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thisYear= 2005; // Anno Corrente
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movie[1]= new Array (746271, "LA MARCIA DEI PINGUINI", "La marche de l'empereur", "tt0428803", "Luc Jacquet", "Pinguini Imperatori", "", "Francia 2005", "Luc Jacquet", "Laurent Chalet, Jerome Maison", "Emilie Simon", "80", "Yves Darondeau, Christophe Lioud, Emmanuel Priou", "Lucky Red", "Non ce li potremo più immaginare come i camerieri agitati di \"Mary Poppins\" o la banda di \"Madagascar\": saranno anche buffi come dicono, i pinguini imperatore, però fanno una vita da bestia. Si accoppiano nel posto più freddo del mondo, covano a turno i pulcini (mentre l'uno cova, l'altro cammina all'infinito sulla banchisa per trovare il cibo), poi ricominciano a marciare; e l'anno dopo, tutto d'accapo. Mentre soffia il blizzard, che gela le uova, e i predatori di terra e di mare cercano di mangiarseli, in ossequio alla prima legge della sopravvivenza. Del \"fenomeno\" Marcia dei pinguini si è letto di tutto, di più: che è il più grande successo di pubblico mai realizzato da un documentario, che è costato poco e ha incassato tanto, che ha mandato in visibilio gli americani come i cinesi. Il film è un oggetto strano, in un certo senso indecifrabile; l'opposto, insomma, di quel che comunemente ci si aspetta da un \"documentario\". Non perché Jacquet antropomorfizzi gli animali (a questo provvede purtroppo, a tratti, la voce narrante di Fiorello): a quanto ne sappiamo il suo approccio è etologicamente corretto, un contributo alla conoscenza senza annoiare. Ma non sarà per questo che ha fatto tanto parlare di sé. Ed ecco il punto. Nelle immagini autentiche di quel deserto antartico in mezzo al nulla, percorso da un simpatico popolo alieno, circola una misteriosa, magica atmosfera di \"altrove\" che ti s'incolla alla memoria. Riaffiorando nei pensieri quando meno te l'aspetti.", "Inutile usare giri di parole: La marcia dei pinguini è un capolavoro. Non è un documentario etnografico in stile National Geographic: è un vero e proprio film, con trama, personaggi, momenti di emozione, paura, divertimento. Ma è anche autentico: racconta il ciclo riproduttivo del pinguino imperatore senza aggiungere una virgola alla realtà. I pinguini imperatori conducono davvero la vita assurda che vedrete nel film: maschi e femmine, nella breve estate australe, si conoscono, si corteggiano, si accoppiano; ogni femmina depone un solo uovo e poi, mentre l’inverno incombe, se ne va. Tra i pinguini imperatori vige il seguente ménage: le femmine trascorrono l’inverno al mare, nuotando e ingozzandosi di cibo, mentre i maschi restano in terra ferma, covando ciascuno il proprio uovo senza mai dormire né mangiare. L’uovo viene letteralmente «palleggiato» sulle zampe (se tocca terra si congela all’istante) e tenuto caldo con le piume dell’inguine. I maschi si radunano in colonie, e stanno stretti stretti, uno attaccato all’altro, per tenersi caldi.
A primavera, il preziosissimo uovo si schiude e préssoché nello stesso istante le femmine tornano dal mare, ritrovano a colpo sicuro i mariti e cominciano a nutrire i neonati rigurgitando il cibo immagazzinato per mesi. I maschi, esausti, vanno a loro volta al mare: è il loro turno dì andare a pesca. Questa è, dunque, l’incredibile storia del pinguino imperatore; ed è, nè più né meno, la trama del film di Luc Jacquet. Il cineasta francese ha avuto l’idea del documentario dopo aver lavorato in Antartide come biologo. La lavorazione è durata un anno, e Jacquet ha montato il film partendo da 140 ore di materiale girato. Non è, come si diceva, un documentario classico: nell’edizione originale francese tre attori (Charles Berling, Romane Bohringer e Jules Sitruk) davano voce rispettivamente a papà, mamma e bimbo pinguini, costruendo una «fiction» là dove, in natura, ci sono solo comportamenti spontanei. In italiano come in inglese (negli Usa il film ha incassato quasi 77 milioni di dollari anche «grazie» al grottesco sostegno dei neo-con che vi leggono l’esaltazione della famiglia e la difesa ad oltranza della vita) c’è un’unica voce fuori campo: ma se il premio Oscar Morgan Freeman dava al film un tono sussiegoso e «shakespeariano», da noi Fiorello fa ovviamente Fiorello, rendendo il tutto più leggero e spirititoso. Comunque sia, Jacquet voleva realizzare un film epico, una grandiosa metafora sul sacrificio, sull’amore paterno, sull’«eroismo» di questi animali. Che invece, com’è ovvio, non sono «eroi», bensì perfetti esempi di adattamento — a fini di sopravvivenza — all’ambiente più ostile che esista. Il film, insomma, è lievemente disneyano, ma se può suscitare sincera ammirazione per la natura, ben venga. Vedrete che vincerà l’Oscar a mani basse: se lo meriterà, è uno dei migliori film dell’anno.", "", "Gennaio", "06-07-08");
movie[2]= new Array (746277, "PARADISE NOW", "Paradise Now", "tt0445620", "Hany Abu-Assad", "(Said) Kais Nashef, (Khaled) Ali Suleiman, (Suha) Lubna Azabal", "", "Germania, Olanda, Francia (2005)", "Hany Abu-Assad, Bero Beyer", "Antoine Héberlé", "Jina Su medi", "90", "Bero Beyer per Augustus Film", "Lucky Red", "Nella filmografia sul Medio Oriente ecco un eccezionale film palestinese di Hany Abu-Assad girato prima dello sgombero dei coloni. La liberazione che ci porterà al paradiso del titolo da Living Theatre è nel sacrificio della vita dei kamikaze, mistica e follia. Il film segue quasi in tempo reale le ultime ore di due di loro che diventano strumenti di morte: la preparazione, il segreto, la purificazione. L’autore cerca di mantenere perfino un filo di ironia, spiega più che giustificare, apre la porta di un territorio dove il confine tra vita e morte è labile, come quello tra finzione e documento. La storia prende alla gola, allo stomaco, al cuore, al cervello. È difficile rimanere insensibili anche di fronte a un atto criminale e politicamente controproducente: ci interessano i dubbi e i pensieri di due giovani impossibilitati ad essere normali.", "Il giovane pronto a immolarsi per la Palestina se ne sta davanti alla videocamera dei suoi compagni di lotta. Mitra eretto, sguardo fiero, recita un proclama solenne contro Israele, dà l’addio alla famiglia, cita il Corano... Ma c’è un contrattempo, la telecamera si inceppa, bisogna ricominciare. Fosse il set di un film, ci sarebbe da ridere. Ma non siamo in un teatro di posa, è tutto vero. Il giovane protagonista di “Paradise Now” ha scelto di fare il kamikaze e alla vigilia della missione, lavato, rasato e rivestito, deve obbedire al macabro rituale del proclama. Per lui è la prima e ultima volta, ma per i capi che lo mandano a morire evidentemente è routine, uno è stanco, un altro cava di tasca un panino e controlla masticando che tutto proceda (...).
Difficile trovare soggetto più bruciante di quello affrontato da “Paradise Now”, primo film mai girato nella West Bank. Al cinema è sempre questione di distanza, ovvero di prospettiva, ogni storia richiede una certa angolazione e non un’altra. Con i martiri di Allah si poteva scivolare nell’ironia facile, nel ricatto socio-politico o nel dibattito sceneggiato. Abu-Assad non evita del tutto l’ultimo rischio, e come potrebbe?, ma quanto al resto volteggia sulla corda tesa da vero acrobata.
Gli aspiranti kamikaze sono due giovani amici, ragazzi come tanti, gente che lavora; solo il segreto che si portano dentro li divide dai compatrioti. Uno, scopriremo, vuole lavare l’onore della famiglia (il padre, collaborazionista, fu ucciso dagli altri palestinesi). C’è anche una ragazza di ritorno a Nablus dopo una lunga assenza e chiaramente attratta proprio da Said, il più brillante dei due morituri. Il loro destino insomma non è già scritto, le cose potrebbero sempre prendere un’altra piega; tanto più che anche quando vanno a Tel Aviv per farsi saltare in aria qualcosa va storto, la missione è rimandata. E Said, disperso, vaga per un’interminabile giornata intorno a Nablus, come un morto che cammina, l’esplosivo incerottato sotto l’abito buono, la mente tormentata da mille dubbi.
Intanto scopriamo che le cassette con i proclami dei martiri si affittano nei videostore (ma vanno a ruba anche le ultime parole dei traditori prima di essere giustiziati...). Poco a poco entriamo nella quotidianità, così assurda e così normale, delle famiglie palestinesi e degli attentatori. Insomma ci affacciamo sopra un abisso vertiginoso. Un film solo non può certo sondarlo fino in fondo. Ma era difficile iniziare meglio.", "", "Gennaio", "13-14");
movie[3]= new Array (746284, "GOOD NIGHT AND GOOD LUCK", "Good Night, and Good Luck.", "tt0433383", "George Clooney", "David Strathairn (Edward R. Murrow), George Clooney (Fred Friendly), Grant Heslov (Don Hewitt), Robert Downey jr. (Joe Wershba), Tom Mccarthy (Palmer Williams), Tate Donovan (Jesse Zousmer), Reed Diamond (John Aaron), Robert John Burke (Charlie Mack), Matt Ross (Eddie Scott), Jeff Daniels (Frank Stanton), Patricia Clarkson (Shirley Wershba), Ray Wise (Don Hollenbeck), Frank Langella (William Paley)", "", "Stati Uniti (2005)", "George Clooney, Grant Heslov", "(Panoramica/B&N): Robert Elswit", "brani di autori vari", "90", "Grant Heslov", "Mediafilm", "Murrow è l’eroe del film. Ed è utile ricordare che Clooney è figlio di un importante cronista della tv di quel tempo: il film è quindi un omaggio al padre e a un’intera generazione di giornalisti capaci di non piegare la schiena di fronte al potente di turno. E il potente con il quale Murrow si scontrò nel 1953 era un tipo pericoloso: il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy, demagogo abilissimo e anti-comunista ossessivo. Quali danni abbia fatto McCarthy, attraverso il suo famigerato comitato per le attività antiamericane, è noto. Soprattutto è nota la sua ingerenza a Hollywood, le persecuzioni di cui furono vittime decine di artisti e di intellettuali appena vagamente sospettati di simpatie per il comunismo. Ma i tentacoli del maccartismo arrivavano dovunque, e tentarono di strangolare Murrow quando questi raccontò in tv la storia di un pilota della marina, Milo Radulovich, espulso perché considerato ‘un rischio per la sicurezza’. Tirato in ballo, McCarthy reagì nell’unico modo che la sua rozzezza prevedeva: accusando Murrow di essere egli stesso al soldo dell’Unione Sovietica. Il senatore non sapeva ancora in quale ginepraio si era cacciato: Murrow e i suoi colleghi della Cbs lo attirarono nella trappola del diritto di replica, facendogli dichiarare tali e tante sciocchezze, e confutandole puntualmente, da indurre il Senato degli Stati Uniti a censurare il senatore e a deporlo dalla carica di presidente del suddetto comitato. L’attacco a Murrow fu per McCarthy l’inizio della fine.
Clooney ritaglia per sé il ruolo del produttore Fred Friendly (che bel cognome! Significa ‘amichevole’) e affida quello di Murrow al bravissimo David Strathairn; nel coro ci sono anche Robert Downey jr., Frank Langella, Jeff Daniels e tanti altri attori, tutti in splendida forma. Nessuno avrebbe potuto interpretare McCarthy, che vediamo solo in filmati d’epoca (tra cui quello, davvero emozionante, della puntata che Murrow e Friendly gli ‘dedicarono’). La struttura è quella della sit-com, non si esce mai dalla redazione della Cbs e appare evidente l’iniziale destinazione televisiva del film (Clooney voleva farne un tv-movie nello stile di Fail Safe). La sostanza politica è lampante, persino didascalica: un grido a favore della democrazia, della libertà d’espressione e d’informazione. Se l’anelito può sembrare ovvio riferito agli anni ’50 e alla caccia alle streghe, la sua forza è molto superiore se riferita all’oggi. Nell’epoca di Fox New e del ‘pensiero unico’ imposto dalle tv di Murdoch e dall’ideologia neo-con, Clooney sembra suggerire che oggi ci vorrebbero non uno, ma cento, mille, diecimila Murrow in grado di rinfacciare ai politici americani (e non solo) tutte le schifezze che combinano (…).", "America, 1953. Mentre il sen. McCarthy fa la caccia alle streghe contro i sospetti comunisti che vede dovunque, un giornalista tv, Edward R. Murrow controlla a vista con i suoi reportage il tasso democratico e morale del Paese. Duello a distanza (il politico è pavido, manda cassette registrate) tra due mondi e due modi di intendere la vita e il mestiere dell'informazione. Che bravo il liberal George Clooney: ha prodotto, diretto, in parte recitato e scritto (a raffica come ai tempi di Ben Hecht e Prima pagina) un film omaggio che affonda nel presente e mette in guardia contro le menzogne dei potenti, la censura. In un magnifico bianco e nero: raramente una redazione è stata così vera, i caratteri così tesi, le parole così pesanti, i valori così urgenti. Un attore straordinario è David Strathairn, Clooney gran caratterista, un concerto senza una stonatura.", "", "Gennaio", "20-21");
movie[4]= new Array (746291, "LA SECONDA NOTTE DI NOZZE", "La seconda notte di nozze", "tt0474917", "Pupi Avati", "Antonio Albanese (Giordano Ricci), Neri Marcoré (Nino Ricci), Katia Ricciarelli (Lilliana Vespero), Angela Luce (Suntina Ricci), Marisa Merlini (Eugenia Ricci), Robert Madison (Enzo Fiermonte), Tony Santagata (Ugo Di Dante), Sandro Dori (notaio Colliva), Mia Benedetta (Mariagrazia), Manuela Morabito (Estrelita), Valeria D'Obici (mamma di Clara)", "", "Italia (2005)", "Pupi Avati", "(Scope/a colori): Pasquale Rachini", "Riz Ortolani", "103", "Antonio Avati per DUEA Film/RAI Cinema", "01 Distribution", "Pupi Avati quando è buono rischia di diventare melenso, ma quando è cattivo è grande. La Seconda notte dì nozze, tratto dal breve romanzo del regista pubblicato da Mondadori, è cattivo. Un film avventuroso, elegiaco e bello che con delicatezza malinconica capovolge le idee convenzionali e dice cose dure, anche se non originali: che l’essere umano può diventare abietto, quando è affamato o alimentato da pregiudizi.
Katia Ricciarelli, protagonista debuttante, una vedova smarrita e appassita nella povertà del tempo seguito a Bologna alla seconda guerra mondiale, si dà a un cuoco per una zuppiera di tagliatelle, si vende in matrimonio al cognato che l’ha sempre amata. A Bologna mancano cibo, tetto, soldi, benzina; per strada la gente ruba bottoni altrui o pezzi d’automobili, le vie sono scassate e polverose, si dorme su giacigli in chiesa o nei vagoni dei treni. Si vive assai meglio nelle campagne del Sud, in Puglia, dove almeno c’è da mangiare. Proprietario di terre e di una masseria, ex ricoverato in manicomio ancora malato di nervi, sminatore del territorio infestato dalle mine antiuomo, abitante con due anziane zie prepotenti (sono Marisa Merlini e Angela Luce), Antonio Albanese è da sempre innamorato della moglie ora vedova di suo fratello. Quando, dopo lunghissimo silenzio, riceve una lettera della donna, la invita a casa con il figlio Neri Marcorè, giovanotto malandrino bugiardo e ladro, che presto scomparirà inseguendo idee di grandezza.
L’accoglienza agli ospiti è pessima da parte delle zie, ma Albanese mosso dall’antico amore non cede, sconfigge le parenti, sposa la donna così a lungo desiderata. Gli interpreti sono magnifici (Katia Ricciarelli, alla sua prima prova di attrice, è più che brava); il viaggio attraverso l’Italia, da Nord a Sud, evoca il secondo dopoguerra con le sue miserie e violenze; il rapporto tra madre e figlio, più indifferente e sfruttatore che affettuoso, è raccontato benissimo. Come narratore e come direttore di attori (sono le qualità indispensabili a un regista), Pupi Avati è davvero eccellente.", "Giordano di mestiere fa lo “sminatore”, cioè quello che disinnesca le mine inesplose rinvenute nei campi e nelle strade nel dopoguerra. È un po’ svanito, perciò viene considerato il più “sacrificabile”; e poi smina come un gioco e come per gioco tiene lontani i ragazzini che potrebbero farsi male. Ma Giordano, che vive in un paesino della Puglia con due zie decise e burbere che portano avanti l’azienda di famiglia (una confetteria), ha un sogno dal passato: Lilliana, della quale era innamorato da ragazzo, che poi sposò il fratello con il quale fuggì a Bologna e che tutti in famiglia hanno sempre considerato una poco di buono. Adesso Lilliana, vedova, piacente e costretta dalla vita ad arrangiarsi come può, con un figlio grande e imbroglione, si rifà viva. e decide di tornare in Puglia. Storia di un viaggio migratorio all’incontrario (dal nord al sud, ma soprattutto dalla città alla campagna, come accadeva durante e alla fine della guerra), La seconda notte di nozze di Pupi Avati ha l’aria di una favola di altri tempi, quelli in cui le differenze si potevano ancora riconciliare, i bisogni concreti regolavano sogni, i semplici non spostavano le montagne ma qualche cuore si. Scritto come sempre in punta di penna, con interpreti perfetti (Albanese, Marcorè, Katia Ricciarelli in versione popolana) e il bel ritorno dei due mostri sacri Angela Luce e Marisa Merlini.", "", "Gennaio", "27-28-29");
movie[5]= new Array (746298, "VAI E VIVRAI", "Va, vis et deviens", "tt0388505", "Radu Mihaileanu", "Moshe Agazai (Schlomo bambino), Moshe Abebe (Schlomo adolescente), Sirak M. Sabahat (Schlomo grande), Roschdy Zem (Yoram), Roni Hadar (Sara), Yael Abecassis (Yael), Mimi Abonesh Kebede (Hana), Raymonde Abecassis (Suzy), Rami Danon (Papy), Meskie Shibru Sivan (madre di Schlomo)", "", "Belgio/Francia/Israele/Italia (2005)", "Radu Mihaileanu in collaborazione con Alain Michel Blanc", "(Scope/a colori): Remy Chevrin", "Armand Amar", "145", "Denis Carot, Marie Masmonteil", "Medusa Film", "(…) E sì perché “Vai e vivrai” rispolvera, a vent’anni di distanza, una storia complessa e dimenticata. Sconosciuta ai più. Nonostante abbia coinvolto migliaia di persone costrette a una nuova ‘fuga dall’Egitto’ verso Israele. E la storia dei Falasha, i ‘senza terra’, gli ebrei dell’Etiopia che nel 1984 furono protagonisti della cosiddetta ‘Operazione Mosè’: una missione organizzata da Stati Uniti e Israele per riportare nella ‘terra promessa’ gli ebrei etiopi, vittime delle carestie e della fame. Una vera diaspora a piedi, attraverso le montagne, senza acqua né mezzi, in lotta con le malattie, fino ai campi profughi in Sudan dove li attendeva il ponte aereo per Israele. Ottomila di loro ce la faranno, altri quattromila moriranno tra l’Etiopia e il Sudan. Tra chi si salvò c’è Sirak Sababat, il protagonista del film, un ventiquattrenne, oggi attore di teatro in Israele, che in quel tragitto perse gran parte della famiglia e una volta arrivato ha vissuto le difficoltà dell’inserimento, compreso il razzismo delle frange religiose più integraliste.
“Ho lottato molto per sopravvivere - racconta l’attore -, avevo dieci anni e il viaggio è durato un anno. Ho visto persone morire e cose che un bambino non dovrebbe vedere mai. Dopo quello che ho vissuto mi sento vicino a chiunque soffra. Per questo sono solidale con gli israeliani come con i palestinesi: la religione viene dopo, prima c’è l’essere umano”. Questa la storia vera di Sirak. Nel film invece l’escamotage narrativo vuole il piccolo protagonista proveniente da una famiglia cristiana: sua madre, per salvarlo, lo affida a una donna ebrea che lo porterà in Israele dove il piccolo fingerà per tutta la vita di essere ebreo, affrontando persino dispute teologiche. Adottato da una famiglia di sinistra, aperta e democratica, il ragazzo conoscerà anche l’amore, la comprensione e l’impegno civile. “(…)
Giocando nuovamente sul tema del ‘falso’, come in “Train de vie”, dove gli ebrei fingevano di essere nazisti per salvarsi. “La menzogna per me è un tema ricorrente - spiega il regista - . Il mio vero cognome è Buchman, ma mio padre lo cambiò in Mihaileanu per sfuggire ai nazisti. Ho sempre avuto un doppio punto di vista. A mia volta io sono fuggito dalla Romania per scappare dal regime di Ceausescu. Passando da Israele sono arrivato in Francia, dove vivo. In principio, come il protagonista del film, mi sentivo straniero ovunque. Solo oggi so che tutto questo è una grande ricchezza”. (…)", "Radu Mihaileanu si è fatto ispirare per il suo film successivo al celebrato Train de vie da una grande storia vera. Quando alla fine del 1984 una massa di profughi da molti paesi africani flagellati dalla carestia si riversò nei campi sudanesi, e tra loro migliaia di ebrei etiopi (Falasha) in fuga dalla fame e dal regime di Menghistu, una brillante operazione israeliana sottrasse una grande parte di questi ultimi ai pericoli che correvano in una terra islamica integralista. I Falasha sono l'unica comunità ebraica in terra d'Africa ma anche gli unici ebrei di pelle nera. Le leggende sulla loro origine hanno ispirato Bob Marley e il culto dell'Etiopia come culla originaria della civiltà. Avevamo lasciato uno Schlomo internato nei campi di sterminio nazisti senza sapere se si sarebbe salvato (in Train de vie) e ne troviamo ora un altro. Viene dall'Etiopia con la mamma, non sono ebrei, sono cristiani, ma mentendo la madre riesce a caricare il figlio su un aereo della salvezza per Tel Aviv. L'infanzia, l'adolescenza, la giovinezza di Schlomo, che in Israele verrà accolto come un vero figlio da un'ignara famiglia di sefarditi francesi di sinistra, scorreranno all'insegna della menzogna. Il suo percorso di crescita, meglio reso dal titolo originale francese \"Va, vis et deviens\", lo porterà alla fine a \"diventare\" uomo, a ritrovare la verità. Dopo aver conosciuto, nella nuova patria, l'accoglienza e la generosità, ma anche la diffidenza di un nuovo apartheid.", "", "Febbraio", "03-04");
movie[6]= new Array (746305, "L'AMORE NON BASTA MAI", "Masjävlar", "tt0439695", "Maria Blom", "Sofia Helin, Ann Petrén, Willie Andréason, Kajsa Ernst, Inga Ålenius, Barbro Enberg, Peter Jankert, Joakim Lindblad, Lars G. Aronsson, Maja Andersson", "", "Svezia (2005)", "", "", "", "98", "Memfis Film Rights3 AB", "Teodora Film", "In L'amore non basta mai tutto comincia col ritorno di Mia, trentenne single in carriera a Stoccolma, nel paesello dove ha lasciato la famiglia d'origine. Una breve visita, giusto il tempo di festeggiare i settant'anni di papà; ma sufficiente a scatenare fuori del vaso di Pandora nevrosi, rivalità, gelosie e rancori lungamente sopiti. Non è Festen, il film-manifesto di Dogma '95: evidentemente, però, il cinema nordeuropeo ama i pranzi di famiglia con rese dei conti come dessert. Tra fiumi di vodka e altri alcolici a volontà, viene a galla la quieta disperazione di tre sorelle: Mia, rampante apparentemente realizzata, invece solitaria e incline agli abusi etilici; Eva, che sovrintende a tutta la famiglia ma è sempre sull'orlo di una crisi di nervi; Gunilla, appena separata e reduce da un viaggio a Bali, ancora euforica per l'avventura con un amante giovane. Candidato svedese agli Oscar 2006, L'amore non basta mai è un piccolo film ben recitato (le attrici calcano i palcoscenici di importanti teatri svedesi), che per buona parte della durata alterna con equilibrio toni drammatici e grotteschi. Più ambiziosa di quanto non appaia alla prima occhiata, la regista Maria Blom flirta con la vita e con la morte, tra minacce di suicidio e maternità inaspettate. La turbolenta festa di famiglia non terminerà senza un sacrificio umano. Difficile non sentire l'influsso del patriarca Bergman; anche se, a guardare meglio, l'opera seconda della Blom ricorda di più i film bergmaniani di Woody Allen.", "Lassù in Dalarna, o Dalecarnia come altri chiamano questa gelida regione centrale della Svezia, l'esordiente regista 34enne Maria Blom ha ambientato una tragicommedia dei sentimenti, dove «L'amore non basta mai» (il titolo italiano si riferisce ai rapporti familiari piuttosto che a quelli amorosi). Per i 70 anni del padre, la graziosa Mia che da tre lustri lavora Stoccolma torna nella casa avita con l'intenzione di fermarsi giusto il tempo della festa e ripartire il più rapidamente possibile. Ormai con i suoi ha poco da dirsi: babbo e mamma le vogliono un gran bene, ma lui taciturno e lei tutta presa dalla routine domestica non sanno neppure quale sia l'attività della figlia. Quanto alle sorelle maggiori, hanno fatto la scelta rinunciataria di non lasciare il luogo natio: e se la dolce Gunilla, di recente separata dal marito, non ha perso il gusto della vita, l'iperattiva Eva, pur felicemente sposata, non riesce a celare il risentimento e l'invidia per Mia, che crede privilegiata perché libera da vincoli. Al contrario, la giovane donna paga per la sua brillante carriera il duro prezzo della solitudine, ma nessuno sembra capirlo salvo una vecchia insegnante, il cui marito si è suicidato giusto dieci anni prima. E nella data fatale, in cui a un lieto anniversario già se ne sovrappone uno di segno funesto, accadrà di nuovo qualcosa di irreparabile, destinato a scompigliare i falsi equilibri. Nonostante il tema, «L'amore non basta mai» (designato a rappresentare la Svezia nella corsa all'Oscar per il film straniero) non ha niente a che spartire con le viscerali danze di morte del cinema bergmaniano. La Blom gioca il suo teatrino familiare in una chiave minimalista e quotidiana, dove le pulsioni interne affiorano appena alla superficie, in un costante sottotono da cui solo alla fine scatta la molla dell'emozione. Come in «Zio Vanja» di Cecov a un certo punto risuona uno sparo, però il vero dramma si rivela un altro. Sullo sfondo non pretestuale di un paesaggio innevato e contrappuntato da una colonna musicale non invadente, «Dalecarlians» è un piccolo film sentito e coerente che ha i suoi punti di forza nella veridicità dello spaccato provinciale, nella freschezza dell'approccio e nell'interpretazione di un bel gruppo di attori in mezzo al quale spicca Kajsa Ernst, un'Eva che a dispetto delle sue meschinità e ipocrisie trasmette una dolente umanità.", "", "Febbraio", "10-11");
movie[7]= new Array (746312, "LA SPOSA CADAVERE", "Corpse Bride", "tt0121164", "Tim Burton", "Victor Van Dort, Victoria Everglots, Neil e William Van Dort (genitori di Victor), Maudeline e Finis Everglot (genitori di Victoria), e gli altri protagonisti della storia animata", "", "Gran Bretagna (2005)", "John August, Caroline Thompson, Pamela Pettler", "(Panoramica/a colori): Pete Kozachik", "Danny Elfam", "80", "Warner Bros, Tim Burton Animation Co., Will Vinton Studios", "Warner Bros Italia", "Se l’aldilà fosse più allegro, più vivo, più colorato, soprattutto infinitamente più libero del nostro smorto al di qua? E se le spoglie dei nostri cari sopravvivessero, per così dire, in un susseguirsi di cocktail e di danze fra teschi canterini, vermi buontemponi, cagnolini scheletriti ma affettuosissimi (sissignori, quando muoiono anche le nostre amate bestiole finiscono proprio dove finiamo noi)? Mettere in immagini un ribaltamento simile non è da tutti, ammettiamolo. Ma siamo certi che proprio questa premessa così paradossale ha spinto Tim Burton verso la fiaba ebreo-russa adattata con grande libertà nel sofisticato e vorticoso “La sposa cadavere”. Nel mondo in cui vivono Victor e la sua promessa sposa Victoria, anche visivamente a cavallo fra la Praga di Kafka e la gelida Inghilterra vittoriana, le passioni sono infatti bandite e con esse le luci, i colori, il calore. Ma quando il loro matrimonio combinato si scombina, lui figlio di nuovi ricchi senza status, lei figlia di vecchi nobili spiantati, accade l’incredibile. Vagando sconsolato per i boschi; la fede nuziale in mano, il timido Victor si ritrova infatti ‘sposato’ senza volere a una giovane un po’ frollata ma ancora assai sexy, defunta proprio nel giorno delle nozze.
Un guaio per il povero Victor, che sull’altare si era scoperto innamorato della timida Victoria, vittima come lui di convenzioni e accordi fra adulti. Ma intanto Emily la sposa cadavere, che timida non è, lo trascina sottoterra dove - sorpresa! - si va di canzone in balletto, rallegrati dalle musiche spiritate del fedele Danny Elfman (sempre efficace anche se meno ispirato del solito). E da una folla di creature bizzarre che citano un po’ Edward Gorey e il Disney delle “Silly Simphonies” , un po’ i dolci e macabri freaks che Tim Burton scarabocchiava sul suo tavolo di disegnatore emarginato alla Disney, prima che quel caravanserraglio confluisse in “Beetlejuice” e soprattutto nelle figurine che accompagnano i suoi versi (‘Morte malinconica dei bambino ostrica’, Einaudi).
L’incontro-scontro fra i due mondi, coi loro modi opposti di intendere l’esistenza (calcoli, regole e menzogne nell’al di qua, danze, amori e bevute nell’aldilà), culmina in un faccia a faccia collettivo che sarebbe macabro se in quei morti viventi grandi e bambini non riconoscessero i loro cari perduti, con incontenibile gioia reciproca. È il momento più alto di un film realizzato come il musical-capolavoro “Nightmare Before Christmas” con la nobile e antica tecnica dello ‘stop motion’ (pupazzi veri, animati pazientemente fotogramma per fotogramma); ma più morbido, più smaltato, meno bizzao e inquietante del precedente exploit animato di Burton. Anche perché nel frattempo la tecnica si è evoluta, il movimento è a tratti fin troppo perfetto. Ma questi forse sono sofismi. “The Corpse Bride” è comunque un regalo.", "(…) A smentire chi considera l'animazione un genere minore, c'è più cinema qui che nella maggior parte dei film dal vero: movimenti di macchina arditi, inquadrature inventive, quella sagace articolazione dei punti-di-vista che fa il cinema d'autore. Come sempre in Burton, la vita va a nozze con la morte, il sorriso con quell'eccitante senso del \"creepy\" che fa un po' accapponare la pelle. Il Grand-Macabre (macabro sì, ma tutt'altro che lugubre o sinistro) mette in contrapposizione mondo dei viventi e mondo dei trapassati: triste, ingessato e represso il primo, festosamente anarchico e rumoroso il secondo. Colorato, soprattutto. Per le sfumature cromatiche dell'aldilà, Tim si è ispirato a Mario Bava; mentre Ray Harryhausen, pioniere della stop-motion, è il papà spirituale dell'intera impresa: tanto da essere evocato - in via un po' subliminale - nella marca del pianoforte suonato da Victor. Le citazioni abbondano; dalle \"Silly Symphonies\" di Walt Disney (la danza degli scheletri) a \"Via col vento\", a una quantità indefinita di musical. Morti o no, La sposa cadavere è puro divertimento per il pubblico infantile, col suo contorno di buffi trapassati e animali (il verme, il cane tutt'ossa) che non spaventano nessuno. Ma se si può parlare di film d'animazione \"adulto\" è perché Burton sfiora anche, con intensa delicatezza, temi importanti come il lutto, la difficoltà d'amare, i pregiudizi, la difesa dei sogni contro i tutori della vita grigia.", "", "Febbraio", "17-18");
movie[8]= new Array (746319, "OGNI COSA È ILLUMINATA", "Everything Is Illuminated", "tt0404030", "Liev Schreiber", "Elijah Wood, (Jonathan), Eugene Hutz (Alex), Laryssa Lauret (Lista)", "", "Stati Uniti (2005)", "Liev Schreiber", "Matthew Libatique", "", "102", "Warner Independent Pictures, Telegraph Films, Stillking Films", "Warner Bros Pictures Italia", "Il titolo del bel libro-caso autobiografico di Safran Foer e del commovente film di Schreiber dice che dobbiamo essere illuminati dal passato, ritrovare le radici e lo spirito di appartenenza, morale e materiale: l'importanza della Memoria, la collezione degli oggetti e degli affetti. E' così che un giovane americano miope e imbranato parte per Odessa alla ricerca di un paesino scomparso della misteriosa donna che in guerra salvò la vita al nonno ebreo. Ricerca-iniziazione ai segreti dell'amicizia e maturazione, viaggiando con una speculare strana coppia nonno-nipote ucraina. Il film parte con brio alla Kusturica, stupisce, si fa struggente ricordo del male e del bene, omaggia la Madre terra, mixa allegria e tristezza, con due ragazzi fantastici, l'ex hobbit Elijah Wood e Eugene Hutz, irresistibile musico punk.", "Un giovane americano, collezionista compulsivo di oggetti che conserva in bustine di plastica, si reca ad Odessa alla ricerca delle terre dove è nato e vissuto suo nonno prima di emigrare in America. È ebreo. Si chiama Jonathan Safran Foer. Se vi sembra un nome già sentito, avete ragione. È il giovanissimo, ma già famoso scrittore di Ogni cosa è illuminata pubblicato da Guanda. Un libro fortemente autobiografico dal quale Liev Schreiber, attore (The Manchurian Candidate) all'esordio nella regia, ha tratto un film doppiamente autobiografico: perché quella è la storia della famiglia di Foer, ma anche la sua; anche i parenti di Schreiber sono ebrei arrivati in America dall'Ucraina. Il risultato è un'emozione multipla: regista e scrittore condividono la propria immersione nel passato con gli attori, perché anche gli interpreti russi dei personaggi che Foer incontra in Ucraina sono esuli, cittadini americani che tornano nell'ex Urss natìa. Pur ricostruita in Repubblica Ceca, l'Ucraina di \"Ogni cosa è illuminata\" è un territorio fiabesco, la culla dell'umanità in tutte le sue grandezze e tutte le sue crudeltà. Il film è bellissimo, inizia come una commedia sullo \"scontro culturale\" e termina come una riflessione tragica sul passato. Foer è interpretato da Elijah Wood, il Frodo Baggins del \"Signore degli anelli\", che dopo \"Sin City\" (dove era un killer psicopatico) continua a costruirsi un'identità di attore dopo lo strepitoso successo del kolossal di Peter Jackson.", "", "Febbraio", "24-25");
movie[9]= new Array (746326, "NIENTE DA NASCONDERE", "Caché", "tt0387898", "Michael Haneke", "Daniel Auteuil (Georges), Juliette Binoche (Anne), Maurice Benichou (Majid), Annie Girardot (madre di George), Bernard Le Coq (caporedattore alla televisione), Walid Afkir (figlio di Majid), Lester Makedonsky (Pierrot), Daniel Duval (Pierre), Nathalie Richard (Mathilde), Denis Podalydes (Yvon), Aissa Maiga (Chantal)", "", "Austria/Francia/Germania/Italia (2005)", "Michael Haneke", "(Panoramica/a colori): Christian Berger", "", "117", "Les Films du Losange, Wega Film, Bavaria Film, Valerio De Paolis", "BIM Distribuzione", "A Cannes questo ossessivo e magistrale thriller di Haneke, il più perfido talento del cinema europeo, rischiò la Palma e vinse un meritatissimo premio alla regìa. E' l'incubo di una famiglia borghese-intellettuale che si vede arrivare a domicilio cassette sulla loro vita day by day. Paura. C'è da dipanare un mistero. Sarà possibile? Molte e inevase le domande sulla codardia radical chic francese, sul rimosso trauma algerino, sui conflitti generazionali, etc.
Che ci sia Camus tra gli sceneggiatori occulti? Ma quella che è sconvolgente è la tenuta della tensione morale e materiale, l'inquadrare dubbi & memorie, rancori & rimorsi, ineffabili coppie di tormento. L'austriaco Haneke ne sa più di Freud e col cinema rovista dentro la psiche, un viaggio allucinante ma non solo metaforico, pieno di colpi di scena. Auteuil e la Binoche meritano qualunque premio. Attenzione al finale.", "Premiato a Cannes per la miglior regia, Niente da nascondere è contemporaneamente un thriller e una riflessione sul potere dell’immagine. Non a caso il protagonista, Georges, conduce un programma in tv. Un giorno cominciano ad arrivargli misteriose cassette: qualcuno spia la sua vita e gliela manda in video, circondata da un crescente alone di minaccia. Conducendo un’indagine in proprio, l’uomo scopre che l’anonimo persecutore è a conoscenza di un episodio poco edificante della sua infanzia, da lui stesso rimosso. A Michael Haneke, però, lo scioglimento del mistero importa assai meno di altre domande: chi guarda chi? c’è differenza tra osservare e essere osservati? Che non si tratti di un giallo, del resto, lo dimostra la noncuranza per il luogo in cui sono piazzate le telecamere-spia, che nella realtà sarebbe facilissimo individuare. Con sadica intelligenza, il regista mischia di continuo i piani di realtà e rappresentazione; stai assistendo a una scena “dal vero” e all’improvviso le immagini accelerano: era una cassetta. Più dialogato di suoi altri film, questo è anche un apologo sul potere della parola. Dove ogni parola ha un suo peso specifico e dove il detto e il non detto scava un solco sempre più profondo tra Georges e sua moglie Anne. Il momento più bello è un dialogo tra il protagonista e la madre; non manca una scena-shock nel più puro stile Haneke, mentre l’epilogo resta aperto, lasciando a ogni spettatore la possibilità — e la responsabilità — di trarre le proprie conclusioni.", "", "Marzo", "03-04-05");
movie[10]= new Array (746333, "LA ROSA BIANCA", "Sophie Scholl - Die letzten Tage", "tt0426578", "Marc Rothemund", "Julia Jentsch (Sophie Scholl), Fabian Hinrichs (Hans Scholl), Gerald Alexander Held (Robert Mohr), Johanna Gastdorf (Else Gebel), André Hennicke (Roland Freisler), Florian Stetter (Christoph Probst), Johannes Suhm (Alexander Schmorell), Maximilian Bruckner (Willi Graf), Lilli Jung (Gisela Schertling)", "Drama/War", "Germania (2005)", "Fred Breinersdorfer", "(Panoramica/a colori): Martin Langer", "Reinhold Heil, Johnny Klimek", "117", "Goldkind Film Produktion", "Istituto Luce", "La Germania salvata da un gruppo di giovani. Sono i ragazzi della Rosa bianca il piccolo gruppo di resistenza antinazista che per pochi mesi, a partire dal 1942, tentò di risvegliare la coscienza di un popolo inebetito dalla dittatura. A loro, e in particolare alla ventunenne Sophie Scholl, finita sulla ghigliottina per aver distribuito alcuni volantini «sovversivi» è dedicato il toccante film dì Marc Rothernund. Passione e morte consumate nel giro di pochi giorni. La stampa del materiale proibito, nel febbraio del ‘43, con la denuncia dei massacri sul fronte orientale, la decisione temeraria di non limitarsi alle spedizioni via posta, ma di passare alla diffusione diretta, insieme al fratello Hans, nei corridoi dell’Università. Una piccola indecisione, un gesto di troppo e arriva subito l’arresto. I due vengono immediatamente portati nella sede della polizia, interrogati a lungo, intimiditi con forti pressioni psicologiche. Al centro del film è sempre la sorte di Sophie: si sforza di tener testa all’inquisitore, arriva a fare appello alla sua coscienza, difende la giustezza di quanto ha compiuto. Ed è proprio durante queste lunghissime ore di scontro verbale che la giovane si convince ancora di più di aver seguito l’unica via possibile per se stessa e per la Germania. Una convinzione che non viene meno neppure durante il processo-farsa, che si conclude con la condanna a morte per lei, per Haus e per l’amico Christoph. Assistiamo a questa salita al Calvario con profonda, crescente angoscia; Rothemund è stato attento a recuperare i verbali d’epoca, ricostruendo un’atmosfera di plumbea, irreparabile pesantezza. Un popolo, una nazione precipitati nell’Inferno: Sophie e suoi amici, con il loro sangue hanno iniziato a lavarne i peccati.", "Il cinema tedesco si è già occupato della «Rosa Bianca», quel movimento di resistenza che radunò a Monaco un gruppo di universitari decisi, nel ’43, di fare appello all’opinione pubblica contro il nazismo. Una prima volta se ne occupò Michael Verhoeven con Die weisse Rose, sulla organizzazione del movimento, una seconda volta Percy Adlon con Funf lezte Tage, sugli ultimi cinque giorni di Sophie Scholl, la protagonista di quella resistenza, visti però attraverso il racconto della sua compagna di cella. Né l’uno né l’altro sono arrivati nelle nostre sale, ci arriva invece questo di oggi, il più diretto, che, con la regia di Marc Rothermund e con il contributo per la sceneggiatura di Fred Breinersdorfer, ci racconta quegli ultimi giorni di Sophie Scholl patiti però direttamente da lei e svolti sulla base dei documenti finora inediti, sia degli interrogatori in carcere dopo l’arresto, sia del processo che si sarebbe concluso con una condanna a morte per decapitazione insieme al fratello e a un altro universitario. Un racconto serrato, drammatico, che fa sempre trattenere il fiato. Prima la distribuzione all’università dei volantini per invitare i tedeschi a guardare in faccia la disperante realtà di quella guerra voluta dalla follia di Hitler. Poi, dopo l’arresto, il lungo angoscioso interrogatorio di Sophie da parte di un investigatore della Gestapo in cui consiste quasi tutto il film. All’inizio la ragazza mente, per difendere non solo sé stessa ma il fratello e il collega, in seguito, visto che hanno le prove contro di lei, la fiera decisione non solo di dire tutto ma di rivendicare quei principi di libertà e di democrazia che l’avevano convinta ad opporsi al nazismo. Ribaditi subito dopo al breve processo sommario presieduto da una specie di boia travestito da magistrato. Si ascoltano molte parole ma, sia la sceneggiatura sia la regia, son riuscite a fare in modo non solo di rendere dinamiche anche le situazioni più statiche, ma di evocarvi attorno delle atmosfere di fortissima tensione. In cifre così calde e appassionate che riescono a un certo momento a turbare perfino l’investigatore della Gestapo, pronto, essendo un padre di famiglia, a salvare Sophie se rinnegherà la sua battaglia. Ricevendone naturalmente un rifiuto coraggioso.
Dà volto a Sophie un’attrice tedesca, Julia Jentsch, forse non bella ma singolarmente abbellita dalla vitalità di una mimica che sa esprimere tutte le sfumature necessarie al personaggio: dalla ribellione, alla fermezza. Con accenti commoventi.", "", "Marzo", "10-11");
movie[11]= new Array (746340, "SHANGHAI DREAMS", "Qing hong", "tt0456658", "Xiaoshuai Wang", "Yuanyuan Gao, Qing Hong, Bin Li, Xiao Gen Er", "", "Cina (2005)", "Xiaoshuai Wang", "Di Wu", "Wu Zhang", "123", "Li Pi", "Teodora", "Con il cinema, attraverso il cinema, stiamo imparando a conoscere (chissà con quale esattezza o con quante alterazioni), la storia antica (L’imperatore e l’assassino) e moderna (L’ ultimo imperatore, Il re dei fanciulli) della Cina. Shanghai Dreams di Wang Xiaoshuai ha come sfondo un esilio, una migrazione coatta meno nota di altre: a metà degli Anni Sessanta, temendo uno scontro con l’Unione Sovietica, il governo cinese trasferì alcune fabbriche in lontane province dell’interno. Intere famiglie furono costrette ad abbandonare le grandi città industriali: anche quella del regista (già autore de Le biciclette di Pechino) che da Shanghai venne costretta a trasferirsi nella provincia di Guizou. Vent’anni dopo è collocato il conflitto di generazioni e di sessi del film. Il padre di una famiglia vuol tornare a Shangai, nella speranza di una vita migliore per i figli, in particolare per il figlio maschio; la figlia diciannovenne non vuole partire dal luogo dove è cresciuta, ha i suoi amici, ha incontrato l’amore e sognato la libertà. È il primo scontro grave tra padre e figlia, il primo-rifiuto di lei a una mentalità rigida che non intende tener conto della personalità altrui ma tende piuttosto ad annullarla, la prima opposizione del resto assolutamente vana alla tradizione resistente che vede le figlie femmine come un ingombro superfluo rispetto alla importanza dei figli maschi. La condizione famigliare e sociale della donna in Cina non pare cambiata durante vent’anni. Benché rispecchi un conflitto, il film premiato al festival di Cannes è raffinato ed elegante, d’una tenera malinconia, capace di far cogliere le sfumature più delicate e intense della solitudine delusa; e la protagonista è molto brava.", "Premio della Giuria a Cannes, un film sullo sfondo di un pezzo mal conosciuto della recente storia cinese. La diciannovenne Qing Hong è nata e vive nella provincia di Guizhou, regione povera della Cina dove, negli anni 60, il governo aveva decentrato le fabbriche per costituire una “terza linea di difesa” in caso di guerra con l’Unione Sovietica. Ora i suoi genitori, ex-rivoluzionari delusi, sognano il ritorno a Shanghai. Il che, per la fanciulla, significa rinunciare ai luoghi dell’infanzia e agli amici con cui è cresciuta; ad aggiungere sofferenza agli addii, si somma la rottura sentimentale obbligata col suo primo amore, che non piace a papà.
Se il film precedente del cineasta, Le biciclette di Pechino, era post-neo realista, questo rientra nella tradizione del melodramma per il continuo “crescendo” con cui articola gli eventi. Wang Xiaoshuai possiede in abbondanza il talento della narrazione filmica, come dimostra l’abilità nello sfruttare i “tagli” temporali e il fuori-campo per far crescere la tensione e la partecipazione emotiva dello spettatore. La fotografia è bella e le luci, particolarmente curate, immergono i personaggi in un’indefinibile atmosfera di malinconia. Non ultimo merito, il regista dirige gli attori con sobrietà, rendendo credibili e coinvolgenti i personaggi.
A partire da Gao Yuanvauan, che a casa sua è una modella di successo ma, nella parte dell’infelice eroina, non era per niente un prodotto della globalizzazione.", "", "Marzo", "17-18");
movie[12]= new Array (746350, "CRASH - CONTATTO FISICO", "Crash", "tt0375679", "Paul Haggis", "Sandra Bullock (Jean Cabot), Brendan Fraser (Rick Cabot, marito di Jean), Don Cheadle (Graham Waters), Matt Dillon (Ryan), Thandie Newton (Christine Thayer), Ryan Phillippe (Tommy Hanson), Jennifer Esposito (Ria), Terrene Dashon Howard (Cameron Thayer), William Fichtner (Jake Flanagan), Chris \"Ludacris\" Bridges (Anthony), Karina Arroyave (Elizabeth), Larenz Tate (Peter Waters), Dato Bakhtadze (Lucien)", "", "Stati Uniti/Germania (2004)", "Paul Haggis, Bobby Moresco", "(Panoramica/a colori): J. Michael Muro", "Mark Isham", "107", "Sarah Finn, Andrew Reimer, Don Cheadle, Cathy Schulman, Robert Moresco, Bob Yari, Mark R. Harris, Paul Haggis", "Filmauro", "Un’opera prima americana addirittura travolgente. E splendida. La firma del resto, anche come regista, uno sceneggiatore della tempra di Paul Haggis, candidato all’Oscar per Million Dollar Baby... Trentasei ore a Los Angeles. Anche di giorno, perciò, ma sembra sempre notte perché tutto è buio e tutto è nero, non solo moralmente. Il tema è l’intolleranza, specie quella provocata da sentimenti razzisti. Molti personaggi afroamericani, perciò, a confronto con bianchi. C’è un poliziotto (interpretato da Matt Dillon) che sfoga sui neri, quasi con sadismo, certi suoi problemi familiari (un padre malato che non riesce a far curare dall’assistenza pubblica). C’è un procuratore distrettuale (Brenda Fraser) pronto a far carte false, anche a danno dei neri, pur di garantirsi una rielezione, mentre lo affligge una moglie (Sandra Bullock) intollerante oltre ogni limite nei confronti della gente di colore. C’è un regista televisivo afroamericano (Terrence Howard) che si lascia umiliare dai bianchi nonostante sua moglie (Thandie Nelson) se ne indigni. E c’è un altro poliziotto, anche lui di colore (Don Cheadle), che, pur costretto a confrontarsi a sua volta con problemi familiari, cerca di difendere dovunque i principi dell’integrazione. Per concludere con uno dei pochi poliziotti bianchi pronto a contrastare l’intolleranza e portato invece, per un equivoco, a uccidere proprio un nero. Varie storie. Alcune si intrecciano fra loro, favorendo qualche resipiscenza, altre, pur restando a margine, inserendosi molto abilmente in un contesto fatto svolgere sempre con abilità. Caratteri tutti ben delineati, situazioni in cui, con sapienza, si alternano le concitazioni e le pause, in cifre in cui il male, quasi fatalmente, sembra sempre prevalere sul bene (con una sola eccezione, data quasi come miracolosa). Mentre la regia, con segni forti, lontanissimi dagli impacci di un esordio, porta avanti i vari drammi in atmosfere sempre cupe in cui, anche quando la polemica non si affaccia in primo piano, sa insinuare, dal fondo, gli accenti di un razzismo strisciante che tutto avvolge. Con pessimismo totale. Lo evidenziano, oltre ad immagini sempre buie (di J. Michael Muro), delle musiche, dei canti e delle canzoni (di Mark Isham) che, volutamente in contrasto con quei fatti, li sottolineano con echi dolci, non dissimili però da una «lamentazione». Tutti gli interpreti, naturalmente, corrispondono ai climi predisposti dalla sceneggiatura e dalla regia. Ciascuno, anche nei momenti più negativi (Matt Dillon), pronto a svelare umanità dolenti.", "Due giorni nel calderone di Los Angeles arroventato dal razzismo. Neri che investono coreani e neanche se ne accorgono, poliziotti bianchi che fermano e umiliano coppie di colore colpevoli di guidare auto di lusso, iraniani puntualmente presi per arabi e pronti a rivalersi sul fabbro latino che non ha saputo proteggerli dai furti. E poi giù col rovescio della medaglia: lo sbirro palpeggiatore si rivela un eroe; il giudice “wasp” che si è visto rubare il Suv da due neri («Non diamo la notizia: perderei i voti dei black e dei conservatori») cerca un afroamericano da premiare, per propaganda; la bella signora che teme di passare per razzista se ha, magari giustamente, paura di due tipacci di colore, scopre che la sua sola amica è la tata messicana; e via dipanando l’arruffatissima matassa di odio, calcoli, pregiudizi, convenienze reciproche. Nessuno è tutto d’un pezzo, anche il migliore può provocare una tragedia, e viceversa. Il partito preso è forte (come in un girotondo, sono sempre gli stessi personaggi a passarsi il testimone); ma l’esordiente Haggis, navigato sceneggiatore, sa tenerci col fiato sospeso. E se le immagini non sono sempre memorabili, era difficile mostrare con più acutezza il dritto e il rovescio di ogni scena (e di ogni conflitto). Un film dibattito, certo. Ma di forza e intelligenza inconsuete.", "", "Marzo", "24-25");
movie[13]= new Array (746357, "ZUCKER... COME DIVENTARE EBREO IN SETTE GIORNI", "Alles auf Zucker!", "tt0416331", "Dani Levy", "Henry Hubchen, Hannelore Elsner, Udo Samel, Golda Tencer, Sebastian Blomberg", "", "Germania (2004)", "Dani Levy e Holger Franke", "", "Niki Reiser", "90", "Manuela Stehr", "Lady Film", "Alla lunga e ricca tradizione cinematografica dell' umorismo ebraico, che ha trovato, tra i tanti, i corifei in Ernst Lubitsch, Mel Brooks e Woody Allen, si aggiunge oggi un irridente ed eclettico regista, Dani Levy, ex pagliaccio e chitarrista rock nonché sceneggiatore e autore di Zucker!... come diventare ebreo in 7 giorni. Quarantottenne di Basilea e residente a Berlino, da dove i suoi genitori erano fuggiti nel '39, Levy ha diretto un film affidato ai caratteri di due fratelli ebrei diversissimi e uniti solo dal desiderio di impossessarsi della stessa eredità. I due protagonisti del film, nati a Berlino, divisi dal muro nel ' 61, rappresentano due poli opposti: Jacob ha mutato nome e ha reciso ogni legame con il club ebraico d' origine da quando la madre era fuggita con l' altro figlio Samuel a Ovest, lasciandolo a cavarsela da solo. Cronista sportivo della Germania dell' Est e giocatore incallito di biliardo, alla morte della madre e ormai nell'identità del suo Jackie Zucker, Jacob deve vedersela giocoforza con il severo Samuel. Perché la defunta ha posto come clausola del testamento che i due fratelli dovranno riconciliarsi, superare ogni scontro sulle opposte scelte di vita e, solo allora, potranno entrare in possesso di quanto entrambi reclamano. «Il successo del film e l'interesse che ha generato, tanto che anche gli Stati Uniti lo hanno acquistato - spiega il regista - derivano dal fatto che la storia rompe diversi tabù: parla di ebrei in Germania senza dipingerli come vittime; affronta una certa nostalgia per il comunismo; ironizza sui riti della religione e della famiglia ebraica, ma sempre in seno al canovaccio da commedia degli equivoci poco ortodossa e contemporanea. E la storia, infine, dimostra che gli ebrei si trattano senza imbarazzo, sono spesso \"politically uncorrect\" e autoironici. Perché l'umorismo ebraico guarda alla gente sfacciatamente, ma senza scivolare nel ridicolo e sempre con passione».", "Sono dovuti passare oltre sessant’anni e la caduta del Muro perché in Germania venisse realizzato un film come Zucker! di Dani Levy, che mette in scena in modo spregiudicato le contraddizioni di un clan mezzo yiddish, mezzo no. Allungando la sua ombra nera fino ai giorni nostri, la tragedia dell’Olocausto aveva fatto, dell’umorismo ebraico un rimosso della cultura tedesca. Diamo dunque il benvenuto a una commedia che, come dimostra il successo di pubblico e critica ottenuto in patria, rappresenta un allegro segnale di rottura.
Si comincia in stile Viale del tramonto, con un «io narrante» che parla non proprio dall’oltretomba, ma quasi.
È il berlinese Jacob Zucker, alias Jackie, che spiega perché è finito in coma in un letto d’ospedale. Dal racconto della sua ultima settimana di vita si arguisce che questo ex cronista sportivo tv, famoso nella DDR, dopo la riunificazione è diventato un tipo inaffidabile. Bugiardo, giocatore accanito di biliardo e indebitato per 44.500 euro, Jackie ha una moglie «goim» (non ebrea) decisa a buttarlo fuori di casa, un figlio bancario che è suo creditore e una figlia ragazza madre che non gli rivolge la parola. La salvezza sembrerebbe rappresentata da una gara di biliardo con un’alta posta di gioco che gli risanerebbe le finanze, ma dove pescare i soldi per l’iscrizione? E in tutto questo giunge un telégramma da Francoforte: la mamma è morta e secondo le sue volontà testamentarie, i figli Jackie e Samuel potranno ereditare solo se la seppelliranno insieme secondo tradizione, recuperando il rapporto affettivo interrotto quarant’anni prima quando muro li divise, il primo all’est, il secondo all’ovest. In barba alle regole imposte dal lutto, per partecipare alla gara Jackie tenterà con ogni trucco di sfuggire al controllo dell’osservante Samuele e dell’ultraortodosso nipote. Zucker è un film divertente con un ottimo interprete protagonista, Henry Hubchen, e buoni attori di contorno. Fra le vittime della mannaia hitleriana, la commedia yiddish, a lungo esiliatasi nel cinema americano, sta finalmente risorgendo là dove era nata.", "", "Marzo", "31-01");