con passione e partecipazione, senza dimenticare le responsabilità politiche (la breve immagine televisiva di Sarkozy con le sue «rivendicazioni», quella grigia e per niente patriottica della bandiera inglese sulla motovedetta che dà la caccia a Bilal) ma anche senza nascondere che un futuro migliore può nascere solo dalla presa di responsabilità dei singoli.", "", "", "Marzo", "05-06"); movie[10]= new Array (747826, "SEGRETI DI FAMIGLIA", "Tetro", "tt0964185", "Francis Ford Coppola", "Vincent Gallo (Tetro), Maribel Verdú (Mirando), Alden Ehrenreich (benne), Klaus Maria Brandauer (Carlo), Carmen Maura (Alone), Rodrigo De La Serna (Jose), Mike Amigorena (Abelardo), Sofía Castiglione (Maria Luis), Francesca De Sapio (Amalia), Erica Rivas (Leticia Brédice)", "Drammatico", "", "Francis Ford Coppola", "Mihai Malaimare Jr.", "Osvaldo Golijov", "127", "Francis Ford Coppola, American Zoetrope, BIM Distribuzione, Magik Media Entertainment, Tornasol Films", "BIM Distribuzione", "L’American Zoetrope doveva essere un falansterio per artisti. Una società lontana da Hollywood (l’aveva fondata a San Francisco) dove registi e attori avrebbero creato in totale indipendenza dal Mercato. Fu un disastro. Dopo mille morti e mille resurrezioni, Francis Coppola oggi è miliardario grazie al vino e agli alberghi. Il cinema è solo l’hobby di un 70enne che fuma gli havana più costosi in circolazione e si presenta alla prima mondiale del suo nuovo film Tetro in camiciola arancione a maniche corte. Il festival di Cannes l’ha sfidato: non ha preso Tetro in concorso, gli ha offerto il galà fuori competizione, pensando che Coppola sia uno che si compra con uno smoking in affitto e 20 gradini con la passerella rossa. Lui li ha mandati al diavolo: «Questo film è troppo personale per usarlo come scusa per una festa in abito da sera. O lo mettevano in concorso, o niente. Poi la Quinzaine mi ha offerto l’apertura e ho pensato che questo era il posto giusto per un simile film».
(…) Tetro racconta la storia della famiglia Tetrocini: un patriarca direttore d’orchestra con un fratello, anch’egli musicista, suo feroce rivale; due figli (di madri diverse) che si ritrovano dopo anni in quel di Buenos Aires. Angelo, il maggiore, è stato in manicomio e ha tagliato i ponti con la famiglia. Benny, il minore, lo rintraccia perché vorrebbe capire alcuni misteri sul proprio passato. È un melodramma familiare a forti tinte, che Coppola - con un’audacia stilistica degna di un esordiente, altro che 70 anni! - ha girato in bianco e nero nel quartiere più colorato del mondo, la Boca di Buenos Aires. Il fattore-creatività (papà e zio musicisti, Angelo scrittore fallito...) è dichiaratamente autobiografico, perché le generazioni di Coppola artisti sono ormai tre contando anche i figli di Francis, Roman e Sophia. «Quando ricevetti la proposta di dirigere Il Padrino non avevo mai conosciuto un gangster. Ma per raccontare la famiglia Corleone avevo un modello: la famiglia Coppola! Sempre italo-americani, no? Anche in questo film ho raccontato le dinamiche familiari che ho visto in azione fra mio padre e mio zio, e poi fra mio padre e me. Qui, rispetto a Il Padrino, ci sono un po’ di sparatorie, e tutto è spostato in Argentina, che è comunque un paese impregnato di cultura italiana. L’atmosfera è simile. E se mi chiedete quanto di autobiografico c’è nel film, vi rispondo come Orson Welles in F come falso: nulla di quel che vedete è accaduto, ma tutto è vero».
La proiezione di Tetro è stata accolta da grandi applausi. Coppola è risorto per l’ennesima volta. Forse non sarà un capolavoro, ma è uno dei film più personali di una carriera inimitabile. Quando uscirà (distribuisce la Bim) avvicinatevi con deferenza.", "Dopo il deludente Youth without Youth, torna regista-Padrino, ci illumina con un fascinoso bianco e nero stile Nouvelle Vague, e si (ri)trova fresco, ottimista e vitale come nel saggio di diploma di un grande talento. Utilizzando all’inverso il colore - saturo - per i flashback, Coppola e il suo notevole direttore della fotografia Mihai Malaimare ci regalano uno straordinario crash automobilistico, che evoca potenzialità, se solo Francis volesse, da mago dell’action-movie, alla faccia dei registi ipervitaminizzati della “New Hollywood” contemporanea. Poi c’è la storia, in cui complessi edipici e riflessi autobiografici la fanno da padrone, con un figlio artista (Vincent Gallo, bravo) costretto ad andarsene perché il padre (Klaus Maria Brandauer), egocentrico direttore d’orchestra, decide che in famiglia c’è spazio per un solo genio. Girato nella Boca di Buenos Aires, nel cast Maribel Verdù e l’esordiente Alden Ehrenreich, un melodramma totalizzante, famelico (da Godard e WelIes fino a Powell e Pressburger), colto e indipendente. Baciamo le mani.", "", "Marzo", "12-13"); movie[11]= new Array (747833, "LEBANON", "Lebanon", "tt1483831", "Samuel Maoz", "Yoav Donat (Shmulik), Itay Tiran (Assi), Oshri Cohen (Hertzel), Michael Moshonov (Yigal), Zohar Strauss (Jamil), Dudu Tasa (ostaggio siriano), Ashraf Berhom (membro della falange), Reymonde Amsellem (madre libanese)", "", "Israele 2009", "Samuel Maoz", "Giora Beach", "Nicolas Becker", "92", "Israeli Film Fund, Paralite", "Bim Distribuzione", "Vincitore dell’ultima Mostra di Venezia, Lebanon di Maoz Shmulik è la definitiva dimostrazione che il cinema israeliano si sta affermando come uno dei migliori del mondo: forse il migliore in assoluto di questi anni. È un film implacabile, duro e calcolato al millimetro, ma anche pieno di verità: non ti illustra una tesi, preferisce buttarti in faccia le evidenze. Durante la prima guerra del Libano, nell’estate del 1982, un plotone di paracadutisti e un carro armato devono perlustrare una città bombardata. Tutti sui vent’anni, i carristi sono Assi, il comandante; Shmuel, l’artigliere; Ygal, il conducente; Herzl, che carica le armi. Nessuno di loro è un guerriero, la disciplina non si può dire ferrea. Quando gli israeliani perdono il controllo della situazione e sono circondati dalle milizia siriane, i carristi si ritrovano in uno spaventoso isolamento. Se il “film di carro armato” è un filone del warmovie (Belva di guerra), mai si era visto utilizzo più impressionante della claustrofobia che lo contraddistingue. Con il rumore della ferraglia nelle orecchie, l’eco delle detonazioni più lontano, lo spettatore si sente intrappolato nell’angusto spazio interno del corazzato, condivide l’ottica dei soldati, che è (ecco il segreto stilistico del film) un’ottica monca, limitata a una sola porzione dello spazio circostante, ma che pure permette di vedere le vittime del carro armato osservare loro quattro, i carnefici. Senza mai barare, il film gioca serrato con i nervi del pubblico, al quale è facile identificarsi con quattro giovani dalle belle facce precipitati nell’orrore. Storia di perdite dell’innocenza (di alcuni giovani, di una nazione...), Lebanon è un’ opera senza sconti, che non ti lascia per molte ore dopo la visione.", "Ci voleva un leone d’oro per segnalare a dovere l’onda montante del cinema israeliano. Sottolineando le linee guida del lavoro di una nuova generazione di registi, fra cui la guerra occupa un posto di riguardo. Ambientato tutto all’interno di un carroarmato salvo due fulminanti inquadrature, Lebanon di Samuel Maoz è quasi la prosecuzione con altri mezzi di Valzer con Bashir, il capolavoro di Ari Folman che ha cambiato la storia del cinema di guerra e d’animazione. Anche qui siamo in Libano nel maledetto 1982, anche Maoz attinge a terribili ricordi personali che è riuscito ad affrontare solo vent’anni più tardi. Al posto di Sabra e Chatila però c’è una “banale” missione di guerra. Mentre al filtro dei disegni animati corrisponde la scelta stilistica di non uscire mai dal blindato (dice un motto all’interno del mezzo: “L’uomo è d’acciaio, il carrarmato solo ferraglia”). Anche l’esterno viene dunque visto solo attraverso l’occhio gelido del mirino, implacabilmente lontano ma anche orribilmente vicino all’inferno là fuori.
Si pensa ai film di sommergibili di una volta, ma è un attimo. E se uscendo dalla sala è facile razionalizzare, perché in fondo ogni film bellico parla di orrori senza nome, di conflitti di potere, di crimini di guerra, Lebanon riesce a fondere con grande forza due piste. Quella “umana”, accentuata dalla claustrofobia di fondo (il soldato che si ribella, il comandante che usa le proibitissime bombe al fosforo, il falangista cristiano che entra nell’abitacolo e descrive al prigioniero siriano, in arabo, le torture che lo aspettano il giorno dopo, etc.). E quella più propriamente di guerra, con nefandezze ai danni dei civili che gettano una luce sempre più sinistra sul groviglio della guerra israelo-libanese.
Anche se poi la scena più toccante del film è quella in cui un carrista rievoca un episodio della sua infanzia mescolando sesso e morte, l’eccitazione della prima volta e il giorno in cui perse suo padre. E lo fa usando solo parole.", "", "Marzo", "19-20"); movie[12]= new Array (747840, "SOUL KITCHEN", "Soul kitchen", "tt1244668", "Fatih Akin", "Adam Bousdoukos (Zinos Kazantsakis, il proprietario del Soul Kitchen), Moritz Bleibtreu (fratello di Zinos), Birol Ünel (lo chef Shayn Weiss), Lucas Gregorowicz (il cameriere Lutz), Dorka Gryllus (la fisioterapista Anna Mondstein)", "", "Germania 2009", "Fatih Akin", "Rainer Klausmann", "", "99", "Corazón International", "BIM Distribuzione", "(…) bello è, Soul Kitchen, e bello dovrebbe rimanere. Soprattutto perché non è un film di battute, ma è costruito su una prodigiosa sceneggiatura ad orologeria dove ogni dettaglio è buffo e indispensabile. Turco di Amburgo, classe 1973, Fatih Akin è un bravo regista, ma soprattutto è uno dei migliori sceneggiatori del mondo. L’aveva dimostrato con La sposa turca (Orso d’oro a Berlino) e Ai confini del paradiso. Lo conferma con Soul Kitchen, la prova più ardua: perché scrivere bene una commedia è arte sopraffina, nella quale persino i massimi maestri spesso falliscono. Va subito detto che il merito di Soul Kitchen va ripartito al 50% con Adam Bousdoukos, co-sceneggiatore e attore protagonista: greco di Amburgo, classe 1974, è lui a dare il film il sapore etnico, e usiamo la parola «sapore» perché la cucina e la ristorazione giocano un ruolo decisivo.
Per inciso: ci sembra stupendo che un turco e un greco facciano comunella in Germania per regalarci un film così bello: ad Atene e ad Ankara qualcuno dovrebbe prender nota. Nel film, Adam è Zinos Kazantsakis, gestore di una bettola a Amburgo. Abituato a cavarsela con i surgelati, Zinos cambia vita quando conosce Shayn, chef raffinatissimo licenziato da un ristorante di lusso perché si è rifiutato (e meno male!) di scaldare un gazpacho per un cliente bifolco. Grazie a lui, il Soul Kitchen di Adam diventa alla moda, e intorno ad esso si snodano le vite di svariati casi umani. C’è Ilias, il fratello di Zinos che entra ed esce di galera; c’è Neumann, un agente immobiliare senza scrupoli; c’è Lucia, la cameriera sexy di cui Ilias si innamora; e NON c’è Nadine, la fidanzata di Zinos partita per Shanghai. Fra amori che nascono e finiscono, soldi che non bastano mai, imbrogli e pignoramenti, Zinos e Ilias si battono come leoni per far funzionare il Soul Kitchen e tener vivi i propri sogni. Aiutateli anche voi, quando il film uscirà.", "La prima grande commedia romantica del nuovo millennio l’ha diretta un turco di Amburgo, è ambientata in un ristorante di quelli che servono robaccia a clienti affezionati (alla robaccia, non al locale), ha un protagonista sovrappeso con l’ernia del disco e una colonna sonora meravigliosa che mescola funky e rythm & blues con hip hop, “rebetiko” greco e naturalmente una canzone di Hans Albers, «uno dei più grandi e popolari attori-cantanti tedeschi degli anni ‘30 e ‘40» giurano le note stampa, e se lo dicono loro dev’essere vero. Anche se in quegli anni la vita non era facile in Germania, ma non buttiamo il bambino con l’acqua sporca, ovvero non priviamoci di un grande cantante solo perché è vissuto nel momento sbagliato...
Come avrete capito è anche una commedia svitata perché oggi bisogna essere un po’ tocchi per essere romantici e in Soul Kitchen di Fatih Akin, l’applauso più lungo e più caloroso della Mostra, ognuno è così matto da voler fare solo quel che gli piace. Così alla fine vincono i buoni, i cattivi vengono puniti e questi losers degni di un film di Kaurismaki hanno finalmente diritto alla leggerezza e al buonumore di un musical con Fred Astaire. Non avete afferrato la storia? Meglio così, ve la godrete al cinema. Diciamo solo che il protagonista sovrappeso, il greco Zinos (l’adorabile Adam Bousdukos, il candore fatto persona), ha una fidanzata upper class che se ne va a lavorare in Cina lasciandogli come unico ricordo un videotelefono Skype, un fratello avanzo di galera ma dal cuore grande così (Moritz Bleibtreu), un ex-compagno di scuola deciso a soffiargli il locale per farne un lucroso investimento immobiliare. E che fra un contrattempo e l’altro, ce ne sono moltissimi, nel locale di Zinos si mangia, prima malissimo e poi divinamente, si canta, si suona, si fa l’amore anche in piedi, il tutto mentre l’ernia avanza, il fisco incalza e il nuovo cuoco dà il meglio di sé.
Autore e produttori dicono che Soul Kitchen è un moderno “Heimat film”, ovvero un film sull’idea di patria, dunque, modernamente, di comunità, di famiglia, di appartenenza. Che è veramente il massimo per un film girato e diretto da figli e nipoti di immigrati. Se non gli danno un premio vero ci incateniamo davanti al vecchio Palazzo del Cinema finché non sarà finito quello nuovo (scherziamo: sarebbe morte certa). Comunque se hanno finito i Leoni c’è sempre il Nobel per la pace. Sul serio.", "", "Marzo", "26-27");