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thisYear= 2008; // Anno Corrente
// Elenco dei film attualmente in programmazione
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movie[0]= new Array (0, "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "", "");
movie[1]= new Array (747019, "ELIZABETH - THE GOLDEN AGE", "ELIZABETH - THE GOLDEN AGE", "tt0414055", "Shekhar Kapur", "Cate Blanchett (Elisabetta I), Clive Owen (Sir Walter Raleigh), Geoffrey Rush (Sir Francis Walsingham), Tom Hollander (Sir Amyas Paulet), Samantha Morton (Maria di Scozia), Abbie Cornish (Elizabeth Throckmorton), Eddie Redmayne (Babington), Jordi Mollà (Filippo II), Adam Godley (William Walsingham), Jeremy Barker (Ramsay), Christian Brassington (Arciduca Charles)", "", "Gran Bretagna (2007)", "Michael Hirst, William Nicholson, Chris Emposimato", "Remi Adefarasin", "Craig Armstrong, A.R. Rahman", "106", "Studio Canal, Working Title Films", "Universal (2007)", "Mentre difende il trono d'Inghilterra dai complotti della cugina Maria Stuarda e dagli intrighi di un megalomane Filippo Il re di Spagna, deciso a convertire il mondo intero al cattolicesimo, Elizabeth vacilla al cospetto di Walter Raleigh, avventuriero capace di turbare nel profondo la leggendaria vergine di ferro. Lei ha sempre sognato un uomo così, e per non rinunciare a lui lo affida alle cure della sua dama di corte preferita scoprendo tradimento e gelosia. La sovrana resterà senza un marito-padrone, madre di tutti gli inglesi, grata a Dio per la forza di sopportare tanta libertà. Secondo spettacolare capitolo della probabile trilogia dedicata da Shekhar Kapur alla regina che governò il suo popolo per 44 anni (il terzo dovrebbe raccontare la sua morte), Elizabeth: The Golden Age si tinge tutto d'oro tra sontuose parrucche e sete fruscianti, morbidi velluti, preziosi broccati e lucenti armature capaci di trasformare la viscerale e vulnerabile Cate Blachett (al suo primo sequel) in una coraggiosa e fiera Giovanna d'Arco. Già candidata all'Oscar per Elizabeth (1998), l'attrice si prenota per una seconda nomination per lo stesso ruolo, mentre Clive Owen regala la necessaria sfacciataggine al suo affascinante pirata gentiluomo. Nel conflitto tra fondamentalismo e tolleranza, ragioni di Stato e ragioni del cuore, la figura di Elizabeth emerge in tutta la sua straordinaria attualità, capace di parlare alle donne del XXI secolo. E conferma la grande passione del momento per una regina che anche in tv ha trovato popolarità grazie a Helen Mirren.", "Cate Blanchett è magnifica in \"Elizabeth - The Golden Age\", film inglese diretto dal pakistano Shekar Kapur, in cui riprende il gran personaggio che la rese famosa nel 1998: Elisabetta I Tudor, Regina d'Inghilterra, figlia dichiarata illegittima di Enrico VIII e di Anna Bolena, regnante sul suo Paese per oltre 40 anni dal 1558 al 1603, amante di molti uomini, detta la Regina Vergine (non si sposò nè ebbe figli, e per quel soprannome sir Walter Raleigh, esploratore e pirata, battezzò Virginia una regione del Nuovo Mondo americano) e detta anche dai nemici Bastarda, raccontata in una ventina di film, impersonata dalle attrici migliori (Sarah Bernhardt, Bette Davis, Glenda Jackson, Judi Dench). Truccata in viso con biacca candida, ornata di perle candide, paragonata alla candida Luna, montata su un cavallo bianco, Cate Blanchett è davvero magnifica anche in corazza d'argento e parrucca da guerra (lunghi capelli sciolti) mentre, come Enrico V/Laurence Olivier prima della battaglia di Azincourt, arringa i suoi soldati.
Amanti a parte, la vita della regina fu rischiosa: erano tempi turbolenti, ardeva la guerra di religioni tra i cattolici spagnoli del re Filippo e i protestanti o 'cattolici senza Papa' inglesi; dalla Scozia della regina Maria Stuarda (poi decapitata) si moltiplicavano complotti, attentati e congiure contro il regno di Elisabetta.
La regina che non voleva marito né erede doveva preservare con fatica la propria libertà; era possibile una vittoria degli spagnoli che 'portano con sé l'Inquisizione; dobbiamo vincerli, o non ci sarà più libertà in Inghilterra'. La Invincibile Armata navale spagnola issava bandiere rappresentanti Cristo seminudo alla tortura; la figlia bambina del re di Spagna giocava piantando spilloni nel corpo d'una bambola rappresentante la regina inglese. \"Elizabeth-The Golden Age\" è storicamente abbastanza preciso e ha, s'è detto, una protagonista di portamento e recitazione più che regali. Solo raramente il film azzarda cadute sentimentali o episodi abusivi.(...)
Sono belli i costumi, semplificati rispetto a una realtà molto più adorna e carica di preziosi. E' insopportabile la tonante musica corale eroica. Polpettone? Un po', sì: ma si dovrà anche riflettere al fatto che, senza polpettoni anche più brutti, molti neppure saprebbero mai chi era Maria Antonietta regina di Francia.", "", "Gennaio", "11-12");
movie[2]= new Array (747026, "IN QUESTO MONDO LIBERO", "It's a Free World...", "tt0807054", "Ken Loach", "Kierston Wareing (Angie), Juliet Ellis (Rose), Leslaw Zurek (Karol), Joe Siffleet (Jamie), Colin Coughlin (Geoff), Maggie Huseey (Cathy), Raymond Mearns (Andy), Davoud Rastgou (Mahmoud), Mahin Aminnia (moglie di Mahmoud), Frank Gilhooley (Derek), David Doyle (Tony)", "", "Gran Bretagna (2007)", "Paul Laverty", "Nigel Willoughby", "George Fenton", "96", "Rebecca O'Brien", "BIM Distribuzione", "Londra, Ken Loach racconta, in concorso, con il sardonico titolo It's a Free World (In questo mondo libero...) e con bravura, la condizione dei lavoratori stranieri vista dai datori di lavoro. Due giovani donne (ma soprattutto una, Kierstan Wareing amabile e spietata) mettono su un'Agenzia per il Lavoro Temporaneo frequentata da polacchi, ucraini o cileni, con succursali a Varsavia e a Kiev, che tratta specialmente occupazioni manuali, operaie o domestiche. Da principio le due s'impegnano ad agire legalmente; poi, per soldi o per costrizione imprenditoriale, approfittano dei lavoratori, coprono i padroni che non pagano la fatica, accettano pure situazioni illegali. Benchè facciano una vita dura diventano, a loro volta, sfruttatrici.
In Moonlighting di Jerzy Skolimowski, già nel 1981 Jeremy Irons faceva il capo di una squadra di operai polacchi restauratori d'un appartamento a Londra, e da allora agli immigrati stranieri sono stati dedicati molti film europei anche di Loach (Bread and Roses). Questa volta l'energia, la forza del film tendono a un altro tema, l'insicurezza, precarietà e flessibilità del lavoro; la sua \"modernizzazione\" a favore esclusivo dell'imprenditoria, le modalità lodate come massimo aggiornamento che hanno fatto perdere ai lavoratori autonomia, dignità, onore.", "Solo il cinema ormai sembra opporsi al modo in cui sta andando il mondo: quello americano si schiera contro la guerra in Iraq con i film di Brian De Palma e di Paul Haggis, quello inglese va più in là, perché con il solito, serafico gentleman di sinistra Ken Loach (che saluta ancora a pugno chiuso, ignaro del fatto che il gesto da noi non è più chic) si butta in una impresa ancora più estrema, dare immagine e vita alle nuove leggi dell'economia globalizzata che avanza sullo sfruttamento più spietato dei nuovi schiavi immigrati.
In the Valley of Elah, americano, e In questo mondo libero..., inglese, raccontano storie diverse ma in qualche modo simili, che li accomunano. Sia i militari americani mandati in Iraq a esportare la democrazia che la moltitudine disperata di stranieri che arrivano da noi, sono le vittime di un sistema politico ed economico che li sradica dalla loro patria e cultura e li spinge in luoghi sconosciuti, ostili e pericolosi, che li segneranno per sempre. Dice Loach: \"150 anni di lotte sindacali sono improvvisamente svaniti, non esiste più sicurezza, non futuro, non la possibilità di amare un lavoro e diventarne specialisti. Questo degrado lo chiamano modernizzazione e lo considerano l'unica via d'uscita per le nostre economie. Ma non è cosi, perché una sola classe se ne avvantaggia, quella dei più forti, agguerriti, cinici\". Angie (Kierston Wareing, al suo primo film), è una trentenne inglese, ragazza madre, ambiziosa energica, anche brutale, che licenziata dall'agenzia di lavoro interinale per non aver accettato palpeggiamenti, decide di non essere più vittima della flessibilità ma di diventarne imprenditrice, affrontando anche l'illegalità. Loach la definisce \"un prodotto della controrivoluzione thatcheriana\". Londra (come l'Italia) pullula di immigrati soprattutto dell'est, disposti \"a tenere la testa bassa e la bocca chiusa\" e a lavorare per paghe di fame e orari assurdi. Angie è un \"caporale\" che ogni mattina fa la chiamata, offre lavoro per qualche giorno, per qualche ora, a gente affamata, respinge durissima chi non ha i documenti in regola, i vecchi, chi protesta; si arricchisce, fa l'amore quando capita, ha poco tempo per stare con il figlio adolescente turbolento, affidato ai nonni operai in pensione vecchio stampo. Viene turlupinata da più abili sfruttatori e mafiosi, subisce ricatti e pestaggi, ma niente la fermerà. Dice Loach: \"Lo sfruttamento del lavoro e la sua flessibilità sono il cuore dell'attuale sistema economico ed è interessante osservare l'ipocrisia con cui da un lato si predica che senza la forza lavoro sotterranea la nostra economia, di destra, non sopravviverebbe; e nello stesso tempo la politica, di destra, proclama la necessità di espellere queste persone nel timore che prima o poi si ribellino alla schiavitù\".", "", "Gennaio", "18-19");
movie[3]= new Array (747033, "MICHAEL CLAYTON", "MICHAEL CLAYTON", "tt0465538", "Tony Gilroy", "George Clooney (Michael Clayton), Tom Wilkinson (Arthur Edens), Tilda Swinton (Karen Crowder), Sydney Pollack (Marty Bach), Michael O'Keefe (Barry Grissom), Robert Prescott (mr. Verne)", "", "Stati Uniti (2007)", "Tony Gilroy", "Robert Elswit", "James Newton Howard", "125", "Sydney Pollack, Jennifer Fox, Steven B. Samuels, Kerry Orent", "Medusa Film", "Sulle prime, come piglio, possono venire in mente grandi film di indagine, da Tutti gli uomini del presidente a Erin Brokovich, o anche di struttura più thriller alla Tre giorni del Condor. È vero che c'è l'intreccio politico affaristico, che c'è un processo che vuole fregare per la seconda volta della gente che già è stata massacrata dall'industria chimica, e che c'è pure un buono (insomma: un semibuono) messo in mezzo dai cattivi. Però il film di Tony Gilroy (sceneggiatore prima di questo debutto nella regia) si preoccupa di più e soprattutto d'indagare nell'animo di chi - il personaggio piuttosto torbido di George Clooney - è pagato per sostenere i cattivi e stare dalla loro parte. E finisce anche con l'essere un film che s'interroga sull'etica professionale e umana di chi manipola le leggi a suon di quattrini pesanti, che mette a nudo le responsabilità morali degli avvocati. Tutto un po' convenzionale e senza tanti guizzi, e perfino un po' slabbrato nella resa sul piano della macchina spettacolare e \"di genere\", però tanto l'ambientazione che il personaggio protagonista, come anche l'interpretazione che ne dà Clooney, non mancano di valore e di interesse.
Grandissimo ricchissimo e prestigiosissimo studio legale newyorkese. Il boss è affidato al regista Sydney Pollack, non nuovo a incursioni attoriali di tipo mefistofelico. In gioco c'è la vittoria legale, e quindi l'enorme guadagno che allo studio ne deriverebbe, di un colosso dell'industria chimica di fertilizzanti: apparentemente scontata (malgrado i sospetti della grande stampa economica) vista l'enorme disparità di forze tra la multinazionale, alla testa del cui ufficio legale c'è un vero mastino tratteggiato in maniera davvero un po' caricaturale da Tilda Swinton, e la comunità colpita dagli effetti cancerogeni dei suoi prodotti. Il cortocircuito nasce quando l'altro socio fondatore dello studio, un vero principe del foro, viene travolto da una profonda crisi personale che ha la potenza di una conversione. Lo emarginano, lo prendono per matto, lo ostacolano ma lui va avanti. Almeno fino a quando non lo fermano con le cattive.
È qui che entra in ballo Michael Clayton (Clooney). Una figura un po' grigia. Non è, né diventerà mai, un pezzo da novanta del grande studio legale ma ha il prezioso ruolo di \"aggiustare\" affari e affarucci poco puliti, coprire piccole e grandi porcherie di amici e amici degli amici potenti. E lui, pelo sullo stomaco, ci si è adattato anche se viene da una severa educazione all'onestà. Ci si adatta perché nella vita un po' è stato sfortunato e un po' i guai se li è andati a cercare con il vizio del gioco d'azzardo, fatto sta che è carico di debiti. E la coscienza può attendere. Fino a quando? Fino a quando il film non esige di decollare dandoci il riscatto che ci aspettiamo. Ma la cosa che conta di più sono le potenzialità di Clooney nei campi dell'antieroismo, dell'ambiguità, dell'essere umano sgualcito e un po' disgustato di se stesso.", "Il cinema americano, dopo tanti avvocati vincenti da Perry Mason ai legali di Grisham, incontra un vecchio personaggio europeo: l'Azzeccagarbugli George Clooney è infatti, in \"Michael Clayton\" di Tony Gilroy, un ex pubblico ministero nato in una famiglia di poliziotti a New York che, pur appartenendo a un grande studio legale, non fa l'avvocato. Spiccia le faccende scomode, aiuta i clienti nei guai, risolve i problemi spinosi, si occupa dei lavori sporchi. È orgoglioso della propria abilità, che non gli procura la stima né la gratitudine di nessuno. È come una cameriera: se non pulisse sarebbe un disastro, se pulisce nessuno ci fa caso.
È un uomo esausto e infelice: la moglie l'ha lasciato (non lo vedeva mai); la passione non ricambiata per il gioco e un'iniziativa imprenditoriale fallita lo hanno caricato di debiti pericolosi; nonostante la sua bravura non viene associato allo studio. L'ultima grana affidata al faccendiere è la più difficile: una grande azienda chimica, per non perdere un processo miliardario mossole per aver provocato con i suoi prodotti ammalati e morti, arriva a far spiare e uccidere gli avversari. Anche la morte di un avvocato suo amico, insieme con la possibilità di capire a fondo i metodi dell'azienda e del suo studio legale che la difende, cambiano Michael Clayton: fa arrestare tutti, ricomincia. Film medio ma appassionato, e ben fatto, ben ritmato, ben diretto dal regista debuttante, ex sceneggiatore. George Clooney è bravo; è bello il tessuto di meschinità e brutture che circonda il personaggio, a formare un'esistenza e un ambiente in cui è soffocante trovarsi; sono belle la paura, l'inerzia e I'autoconservazione che lo mantengono prigioniero del meccanismo; è bella l'illusorietà della Giustizia; è bella la forza che porta a decidere.", "", "Gennaio", "25-26");
movie[4]= new Array (747040, "AI CONFINI DEL PARADISO", "Auf der anderen Seite", "tt0880502", "Fatih Akin", "Nurgül Yesilçay (Ayten Öztürk), Baki Davrak (Nejat Aksu), Tuncel Kurtiz (Ali Aksu), Hanna Schygulla (Susanne Staub), Patrycia Ziolkowska (Lotte Staub), Nursel Köse (Yeter ÖztürK), Yelda Reynaud Emine", "", "Germania/Turchia 2007", "Fatih Akin", "Rainer Klausmann", "Shantel", "122", "Anka Film, Corazón International, Ndr, Dorje Film Ffa", "", "Fatih Akin, turco nato ad Amburgo, ha 34 anni. Tre anni fa ha vinto l'Orso d'oro di Berlino con La sposa turca. Quest'anno si è aggiudicato a Cannes un meritatissimo premio per la miglior sceneggiatura con Ai confini del paradiso, che esce oggi in Italia. È un giovane su cui il cinema europeo può contare. Sì, abbiamo scritto \"europeo\": Akin è il vero artista turco moderno, simbolo di una Turchia divisa fra due continenti e costretta, volente o nolente, a confrontarsi con l'Europa. Ai confini del paradiso ha una trama complessa: inizia con il giovane Nejat che torna in Turchia dalla Germania, alla ricerca di una ragazza. Con un lungo flash-back - l'inizio del film è, in realtà, il finale - scopriamo che il padre di Nejat, anziano e vedovo, si era portato in casa una prostituta che con il suo lavoro manteneva, in patria, una figlia; e che questa ragazza era membro di un movimento di opposizione al regime di Ankara. L'indagine di Nejat diventa un viaggio nella politica e nella cultura della vecchia Turchia, vista con gli occhi di chi ha conosciuto il mondo ed è \"naturalmente\" contro ogni fondamentalismo. Il film è molto scritto, ben recitato, notevole. Akin è un cineasta in gamba, sarete felici di fare la sua conoscenza.", "Due donne non giovani scandiscono Ai confini del paradiso di Fatih Akin, bel film del giovane regista turco-tedesco autore del premiato La sposa turca. Una bruna e una bionda, una turca e una tedesca, Nursil Kase e Hanna Schygulla, simboleggiano il rapporto complesso tra i loro due Paesi (ostile ma anche solidale, comunque necessario per l'intensità del flusso migratorio da Turchia a Germania). Una, prostituta per mantenere agli studi la figlia ragazza, accetta la proposta di un vedovo anziano: per uno stipendio equivalente ai propri guadagni, vive con lui e fa l'amore soltanto con lui. Ma un'ira repentina induce lui a picchiarla, lei cade, batte la testa, muore. L'altra, Hanna Schygulla (invecchiata, intensa e brava) riceve la notizia che sua figlia è morta, vola a Istanbul, forse ci resterà.
Narratore e filo conduttore del quartetto femminile è un giovane professore turco che insegna tedesco. Le geometrie o analogie turco-tedesche non hanno nulla di schematico né meccanico, il film è davvero bello. Momenti alti: la ragazza tedesca alla quale la ragazza turca ha affidato una pistola viene folgorata per gioco dal bambino turco che le ha rubato la borsa; gli applausi dei passanti quando la polizia turca compie arresti; il dolore della madre tedesca.", "", "Febbraio", "01-02");
movie[5]= new Array (747047, "LA GIUSTA DISTANZA", "LA GIUSTA DISTANZA", "tt0951279", "Carlo Mazzacurati", "Giovanni Capovilla (Giovanni), Ahmed Hafiene (Hassan), Valentina Lodovini (Mara), Giuseppe Battiston (Amos), Roberto Abbiati; (Bolla), Natalino Balasso (Franco), Fabrizio Bentivoglio (Bencivegna), Ivano Marescotti (Avvocato)", "", "Italia 2007", "Doriana Leondeff, Carlo Mazzacurati, Marco Pettenello, Claudio Piersanti", "Luca Bigazzi", "Tin Hat", "106", "Domenico Procacci per Fandango in Collaborazione con Rai Cinema", "01 Distribution", "La giusta distanza, dice Fabrizio Bentivoglio, è quella che il giornalista dovrebbe tenere, tra sé e la notizia: non troppo lontano da sembrare indifferente, né troppo vicino perché l'emozione, a volte, può abbagliare. Bentivoglio ha la breve parte di direttore d'un quotidiano, Ivano Marescotti fa l'avvocato, Giuseppe Battiston è un ricco lascivo, prepotente. E il regista Carlo Mazzacurati, 51 anni, ha fatto davvero un bel film: raccontando un paese immaginario nel Nord Italia sul Delta del Po (un luogo magnifico nella fotografia di Luca Bigazzi) e i suoi abitanti, razzismi e crimini attraverso una persona estranea, una maestra portata lì da una supplenza, un delitto, un ragazzo locale aspirante giornalista. I diversi elementi si fondono nel rappresentare paesaggi e esseri umani, un'Italia bellissima e una ripugnante, con molta finezza e profondità, con il calore speciale che il regista ha sempre riservato a quei posti che sono i suoi di nascita e crescita, dove ha girato tre film a partire da Notte italiana. La giusta distanza mescola attualità cosmopolita (nel crimine è coinvolto per via del razzismo altrui un meccanico arabo; al ballo paesano partecipano cinesi, ucraini, tunisini) e la tradizione rurale, la modernità forzosa dei commerci (insegna d'un negozio: Sposissimi) e i caratteri lunatici o crudelmente pazzi della gente. Attori bravi, idee comprensive e forti, un senso d'umanità preciso e caldo: molto bello.", "(.) È di Giovanni (Giovanni Capovilla) lo sguardo che a poco a poco li illumina, quei fatti. A lui, aspirante giornalista, un vecchio cronista (Fabrizio Bentivoglio) insegna il mestiere. Non ci si deve lasciar coinvolgere, gli spiega. Occorre invece star lontani da quello che si racconta ai lettori, se si vuole che appunto ci leggano. Sembrerebbe una lezione di giornalismo, questa delLa giusta distanza. Ma forse è soprattutto una considerazione amara sull'indifferenza degli uomini e delle donne, che vivano a Concadalbero o altrove.
Che cosa chiede il vecchio cronista a Giovanni? Certo non che racconti come decine di poveri esseri umani siano tenuti prigionieri dentro un tetro edificio semiabbandonato, con l'obbligo di lavorare e produrre. Non sono di Concadalbero. E non sono nemmeno italiani. Perciò, semplicemente non sono. Rispetto a loro, la distanza giusta è quella del silenzio. Non conta che il ragazzo sia stato svelto, e che sia arrivato a vedere quel che nessun altro ha visto. Conta che un suo articolo su quegli schiavi e su quelle schiave non avrebbe lettori. Non li avrebbe, perché a loro in paese ci si interessa ancor meno che ai cani straziati. D'altra parte, quei poveretti vengono da lontano e da fuori, da tanto lontano e da tanto fuori da essere intrisi di Storia, del tutto estranei alla sicura, dolce pianura dell'anima del luogo comune, comunque si chiami e dovunque si trovi il piccolo paese raccontato da Mazzacurati.
Da lontano e da fuori viene anche Hassan (Ahmed Hefiane). Lavorando nella sua autofficina, sembra sia riuscito a far dimenticare questa anomalia. Ma basta che abbandoni la sua prudenza, e che si innamori di Mara (Valentina Lodovini), perché l'anomalia torni a farsi evidente. Quello che è permesso a un tabaccaio chiassoso o a un galante conducente d'autobus, non è permesso a un tunisino. A Concadalbero nessuno lo confesserebbe, certo, e forse neppure lo penserebbe. A meno che non fosse proprio il tunisino a farglielo pensare. Ossia, a meno che il tunisino superasse il confine invisibile che gli è imposto dentro il luogo comune, e pretendesse di fare, anche lui, quello che fa un tabaccaio o un conducente d'autobus. Ma allora la colpa sarebbe del tutto sua, non di \"noi, i buoni\".
Racconta dunque una storia d'amore, la prima parte di La giusta distanza. E la racconta quasi con i toni di una commedia di costume, scoprendo il piccolo mondo del paese, la sua quotidiana bonarietà, e persino la sua tolleranza. E però, allo stesso modo dei cani sventrati, qualcosa \"eccede\" la dolcezza di superficie, e la confuta. Ora si tratta di uno sguardo di desiderio inconfessato nei confronti di Mara (anche lei, cittadina e intellettuale, viene da fuori e da lontano, del resto). Ora invece si tratta di una vecchia donna folle, che attraversa la notte su un battello alla deriva. Ora infine si tratta di un omicidio, e di un colpevole annunciato.
Qual è La giusta distanza, rispetto alla malattia dell'anima che sempre più si manifesta a Concadalbero? Questa è la domanda che finisce per porsi Giovanni. La sua risposta è che nessuna distanza è giusta, di fronte all'orrore morale. È giusto invece prender posizione, anche se questo significa fare i conti con la Storia, non più protetti dalla dolcezza quieta del piccolo paese, né dalla crudele innocenza del luogo comune.", "", "Febbraio", "08-09");
movie[6]= new Array (747054, "GIORNI E NUVOLE", "GIORNI E NUVOLE", "tt0887732", "Silvio Soldini", "Margherita Buy (Elsa), Antonio Albanese (Michele), Alba Rohrwacher (Alice), Giuseppe Battiston (Vito), Carla Signoris (Nadia), Fabio Troiano (Riki), Paolo Sassanelli (Salviati), Arnaldo Ninchi (Padre di Michele)", "", "Italia/Svizzera 2007", "Doriana Leondeff, Francesco Piccolo, Federica Pontremoli, Silvio Soldini", "Ramiro Civita", "Giovanni Venosta", "116", "Lionello Cerri per Lumière & Co., Tiziana Soudani per Amka Films Productions, Rtsi, con il Contributo Del Mibac, Euroimages", "Warner Bros. Italia", "Un modo nuovo, per Silvio Soldini, di far cinema. Lontano da \"Agata e la tempesta\" e anche da \"Pane e tulipani\". Senza più nessun riferimento alla commedia, anzi, con tensioni drammatiche che lo inducono a tenersi stretto sui suoi personaggi, serrandoli da presso con tecniche quiete, rese anche più fluide da piani sequenza incalzati da una macchina a mano. Il tema, estraneo questa volta a occasioni di commedia, non è la crisi di coppia, ma la crisi di una coppia che sopraggiunge, via via sempre più forte, dopo una crisi economica in famiglia, pronta a disgregare tutto. Incontriamo, infatti, Elsa e Michele molto felici. Si sono sposati da vent'anni, hanno una figlia già grande, lei, nonostante l'età, si è appena laureata in storia dell'arte (fa da tempo la restauratrice), lui dirige un'impresa nautica che ha fondato. Hanno una bella casa con vista mare -la cornice è Genova-, una barca, un'automobile di lusso. Ma ecco Michele senza più lavoro, eccolo, irritabile e depresso, assistere al rovesciamento della loro posizione, trasloco, vendita del superfluo (e anche del necessario), faticando al massimo a trovare nuove soluzioni. Al contrario di Elsa che, invece, pur con impieghi senza alcun prestigio, riuscirà almeno a portare qualche soldo in casa. Presto, però, in difficoltà con il marito, così chiuso, refrattario a tutto, inerte, da rischiare in poco tempo di mettere in crisi il matrimonio. Alla fine, però, anche se i \"giorni\" felici forse non potranno più tornare, le \"nuvole\", almeno sul piano sentimenti, si dissiperanno... Una scrittura fine (la sceneggiatura la firma anche la sempre più brava Doriana Leondeff), un equilibrio ben dosato nello svolgimento di ogni situazione; facendovi abilmente emergere dei caratteri analizzati ad ogni istante a tutto tondo, delle riflessioni, delle pause, delle impennate; nell'ambito dei vari impulsi negativi cui soggiacciono. Mentre la regia di Soldini, tesa ad esprimere il quotidiano più asciutto e più realistico - anche nei momenti in cui indaga all'interno delle psicologie, sia dei personaggi al centro sia di quelli, numerosi e precisi, di contorno - tende a far lievitare su tutta l'azione un'atmosfera sempre più oppressiva, sciolta solo alla fine in una cifra delicata di poesia. Con risultati, narrativamente e stilisticamente, felicissimi. Vi concorrono due interpreti con doti sempre più salde. Elsa è Margherita Buy, una volta tanto, anziché vittima, capace con fermezza di assumere iniziative positive, espresse però con misura. Michele è Antonio Albanese, lacerato, angustiato, umiliato, ma con interiorità meditate. Una coppia che onora il cinema italiano.", "(.) \"Ci interessava indagare la lenta dissoluzione di una coppia borghese; la loro capacità di stare ancora insieme - ha aggiunto Francesco Piccolo - perché ci capita sempre più spesso di vedere nella realtà storie come quella di Michele: basta osservare quante persone adulte oggi facciano le consegne a domicilio, un lavoro che fino a poco tempo fa svolgevano solo i ragazzi\". In questo modo si saldano i due temi portanti della poetica di Soldini: da una parte l'insoddisfazione profonda e quasi ontologica che impedisce al protagonista di misurarsi fino in fondo con la realtà (\"un mio amico a cui era capitata la stessa cosa è stato per un mese con lo sguardo fisso nel vuoto: non reagiva\", ha detto Albanese) e dall' altra l'influenza e le conseguenze dell'organizzazione sociale che ingigantiscono e fanno precipitare la situazione di Michele ed Elsa. Ma finendo anche per sottolineare le diverse risposte che l'uomo e la donna riescono a dare: se lui annaspa nei suoi tentativi di trovare un nuovo lavoro, indeciso tra orgoglio e autocommiserazione, incapace di rimettere in discussione le proprie certezze (di cui fa le spese soprattutto la figlia), lei accetta con maggior realismo la situazione, cerca di ingegnarsi come può (andando a lavorare anche in un call-center) e recupera così un'autonomia che la rende più forte. Ricollegandosi a quella schiera di eroine soldiniane che hanno sempre saputo dimostrare una maggior carica di intraprendenza, forza d'animo e coraggio rispetto ai compagni di sesso maschile. A differenza però di film più colorati come Pane e tulipani o Agata e la tempesta, Giorni e nuvole scommette tutto sulla capacità di raccontare la quotidianità e le sue inquietanti sfumature di grigio, senza l'attesa di nessun lieto fine ma anche senza l'inevitabilità della tragedia (\"una delle scelte narrative a cui mi sono opposto con tutte le mie forze. Anche se spesso la cronaca ci dice che la realtà può essere molto più dura\" ammette Soldini) puntando sulla coerenza e la forza della introspezione psicologica. Per farlo, sceglie uno stile più fluido, più naturalistico, che privilegia i piani sequenza e la macchina a mano e che toglie allo spettatore la scappatoia della facile identificazione (anche la scelta di Albanese va in questa direzione, con un volto che sembra sempre in attesa di un sorriso che non arriva mai) per chiedere invece uno sforzo di autoanalisi, che aiuti a guardare in faccia la realtà per quello che è.", "", "Febbraio", "15-16");
movie[7]= new Array (747061, "NELLA VALLE DI ELAH", "In the Valley of Elah", "tt0478134", "Paul Haggis", "Tommy Lee Jones (Hank Deerfield), Charlize Theron (Detective Emily Sanders), James Franco (Sergente Dan Carnelli), Susan Sarandon (Joan Deerfield), Josh Brolin (Buchwald)", "", "Stati Uniti d'America 2007", "Paul Haggis", "Roger Deakins", "", "120", "Summit Entertainment, Samuels Media, Nala Films, Blackfriars; Bridge Films", "Mikado", "Sventolano al vento le bandiere dei nostri padri (americani), simbolo di coraggio e amor di patria; ma volte, se issate a testa in giù, possono anche essere una disperata richiesta d'aiuto. Sceneggiatore e regista da Oscar (Crash) Paul Haggis aveva già riflettuto sul valore allegorico dei vessilli, scrivendo per Eastwood Flags of Our Fathers, primo atto delta cupa ricostruzione della battaglia di Iwo Jima. Ora Haggis salta all'agro malessere della guerra dell'Iraq. La trama è essenziale. Un giovane marine, tornato vivo dal Medio Oriente, scompare misteriosamente nel campo-base, vicino a casa. Tommy Lee Jones, con la sua faccia di pietra, è il padre (un vecchio poliziotto, già reduce dal Vietnam) che parte alla ricerca del ragazzo: un uomo forte insomma, che conosce bene il prezzo del dovere e te regole d'ingaggio. Ma anche uno capace di capire tristi verità nascoste. Tutti í militari di grado superiore lo ostacolano; solo una tenace donna-sceriffo (Charlize Theron, pallida e senza trucco) lo aiuterà. Alla fine tutti i peggiori presentimenti saranno confermati. Teso e compatto, ben sostenuto dai due protagonisti, il film forse non sorprende nel suo percorso alla Missing: ma non sottovalutate la sua forza, la straordinaria capacità con cui il cinema hollywoodiano (non necessariamente democratico) sa riflettere a viso duro sugli errori e le reticenze di Stato.", "Agente della polizia militare a riposo, Hank Deerfield indaga sulla sorte del figlio Mike, scomparso misteriosamente al rientro dal fronte iracheno. Malgrado tutti s'impegnino a fondo per ostacolarlo, con l'eccezione dell'investigatrice Emily Sanders, l'uomo riuscirà a scoprire la verità.
Traumatizzante: non solo per la sorte del ragazzo, ma per la luce sinistra che l'inchiesta proietta sulla nuova \"sporca guerra\"; nonché sul deserto di senso in cui l'America abbandona i suoi giovani soldati, antieroici martiri di una \"causa\" che non ha nulla di nobile, né di giusto. Ormai (vedi l'episodio biblico narrato nel film) è Golia a sconfiggere Davide. C'è un'altra faccia, ma una sola, che riusciremmo a immaginare al posto di quella di Tommy Lee Jones nella parte del protagonista, ed è la faccia di Clint Eastwood. Tutto il film, del resto, è impregnato della presenza di Clint: dalla screenplay (nulla di sorprendente, dato che Paul Haggis è stato sceneggiatore per Eastwood) alla direzione, sobria ed energica, essenziale e, insieme, capace di suggerire molto più di quel che mostra.
A differenza di The Kingdom, che da noi esce in contemporanea, Nella valle di Elah non è un \"action movie\" sullo sfondo dei conflitti mediorientali; né tantomeno una storia d'indagine poliziesca, come l'inizio ci lascia credere. È uno dei migliori film contemporanei sulla \"perdita dell'innocenza\" degli americani. Avvolta, come il corpo di un morto, nella bandiera a stelle-e-strisce; ma in una bandiera, ormai, rivoltata all'ingiù, in segno di lutto per la fine delle illusioni di giustizia e libertà.
Più ambizioso, e coraggioso, dei suoi colleghi, Haggis vuole parlare alla coscienza degli spettatori americani (ed è sconsolante apprendere che il grosso del pubblico statunitense ha rifiutato il film). Lo fa con la serenità - inconsolabile - che il grande cinema classico sa assumere quando affronta le contraddizioni più laceranti del \"Paese di Dio\"; senza pretese dimostrative, ma inscrivendo il discorso sui valori in una storia esemplare.
Quella di usare, come tramite drammaturgico, il personaggio \"paterno\" di Deerfield è la migliore delle scelte possibili. Limpido ed enigmatico insieme, taciturno e adirato, sperduto tra locali e motel di una triste America di provincia, Tommy Lee Jones compone un \"carattere\" monumentale, un veterano bruscamente risvegliato dal \"sogno\" e messo faccia a faccia con le contraddizioni e i peccati di un Paese che non riconosce più come il proprio.
Non sono affatto secondari, però, i ruoli femminili: due donne cui Hank si rapporta con un misto di timore e tenerezza. Charlize Theron è una poliziotta piena di contraddizioni, ostinata, obbligata a confrontarsi quotidianamente con l'idiozia sessista dei colleghi maschi, e Susan Sarandon, la madre rimasta ad attendere a casa, avvolta nella propria angoscia. Tutti e tre gli attori (oltreché il regista Haggis) si sono già portati a casa l'Oscar. Restammo sorpresi quando, a Venezia, la Coppa Volpi non toccò a Jones, ma a Brad Pitt per il suo depressivo Jesse James. Alla prossima notte delle statuette, però, Tommy Lee sarebbe un assente del tutto ingiustificato.", "", "Febbraio", "22-23");
movie[8]= new Array (747070, "PARANOID PARK", "PARANOID PARK", "tt0842929", "Gus Van Sant", "Gabe Nevins, Dan Liu, Jake Miller", "", "Stati Uniti d'America 2007", "Gus Van Sant", "", "", "90", "Neil Kopp, David Cress", "Lucky Red", "Un film per sentire, prima che per capire. È Paranoid Park di Gus Van Sant, che dopo i bellissimi Elephant e Last Days sa ormai affrontare le peggiori tragedie con l'agilità, la precisione, la leggerezza dei ragazzi che volteggiano sullo skateboard nel suo nuovo film. Cosa che naturalmente non esclude la fatica e il dolore. Anzi.
Anche qui si tratta infatti di adolescenza e di morte, ma da tutt'altra prospettiva: quella del caso, o di ciò a cui diamo questo nome. E poiché il caso non esiste, esistono solo dei personaggi, eccoci entrare nella pelle e nei pensieri di Alex, 16 anni, uno di quegli adolescenti smarriti e irrimediabilmente puri, qualsiasi cosa gli accada, cari da sempre a Van Sant. Anche se stavolta c'è dietro un romanzo di Blake Nelson (ora tradotto da Rizzoli), pure lui guardacaso nativo di Portland, ex-capitale hippy e oggi osservatorio privilegiato sugli universi giovanili Usa.
Come ogni adolescente Alex vuole crescere, ma a modo suo, senza strappi. Alternando le acrobazie sullo skate al diario che scrive con ostinata lentezza in riva al mare o nella sua stanzetta di figlio di divorziandi. E in fondo il film stesso, con le sue immagini così ipnotiche e \"lavorate\", in super 8 e in 35 mm., spesso accelerate, rallentate e accompagnate da musiche sorprendenti che ne amplificano il senso (non solo rock, c'è anche molto Nino Rota, da Casanova a Giulietta degli Spiriti e Amarcord), è un po' come quei diari giovanili in cui entra di tutto, pagine scritte a mano e foto, ritagli, disegni etc.
Un ritratto tracciato con gli strumenti usati dal soggetto, dunque ancora più somigliante. E capace di cogliere anche il mondo che gli gira intorno. Da qui, e non dal \"fatto di cronaca\", parte Gus Van Sant. Ma proprio questo rende quel fatto, così terribile e straordinario, incredibilmente leggibile e vicino. Perché una sera Alex e un amico si avventurano sulle piste proibite del Paranoid Park, tempio degli skaters duri e dei giovani sbandati. Poi Alex va con uno di loro a saltare sui treni in corsa, bravate da adolescenti, un'iniziazione.
Ma un sorvegliante gli corre dietro, lo colpisce con la torcia, tenta di farlo saltar giù. Alex si difende e il sorvegliante perdendo l'equilibrio viene tagliato in due da un altro treno. In una scena letteralmente allucinante (il tronco continua a trascinarsi verso Alex, guardandolo), che dell'allucinazione, appunto, ha l'inesorabile esattezza.
Ma è al tempo stesso l'unico punto forte di un percorso che per il resto, tolti i voli sullo skate, è fatto di sottrazioni, esitazioni, ritrosie (la ragazza di Alex è decisa a perdere la sua verginità, lui avrebbe meno fretta...). Fino a quando, rinvenuto il corpo, partono le indagini e Alex inizia a fare i conti con quell'evento traumatico e rimosso. Finale aperto: conta la vicenda interiore, non quella giudiziaria. Ma è tutto il film, potremmo dire, ad aprirsi al nostro sguardo, portandoci dentro un mondo che non era facile rendere con tanta nitidezza.", "(.) Paranoid Park inizia, e tutto già è accaduto. E però la \"colpa\" di Alex è ancora nascosta. La sceneggiatura ce la dà solo come sospetto vago, rimorso lontano e indeterminato. Poi, con una narrazione in cui il presente e il passato si rincorrono e si confondono, pian piano i fatti emergono. Quando si arriva al corpo straziato, già in platea s'è imparato a conoscere Alex, e con lui i suoi coetanei. Come in Elephant (2003), sembra che vivano in un niente fatto di benessere e di indifferenza, appunto. La macchina da presa ce lo racconta, questo niente, come se non volesse prendere posizione e ancora meno giudicare. Ma la sua neutralità, che si fa stile narrativo, è il giudizio più netto.
Il film inizia e finisce in un'aula scolastica, sempre con la voce monotona di un insegnante. Non c'è passione e non c'è vita, in quella voce, ma solo l'eco di un abitudine stanca, di una miseria umana annoiata e noiosa. Già qui nasce il sospetto che non sia di Alex, né dei suoi coetanei,la prima responsabilità dell'indifferenza morale e del niente. E quando nella storia compaiono la madre (Grace Carter) e il padre (Jay \"Smay\" Williamson), quel sospetto diventa certezza. Non sono modelli per il figlio, né l'uno né l'altro. Lei è preoccupata di non contrariarlo, per non doverne sopportare la \"fatica\" educativa. Quanto a lui, sembra ancora più adolescente del figlio, tutto preso com'è da se stesso e dalle proprie insicurezze.
Alex non ha modelli, dunque. Questo significa che non ha nessuno a cui rivolgersi, e soprattutto che non ha nessuno contro cui volgersi. A lui e ai suoi coetanei gli adulti hanno sottratto il più necessario fra i diritti: quello di ribellarsi. È per il venir meno di ogni modello e di ogni ostacolo, che tutto nella loro vita diventa indifferente e uguale. Il sintomo, e non la causa, ne è la \"comunità\" degli skater: una comunità che non c'è, ma che solo si mette in scena nei riti stretti del Paranoid Park che dà titolo al film.
Il cinema di Van Sant non giudica Alex, ma ne prova una compassione del tutto laica: ossia, non ponendosi al di sopra della sua miseria, e partecipando invece alla sua disperazione inconsapevole, derubata d'ogni rivolta. Per tutto il film, il ragazzino scrive a matita su un quaderno. È la storia di quel momento orrido che tenta di raccontare e comprendere. Poi, arrivato in fondo, che cosa può fare di quei fogli? Li può solo bruciare, per tornare a chiudersi nell'indifferenza. Non c'è posto né per domande né per risposte, nel niente in cui gli adulti lo inducono a vivere.", "", "Febbraio", "29-01");
movie[9]= new Array (747077, "ROSSO MALPELO", "ROSSO MALPELO", "tt1047847", "Pasquale Scimeca", "Antonio Ciurca (Rosso Malpelo), Omar Noto (Ranocchio), Marcello Mazzarella (Mastru misciu), Vincenzo Albanese (Zio Mommu), Raffaella Esposito (Santina), Alessandra Lenza (Annetta)", "", "Italia 2007", "Pasquale Scimeca, Nennella Buonaiuto", "Duccio Cimatti", "Miriam Meghnagi", "90", "Arbash Società Cooperativa, Ente Parco Minerario di Floristella Grottacalda, Por Sicilia", "", "Militante, si sarebbe detto in passato. Lo spirito dell'impresa di Rosso Malpelo, del regista Pasquale Scimeca e di tutti i partecipanti, è quello di rendere il cinema collegato alla realtà e socialmente utile. Infatti hanno messo i loro proventi a disposizione di un progetto di opere e aiuti (alimentazione, didattica, sanità) a favore della popolazione soprattutto infantile di due centri minerari del Potosì boliviano. Questo, però, senza rinunciare all'autonomia creativa, all'invenzione artistica, alla personalità dell'opera. Nel suo piccolo (produttivo) anche Scimeca ha osato, come il Faenza dei Viceré, laddove Visconti non era arrivato.
Ispirandosi alla novella di Giovanni Verga (ma innestandovi anche suggerimenti provenienti da Capuana e da De Roberto) che racconta le condizioni di vita disumane dell'infanzia sfruttata nelle miniere siciliane di un secolo fa. A sua volta Scimeca racconta, facendo ricorso al nostro e al suo patrimonio culturale, ma senza preoccuparsi troppo se un ragazzino del suo film calza scarpe da ginnastica di oggi, qualcosa che ha cessato di esistere qui (e non da moltissimi anni) ma che continua ad esistere altrove.", "Chi non lotta per liberarsi dalle catene merita quelle catene. Verga non sottoscriverebbe. Ma una sua storia, Rossomalpelo, insostenibile e profetica, diventa tra le mani del cineasta Pasquale Scimeca da Aliminusa (Placido Rizzotto, La passione di giosué l'ebreo...) più aguzza, rabbiosa e glaciale. Come un pezzo di zolfo sbalzato dalla terra e sbattuto in faccia allo spettatore, con effetti 3d. Già. Non c'è più il distacco verghiano, il popolo non è visto qui come natura estrinseca allo scrittore, spettacolo naturale. Ma soggetto di sacra rappresentazione, statuaria non da museo, ma - lo esigeva Giacometti - da farsi infilare sottoterra, per far comunicare meglio vivi e morti. Già. La zolfatara. La Sicilia di un secolo fa. Faticano come bestie paesani ignoranti e carusi, mentre i padroni spadroneggiano come oggi. Solidarietà di classe? Zero (Verga affoga nel naturalismo provinciale italiano, nelle critiche di Gramsci). Divertimenti? Una giostra all'anno. I ricchi di famiglia? Proteggono solo se ti conformi a neri rituali bigotti. La soggettività desiderante? Sradicata, svolazza come l'amica che imita il polline. Avere un difetto fisico è esiziale: \"Roscio! rosciò!\" urlano, più cinici di Antonio Rezza. Sopra la miniera, i campi giallo-oro di grano, e sopra il cielo, fitto di stelle: \"sono le anime dei morti in purgatorio e i bambini, prima di nascere\". Un'atmosfera vitalmente necrofila permea l'orizzonte visuale. Muore il padre del protagonista, subito, incidente sul lavoro (omicidio volontario mai perseguibile). Rischia di morire di percosse Ranocchio, fragile amico di Rosso Malpelo, sbeffeggiato e incattivito protagonista. Muore di frusta anche il suo asino, ora carcassa per cani. Perdono la ragione tanti minatori e mendicanti (Franco Scaldati), figurine eccentriche e spettrali, ma egemoniche, come in un Ciprì e Maresco. Rosso Malpelo, solo nella valle di lacrime tra l'indifferenza di mamma e sorella, sogna la vita del contadino e del cocchiere, ma scaverà sottoterra peggio degli altri, sfogandosi con l'asino (l'animale più raro). Pala e piccone, non falce e cavallo, il neorealismo è irriproducibile, ai giorni nostri.... Orde horror di bambini son scaraventati nei pozzi, dentro buie gallerie dai boati sinistri, carichi fino a stramazzare per terra, alla mercé totale, anche sessuale, di Mastro Misciu (\"quando la minchia impazzisce, impazzisce\"). perché le famiglie non sopravviverebbero senza quei 4 soldi...Avviene nelle favelas, avviene nelle miniere di diamanti africani, avveniva in questo parco minerario di Floristella-Grottacalda. Il testo così, scritto 100 anni fa, diventa la tragedia del nostro tempo, dei 218 milioni di bimbi abbandonati, sfruttati, maltrattati e devastati (1 milione è in miniera). E la world music di Miriam Meghnagi tesse e connette elettronica, arcaismi, urla, dolore...
Rosso malpelo, il nuovo film di Scimeca è stato già proiettato in 130 scuole superiori prima di uscire nei d'essai. Ha già incassato 230 mila euro. Ne servono 500 mila euro per un progetto di aiuto a 1000 bimbi boliviani, minatori di Potosi. Verga, capovolto da Scimeca e Nennella Buonaiuto, rimontato dall'iraniano Babak Karimi, non schiaccerà le spalle di Antonio Ciurca, il non attore segaligno, oggetto di scherno, come un albino in Africa. Rosso Malpelo all'ambiente non proprio generoso che ha attorno, risponde con indifferenza, mistero, qualche sacro sputo punk e con l'offerta, pasoliniana, del suo corpo.", "", "Marzo", "07-08");
movie[10]= new Array (747084, "HOT FUZZ", "HOT FUZZ", "tt0425112", "Edgar Write", "Simon Pegg (sergente Nicholas Angel) Nick Frost (Danny Butterman) Jim Broadbent (ispettore Frank Butterman)", "", "Gran Bretagna 2007", "Simon Pegg, Edgar Write", "Jess Hall", "", "121", "Big talk Productions, Studio Canal, Working title films", "Universal", "C'è un'amena località nel cuore della campagna inglese che si fregia del titolo, rinnovato ogni anno da un concorso, di \"più bel paese d'Inghilterra\": un'oasi di pace e serenità. Lì, a Sanford, viene esiliato, con la scusa di una promozione a sergente, l'agente Nicholas Angel (Simon Pegg), troppo attivo, troppo ligio, integralmente votato al compito di estirpare la delinquenza da Londra. Tra i suoi nuovi incarichi eseguiti con malinconica serietà, l'inseguimento di un cigno riottoso e la vigilanza alla fiera locale. Ma dietro la facciata perbenista orchestrata dai maggiorenti locali (tra cui il capo della polizia Jim Broadbent e il padrone del supermarket Timothy Dalton) si nasconde qualcosa di torbido, addirittura un possibile serial killer. L'esilarante imperturbabilità dell'inquietantemente professionale Angel, cui si accompagna il pacioso entusiasmo di Danny Butterman (Nick Frost), fanatico degli action movie più fragorosi, nel contesto di una vicenda da psycho-thriller nel villaggio, provoca incredibili cortocircuiti umoristici. C'è comicità bonaria nei confronti del genere (ma attenzione: se a Sanford ci sono vie che si chiamano Norris Avenue, nondimeno quando l'azione incalza non si invidia nulla ai film di Michael Bay), ma c'è anche un evidente gusto personale nel mettere alla berlina con perfidia il formalismo e l'amabilità tutta di facciata dell'Inghilterra più tradizionale. Per uno spettacolo che ci delizia con spassosa intelligenza.", "In equilibrio delicato ma riuscito, tra l'action americana e la traccia del giallo old style (cromosomi di Guinness) in un trionfo di cinefilia spinta con molti sottintesi. L'autore Eric Wright e l'attore e sceneggiatore Simon Pegg mixano la satira dell'adrenalina movie in sottofondo di bon ton citando Polanski, Leone, Romero e Munch (Urlo da Scream). Poliziotto di Londra irreprensibile e quindi sospetto è mandato, in un paesino dai giorni contati: maxi complotto di incappucciati unisce e corrompe tutti, non c'è limite al peggio, forse si salva solo il figlio del capo poliziotto (Nick Frost), fan di Point Break. Realistico poi assurdo il film è una \"western poliziesca follia spassosa\" (resa dei conti al supermarket!), che ricorda i Monty Python, mescolando i generi e triplicando i finali in un'escalation di demenzialità, ma con un metodo satirico e critico e le apparizioni di Cate Blanchett e Peter Jackson degli Anelli: gradevole stare al gioco. VOTO: 7", "L'agente di polizia londinese stakanovista Nicholas Angel (Simon Pegg) viene spedito nell'immaginario paesino di Sanford in cui non succede niente. Apparentemente. Frustrato dalla mancanza di adrenalina farà amicizia con il figlio del capo della polizia locale (Nick Frost) per scoprire che un micidiale serial-killer ha deciso di annaffiare la placida provincia inglese con fiumi di sangue. E se quel paesino nascondesse sordidi segreti? Gioite fan scatenati del piccolo cult La notte dei morti dementi perché con l'ottimo Hot Fuzz torna il geniale trio della nuova parodia inglese Edgar Wright-Simon Pegg-Nick Frost. Se con La notte dei morti dementi si rielaborava in chiave comica il cinema degli zombi di George Romero, con Hot Fuzz si gioca con altro cinema. E' come se un giallo agreste scritto da Agata Christie incontrasse le scene d'azione più eccitanti di alcuni classici del poliziesco d'azione hollywoodiano degli ultimi 10 anni, da Arma letale a Bad Boys a Point Break. L'idea parodica è ancora vincente: un mix tra humour anglosassone e potenza visiva americana. Fantastico. Successone in Usa e Inghilterra per gli eredi ufficiali di Mel Brooks e della Zaz.", "Marzo", "14-15");
movie[11]= new Array (747098, "MEDUSE", "Meduzot", "tt0807721", "Etgar Keret, Shira Geffen", "Sarah Adler (Batya), Nikol Leidman (Bambina), Gera Sandler (Michael), Noa Knoller (Keren), Ma-nenita De Latorre (Joy), Zaharira Harifai (Malka), Ilanit Ben Yaakov (Galia)", "", "Francia/Israele 2007", "Shira Geffen", "Antoine Héberlé", "Christopher Bowen, Grégoire Hetzel, La canzone \"La vie en rose\" è cantata da Corinne Allal", "78", "Lama Films, Les Films Du Poisson, Arte France Cinéma", "Sacher Distribuzione", "Meduse è un piccolo film israeliano, opera prima di due registi, Edgar Keret e Shira Geffen, che nella vita sono una coppia e di professione scrittori. Keret è romanziere pubblicato in Italia. Shira Geffen è una scrittrice di libri per l'infanzia e apprezzata regista teatrale. Meduse (vincitore della Camera D'or a Cannes e distribuito in Italia dalla Sacher) nasce da un'idea di Shira, poi strutturata in una sceneggiatura ben scritta. Parte da un ricordo d'infanzia, di quando al mare i genitori le hanno messo un salvagente e l'hanno lasciata a sguazzare nel bagnasciuga, mentre loro inscenavano una litigata furiosa. La piccola Shira aveva provato un senso di paura e di abbandono. Da questa suggestione, unita a un'immagine di venditore di gelati dai capelli bianchi che sulla spiaggia porta a tracolla una borsa-frigo, nasce questa piccola favola corale e metropolitana che gira come una giostra su tre storie cardine: una coppia di sposini è costretta a passare la luna di miele in un albergo perché alla giovane moglie si è rotta una gamba; una misteriosa bambina uscita dalle acque del mare cambia la vita di una giovane donna che la trova e che la segue come un'ombra; una badante filippina riesce ha stabilire un contatto con la donna anziana a lei assegnata... Sei personaggi che ne accolgono altri e poi altri fino a definire la vita di una piccola comunità a Tel Aviv, ognuno alla ricerca di un posto dove stare, combattendo una battaglia personale tra insicurezze a abbandoni, in un film dolcemente vero e toccante.", "Sei personaggi, tante piccole storie, una città di mare vista in una luce del tutto diversa dal solito (Tel Aviv), tante vite \"bloccate\" nell'apatia o nel risentimento che riprendono il loro corso grazie a qualcuno che spesso nemmeno è consapevole del suo ruolo.
Ci sono film che sembrano fatti della materia impalpabile delle emozioni, la materia cui danno forma con pochi tocchi leggeri e precisi impastando interno e esterno, vita e sogno, passato e presente. Diretto da una coppia di scrittori israeliani già molto affermati ma al debutto nel cinema, premiato con la caméra d'or a Cannes, Meduse è uno di questi piccoli film miracolosi che parlano di piccoli miracoli quotidiani con il pathos, lo humour, l'efficacia delle fiabe impastate con la nostra vita di tutti i giorni.
I protagonisti, che non si conoscono fra loro, sono una coppia di sposini freschi di nozze arenata in un brutto albergo che puzza di fogna. Una ragazza che ha appena perso fidanzato e lavoro. Una domestica filippina che tutti trattano come una serva (chiamandola \"la filippina\", come troppo spesso si fa anche in Italia), ma che finirà per esercitare un ruolo addirittura salvifico sulle persone per cui lavora.
Nessuno di loro saprebbe guardarsi dentro, capire chi ha vicino, ritrovare da solo il cammino. Ma ognuno di loro incontrerà, per caso o meno, un testimone inatteso, uno sguardo obliquo, un momento della verità dopo il quale nulla sarà più come prima. Il tutto seguendo non la via artificiosa e sentimentale dei copioni \"ben strutturati\" all'americana, ma restando sempre molto aderenti alle cose minute della vita, con tutte le loro imperfezioni. Che possono rovesciarsi a sorpresa nel loro opposto. Così una morte diventa un passaggio; una bimbetta con un salvagente venuta da chissà dove apre le porte del passato e del perdono; una scrittrice bella e misteriosa annuncia un cambiamento imprevedibile.
Conforta sapere che in una società sotto tiro come Israele lavorino artisti dotati di tanta leggerezza. Capaci per giunta di passare con disinvoltura da un mezzo all'altro. Leggere per credere i folgoranti racconti di Etgar Keret pubblicati in Italia da e/o (Le tette di una diciottenne, Pizzeria Kamikaze, Gaza Blues). Anche se Meduse lo ha scritto sua moglie e lo hanno girato insieme, montandolo poi mentre nasceva il loro primo figlio. Più fiaba di così...", "", "Marzo", "28-29");
movie[12]= new Array (747105, "YOU THE LIVING", "Du levande", "tt0445336", "Roy Andersson", "Jessica Lundberg, Elisabet Helander, Björn Englund, Leif Larsson, Ollie Olson, Kemal Sener, Håkan Angser, Birgitta Persson, Gunnar Ivarsson, Jörgen Nohall, Jan Vikbladh", "", "Danimarca/Francia/Germania/Svezia 2006", "Roy Andersson", "Gustav Danielsson", "", "94", "Roy Andersson Filmproduktion, Parisienne De Production, Thermidor Filmproduktion, Posthus Teatret, 4 ½, Sveriges Television, Arte France Cinéma, Wdr/Arte, Style Jam", "Lady Film", "Si parla di malessere dell'anima in You, the Living, ma pur essendo nato nel paese di Strindberg e Bergman, Roy Andersson (4 film in 37 anni, e nel frattempo molta premiata pubblicità) non è uno che va a scavare nelle profondità della psiche. Alludendo nel titolo a un verso del grande Goethe (\"Gioisci dunque, o vivente...\"), questo originale regista svedese preferisce piuttosto tradurre la tragedia dell'esistere in un teatrino buffo-malinconico di personaggi che, pur incarnati da attori, sembrano le stilizzate figurette di un fumetto a strisce. In ambienti pastellosi di tonalità verdina e con gli interpreti come acquarellati tinta su tinta (Andersson ha girato tutto in interni, nello Studio 24 da lui fondato a Stoccolma grazie ai proventi degli spot), vediamo succedersi una cinquantina di brevi scenette di varia quotidianità: una donna infelice (\"Nessuno mi capisce\") sempre sul punto di lasciare un amorevole compagno e un cane, suo unico puntello affettivo; lunari suonatori di trombone o di grancassa che si esercitano in solitudine; inquilini che protestano; una ragazzina invaghita di una popstar locale; un barista che ogni volta che chiude rivolge ai clienti la battuta di Rossella O'Hara: \"Domani è un altro giorno\". Sono situazioni di banale disperazione o comicità, ma i modi della ripresa (campo lungo e piani fissi con un grandangolo da un solo punto di vista) le rendono particolari, come cristallizzate in una speciale surrealtà.", "Reduce da Cannes e dalla gara degli Oscar, arriva un geniale film svedese, il quarto scritto e diretto da Roy Andersson, che si fa precedere da un pensierino da suicidio di Goethe. E il racconto è un puzzle di circa 50 scene sui nostri destini: l'uomo è la delizia dell'uomo (si fa per dire). Con una certa voglia di stupire, l'autore mescola storie buffe, disperate e/o grottesche in un' idea di cinema originale che confina con Lars Von Trier, ma soprattutto col nichilismo di Kaurismaki e con certe invettive fassbinderiane. Fin troppa grazia, ma il miscuglio è di quelli di ordinaria e contagiosa follia, una serie di mini sketch di sogni e incubi contemporanei, gente che soffre, suona, beve, impreca e prega (per la salvezza di giornali e tvche falsificano il reale) finché arrivano rombanti gli aerei che metteranno probabilmente fine a questi squallori che perfino l' analista non sopporta più. Prima che scompaia, voi cinefili agguantatevi questa chicca. VOTO: 8-", "(.) Andersson certo la conosce e la pratica, l'arte necessaria e difficile della leggerezza comica. Lo fa ridendo insieme con i suoi personaggi, mai ridendo di loro. Anzi, ne assume su di sé le solitudini, le paure, i desideri impossibili. Come loro e con loro soffre la più radicale delle sofferenze umane: quella del vuoto che ci lascia nell'anima l'interminabile bisogno d'essere riconosciuti e ascoltati, desiderati in assoluto. E poi, aggiunge, accade che tutto - solitudini, paure, desideri, mazzi di fiori e crudeltà distratte - di colpo si interrompa, senza che una meta sia stata raggiunta. A quel punto, neppure il capovolgimento comico viene più in soccorso.
Così trascorriamo il nostro tempo, secondo il tragico, leggero, geniale Roy Andersson: come avventori d'una birreria, ognuno muto al proprio tavolo, chiuso e fermo dentro un universo stretto. A un certo punto, il proprietario suona la sua campanella di bronzo e li avvisa: \"Fate l'ultima ordinazione\". Solo adesso vincono il loro torpore. Tutti insieme si alzano, e si avvicinano al banco. Sulle loro teste sentono il volo di grandi ali nere. Forse, avrebbero fatto meglio ad ascoltarne prima il rombo greve.", "Aprile", "04-05");