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thisYear= 2005; // Anno Corrente
// Elenco dei film attualmente in programmazione
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movie[1]= new Array (746171, "MILLION DOLLAR BABY", "Million dollar baby", "tt0405159", "Clint Eastwood", "Clint Eastwood (Frankie Dunn), Hilary Swank (Maggie Fitzgerald), Morgan Freeman (Eddie ‘Scrap-Iron’ Dupris)", "Drammatico", "Stati Uniti (2004)", "tratto da un racconto della raccolta “Lo sfidante” di F.X.Toole", "Tom Stern", "Clint Eastwood", "137", "Albert S.Ruddy, Tom Rosenberg, Paul Haggis", "01 Distribution", "Mirando al cuore del sottobosco dello sport più frequentato dal cinema, la boxe, Eastwood fa uno dei suoi film più scarni, amari, puri, senza dar conto né far sconti. Un classico, alla Hawks, in cui l’azione non ha luogo né tempo: siamo nell’eternità dei primari sentimenti (americani). Un vecchio allenatore si prende cura quasi filiale di una giovane che vuole boxare: entrambi saranno fedeli alle loro promesse finché morte non li separi. Film di poche, essenziali parole, compresa quella, non sempre ascoltata, di Dio: un ritratto impietoso di un angolo sperduto del Grande Paese, in cui Morgan Freeman fa la voce della coscienza e Hilary Swank è ancora sorprendente. Clint ormai è di misura essenziale, gli basta uno sguardo, dentro c’è tutto.", "Un vecchio allenatore che sa insegnare ai suoi pugili a vincere e a proteggere se stessi, al punto di non voler mai rischiare che vengano massacrati negli incontri per il titolo.
Una ragazza testarda, troppo vecchia (32 anni) per intraprendere la carriera di pugile professionista, ma accanita nel voler riscattare la sua vita squallida di white trash.
Un ex pugile, che si ritirò quando perse un occhio in un incontro, e che fa il custode della palestra dove vive. Frankie, Maggie e Eddie “Ferrovecchio”, tre solitudini ostinate che si alleviano a vicenda e si intrecciano nel quadrato polveroso dell’Hit Pit, la palestra di Frankie sepolta in un sobborgo anonimo di Los Angeles. Potrebbe essere un posto qualunque degli Stati Uniti, non è metropoli, è un buco qualsiasi dove la gente si rifugia per scappare dai conti della propria vita, per trovare altri randagi ringhiosi sui quali contare. Narrata dalla voce off di “Ferrovecchio”, un Morgan Freeman che sa scavare nelle pieghe dell’umanità, la storia di Million Dollar Baby (la ragazza da un milione di dollari) non è una storia di pugilato, ma molto di più. Il pugilato è solo la metafora di una scommessa con la vita che non ha mai fine, di un “allenamento” interiore che ti consente di essere te stesso, con dignità, fino in fondo, di un’etica che travalica il “cattivo” senso comune e l’orrore del mondo. E la palestra (ricostruita in un vecchio magazzino e invecchiata ad arte dallo scenografo ottantanovenne di Eastwood, Henry Bumstead) è il non-luogo dove tenere vivi se stessi e un minimo di decenza e di solidarietà. Fuori, l’inferno: gli inferni privati di Maggie, che si ammazza facendo la cameriera e manda soldi a una famiglia fisicamente e moralmente orribile, e di Frankie, che continua a scontare gli errori del passato e a cercare una figlia che non vuole più saperne di lui, e quelli collettivi di una Chiesa che non vuole capire e di un’istituzione medica che fa il suo lavoro con cieca freddezza. Come accadeva in Mystic River, anche qui Clint Eastwood (regista e protagonista) parte da un racconto di genere (dalla raccolta Lo sfidante di F.X. Toole, sceneggiato da Paul Haggis) per allargare lo sguardo alle pieghe più nascoste e alle piaghe di una società che non è più a misura d’uomo. È l’unico autore oggi che sa guardare al cuore della società americana e colpirne a fondo l’ipocrisia: in Million Dollar Baby si respira l’aria di Un mondo perfetto (anche se questo è un film “da camera”, mentre quello era tutto di spazi aperti, per la stupefatta disperazione con cui osserva le dinamiche familiari), di Potere assoluto (per il doloroso rapporto padrefiglia), di Gli spietati (non solo per l’antica complicità tra Eastwood e Freeman, ma anche per l’acre fotografia di un mondo esterno, “legale”, che non ha alcun rispetto per l’uomo). Ed è, ormai, l’unico autore classico americano, che sa coniugare il genere con un forte assunto morale, l’unico erede di John Ford, che sa farci piangere con delle piccole storie private che racchiudono il mondo intero e sa far uscire di scena i suoi eroi malconci, comunque, a testa alta.", "Commissione Nazionale Valutazione film:
Per Clint Eastwood l’età vera non è quella anagrafica ma quella del cuore, della capacità di mettersi in ascolto degli altri, dei più sfortunati, e di partecipare al loro dolore. (...)
Quando il momento della felicità sembra vicino, il destino avverso arriva a ricacciarli indietro. Ed è allora il momento delle scelte morali troppo grandi e difficili. Frankie é credente, va in chiesa, fa al parroco domande che necessitano di lunghe risposte, ma il tempo non c’è più. Arriva l’eutanasia, certo. Ma non come soluzione ideale, come fatto ‘normale’ e come incitamento a ripeterla. Frankie compie il gesto sbagliato, e ne è cosciente. Aspro, intenso, capace di raffigurare la passione straziata di esistenze afflitte dalla solitudine e di accompagnarle verso una lontana speranza, il film pone domande, mai gratuite, dentro una cronaca lucida, scarna, coraggiosa. Dal punto di vista pastorale, il film é da valutare come discutibile, problematico e adatto per dibattiti.
Il film è da utilizzare in programmazione ordinaria, e da recuperare per i molti spunti che offre in ordine al delicatissimo tema dell’eutanasia.", "Settembre", "30-01");
movie[2]= new Array (746179, "HOTEL RWANDA Una storia vera", "Hotel Rwanda", "tt0395169", "Terry George", "Don Cheadle (Paul Rusesabagina), Sophie Okonedo (Tatiana), Joaquin Phoenix (Jack), Nick Nolte (colonnello Oliver), Desmond Dube, David O’Hara, Cara Seymour, Fana Mokoena, Hakeem Kae-Kazim, Tony Kgoroge, Jean Reno, Roberto Citr", "Drammatico", "Gran Bretagna/Sud Africa/Italia (2004)", "Keir Pearson & Terry George", "Robert Fraisse", "Andrea Guerra, Rupert Gregson Williams, Sound System", "121", "A. Kitman Ho, Terry George", "Mikado Film", "Il Ruanda è un paese dell’Africa centrale, che da colonia tedesca diventò protettorato belga dopo la prima guerra mondiale. Alimentata dai colonizzatori europei in chiave di “divide et impera”, la contesa fra le etnie locali degenerò nell’aprile 1994 in un genocidio nel corso del quale gli Hutu massacrarono a colpi di machete quasi un milione di appartenenti alla tribù dei Tutsi. Di tale orrore l’occidente, che in altre recenti occasioni si è mobilitato per molto meno, non prese in pratica atto. A riportare all’attenzione quella tragedia arriva oggi un film di esemplare impatto civile e spettacolare, “Hotel Rwanda” di terry George, che ha al centro Paul Rusesabagina, all’epoca direttore di un albergo di Kingali nel quale trovarono scampo mille perseguitati. Impersona questo Schindler africano l’attore Don Cheadle, giustamente candidato a un Oscar che meritava di vincere, e ne fa il classico uomo tranquillo che scopre in sé inaspettate risorse, contrapponendo al caos una coscienza vigile e un coraggio a tutta prova. Hutu sposato a una Tutsi (Sophie Onekedo), Paul crede nella civiltà: ha studiato in Europa, conosce le lingue, è vestito in modo inappuntabile e sa essere discreto, ma quando comincia la carneficina, e con la sua stessa famiglia in pericolo, il mondo di sicurezza va a pezzi. A proteggere i Tutsi rifugiati nell’albergo ci sarebbero i caschi blu dell’Onu comandati da un animoso ufficiale canadese (Nick Nolte), che però ha l’ordine (assurdo, vista la situazione) di non sparare. E tuttavia, continuando a operare in un’apparenza di normalità mentre montano il disordine a la violenza, Paul riesce in un’impresa che pareva impossibile. senza pietismi né ricercatezze, ma a far accapponare la pelle basterebbe la notizia che i ribelli massacrano i bambini negli asili per cancellare la razza. Di fronte a questo referto semplice e teso l’emozione prende la gola, e si vorrebbe che diventasse una regola universale l’affermazione finale di Rusesabagina. Il quale avendo riempito l’albergo ben oltre il limite della capienza, sostiene che “c’è sempre posto” per salvare chi è in pericolo.", "Se il cinema ha ancora un senso morale, il valore di una lezione di storia che insegna la materia della dignità, il film di Terry George è un capoclasse. Racconta l’eroismo casual di un manager di un hotel a 4 stelle, Schindler africano, che nel ’94 salvò la vita a 1268 persone durante il genocidio al machete dei Tutsi da parte degli Hutu. Una follia etnica che l’Occidente guardava al TG continuando poi a mangiare. Ora dà vita a un film teso, appassionante, senza un attimo di tregua, dove la storia è così assurda che, nei risvolti narrativi, sembra scritta per il cinema e non accaduta in diretta. Strepitoso Don Cheadle, che si è preso l’anima dell’eroe che tiene famiglia: non basta commuoversi a un film infernale, bisogna imparare la lezione per domani.", "
PROIEZIONE A INGRESSO GRATUITO FINO AD ESAURIMENTO POSTI OFFERTA DALLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI IMOLA NELL’AMBITO DELLE INIZIATIVE LEGATE AL PREMIO IMOLA “LE VIE DELLA CRITICA” Ed. 2005
", "Ottobre", "07-08-09");
movie[3]= new Array (746185, "LE RICAMATRICI", "Brodeuses", "tt0387892", "Eleonore Faucher", "Lola Naymark (Claire), Ariane Ascaride (sig.ra Melikian), Thomas Laroppe (Guillaume), Maria Felix (Lucile), Arthur Quehen (Thomas), Anne Canovas (sig.ra Lescuyer), Jackie Berroyer (sig. Lescuyer), Elisabeth Commelin (sig.ra Moutiers)", "", "Francia (2004)", "Eleonore Faucher con la collaborazione di Gaelle Maeche", "Pierre Cottereau", "Mike Galasso", "88", "Alain Benguigui, Betrand Van Effenterre", "BIM Distribuzione", "Una ragazza di 17 anni, sola, incinta di cinque mesi e mezzo, decisa a far nascere suo figlio, trova impiego da una signora che ha appena perduto il figlio ragazzo e che fa la ricamatrice anche per l’alta moda. Nel lavoro quotidiano, nella conoscenza reciproca che s’approfondisce, l’attesa dell’una e la privazione dell’altra si fondono fino a diventare un rapporto solidale, famigliare, quasi un legame madre-figlia. Delicato e ben fatto, «Le ricamatrici» è il primo lungometraggio della regista francese Eléonore Faucher, ed ha oltre se stesso almeno tre pregi. Uno è l’attenzione psicologica alle due donne, parallela a una attenzione al lavoro di ricamo che evoca certi film di Alain Cavalier. Per la ragazza, i ricami dell’alta moda sono il simbolo della bellezza, dell’arte, della preziosità; rappresentano anche la possibilità di esprimersi e di lavorare isolati, in silenzio o con la musica, lontani dall’affanno, dalla folla. Per gli spettatori, è interessante vedere cosa sia, come sia oggi il ricamo artigianale, una via di mezzo tra il bassorilievo e il prodotto industriale: non più un perenne e sapiente agucchiare, ma l’uso di macchine, telai, punteruoli. Altro pregio, la sensibilità e gradualità con cui viene visto l’evolversi del carattere delle due donne, giovane e non più giovane: all’inizio lo smarrimento, l’atonia del dolore, poi il superamento della sofferenza o della paura trasmesso per piccoli segni eloquenti, la prima volta che la madre orbata torna a mettere il rossetto o a canterellare tra sè, la prima volta che la ragazza-madre torna ad andare a una festa, ad innamorarsi. Terzo pregio, la buonissima scelta delle attrici: Ariane Ascaride è l’interprete prediletta e la moglie del regista marsigliese Robert Guédiguian, un elemento così caratteristico del suo Naymark é una bellezza liberty dai gran capelli rossi molto attraente e semplice. Il paesaggio non cittadino che circonda i due personaggi, quieto e rurale all’aspetto ma popolato di gente che litiga o che viene ferita o resa diffidente e sospettosa dalla sfiducia verso gli altri, fa capire con molta naturalezza perché, tra lavorare al supermercato e ricamare, la protagonista scelga il ricamo.", "La diciassettenne Claire, triste lavoro di cassiera in un supermercato, non ama la realtà in cui le è toccato vivere. Così “ricama”, ovvero si racconta delle storie. S’inventa di avere un cancro e nasconde i suoi bellissimi capelli rossi sotto un turbante d’aspetto arcaico. Sceglie di restare muta. La ragazza è incinta, e questa volta non si tratta di una fantasia. Forse vorrebbe abortire, forse no. E’ totalmente smarrita quando il film le fa incontrare la signora Melikian (Ariane Ascaride, l’attrice-feticcio di Guédiguian), ricamatrice d’alto rango che lavora per le grandi case di moda e maschera dietro uno strato di pudore le ferite della propria vita. Tra le due donne comincia a intessersi una relazione di complicità sottintese: una specie di specchio emotivo che le trasforma, gradualmente, in madre e figlia. Se, all’inizio, Le ricamatrici sembra battere la bandiera del naturalismo, l’arrivo di Claire dalla signora presso la quale vuole lavorare cambia il tono della rappresentazione. Al debutto nel lungometraggio, Eléonore Faucher applica le regole di madame Melikian realizzando un film artigianale, preciso nei dettagli, disalienato come il lavoro delle due protagoniste. Fotografate da Pierre Cottereau, le immagini emanano un’impressione tattile, i colori assumono un’importanza fondamentale, le luci sono sempre giuste. Consapevole di poter lacerare il delicato tessuto del film, la cineasta non spinge mai troppo sulla regia e adotta un montaggio sommesso.", "", "Ottobre", "14-15");
movie[4]= new Array (746192, "E RIDENDO L’UCCISE", "E ridendo l’uccise", "tt0404003", "Florestano Vancini", "Manlio Dovì (Moschino), Sabrina Colle (Martina), Ruben Rigillo (Alfonso D’Este), Giorgio Lupano (Giulio D’Este), Carlo Caprioli (Ferrante D’Este), Vincenzo Bocciarelli (Card. Ippolito D’Este), Marianna De Micheli (Lucrezia Borgia), Fausto Russo Alesi (Ludovico Ariosto), Mariano Rigillo (Boschetti), Fabio Sartor (De Roberti), Victoria Larchenko (Angiola), Marko Petrovic (Menato)", "", "Italia (2005)", "Florestano Vancini, Massimo Felisatti", "Maurizio Calvesi;", "Ennio Morricone", "125", "Renata Rainieri", "Istituto Luce", "Erano anni che Florestano Vancini non girava un film. Più o meno da quando aveva preso dalle mani del primo regista Damiano Damiani le redini di La piovra, al secondo episodio e prima che la serie ideata da Ennio De Concini diventasse la popolare saga televisiva che sappiamo. Ferrarese come Antonioni, Vancini appartiene alla generazione di esordienti che fa irruzione nel cinema italiano degli anni d’oro attorno al ’60. Il bellissimo La lunga notte del ‘43 è il suo biglietto da visita, Le stagioni del nostro amore è un formidabile spaccato sui sogni infranti dei quarantenni di metà anni 60, Bronte e Il delitto Matteotti sono due grandi successi quando il cinema italiano si politicizza al massimo. Questo è anche un ritorno alle sue radici. Una sapiente amalgama di base documentata e fantasia (copione scritto con Massimo Felisatti) ci porta nella Ferrara di inizio ‘500, alla corte Estense. La morte del duca Ercole I apre la strada alle faide tra i quattro figli: da una parte Alfonso erede al trono e marito di Lucrezia Borgia con il cardinale Ippolito, dall’altra Giulio e Ferrante rimasti in ombra. Personaggi storici e non li circondano, per esempio Ludovico Ariosto. Ma, se all’apparenza la trama principale è quella della congiura, il protagonista vero è un personaggio d’invenzione ma nato da mille riscontri. Moschino, il buffone di corte pronto a cambiare padrone e ad abbassare la testa in cambio dei favori del signore di turno, o della semplice sopravvivenza, intelligenza sottile finalizzata a restare a galla perché esposta a ogni capriccio. Intorno a lui si muovono tante figurette, quelle cui il film è realmente interessato, espulse dalla storia che abbiamo studiato. Il popolo miserabile, la cui vita non vale niente, pronto a tutto per salvare la pagnotta e la vita. In definitiva il film (il cui titolo E ridendo l’uccise è estratto dal brano di un documento e si riferisce proprio ai patimenti e alle disavventure di un buffone) si risolve in un saggio - per niente pedante - sui prodromi di una lotta di classe che troverà i suoi strumenti e le sue espressioni molti secoli più tardi. Coadiuvato da collaboratori di pregio (fotografia di Maurizio Calvesi, musica di Morricone, scenografia e costumi di Burchiellaro e Lia Morandini) il regista ci restituisce una ricostruzione d’ambiente non sfarzosa ma ricercata esprimendo la volontà di rispondere, da intellettuale oltre che da artista, a un bisogno. Rianimare lo scenario di un paese-museo che il mondo ci ammira e il nostro cinema non valorizza abbastanza per farne spettacolo: intelligente, colto, raffinato, come questo è, ma spettacolo.", "Ben tornato a Florestano Vancini, classe ’26, l’autore della Lunga notte del ‘43 , qui con una nuova storia ferrarese rinascimentale, una feroce rivalità dinastica alla corte degli Estensi, dove una nidiata di figlioli si spartisce il regno di Alfonso, succeduto a Ercole, mentre messer Ariosto compone versi in onore del duca Ippolito. Tutto il bene e tutto il male di quel mondo è visto con gli occhi del buffone di corte, il bravissimo fool Manlio Dovì. Fosco Rinascimento, prodigo di atrocità verso il popolo. Un ritratto sociale tradizionalmente ben fatto, il tassello mancante ma essenziale alla lunga storia di ingiustizie raccontata da Vancini col suo cinema civile che va da Bronte al Delitto Matteotti.", "", "Ottobre", "21-22");
movie[5]= new Array (746199, "BEING JULIA - La diva Julia", "Being Julia", "tt0340012", "Istvan Szabo", "Annette Bening (Julia Lambert), Jeremy Irons (Michael Gosselyn), Shaun Evans (Tom Fennel), Lucy Punch (Avice Crichton)", "", "Gran Bretagna/Canada/Stati Uniti (2004)", "Ronald Harwood", "Lajos Koltai", "Mychael Danna", "97", "Robert Lantos", "Mikado Film", "Istvàn Szabò, 67 anni, bravissimo regista ungherese, torna dopo «Mephisto» (1981) all’ambiente teatrale e alla sua star protagonista, ma senza politica: l’unico accenno sta nella data, 1938, vigilia della seconda guerra mondiale. A Londra una celebre e applaudita attrice teatrale sui quarant’anni s’annoia: il matrimonio è tedioso, il lavoro è monotono, libertà e amore e divertimento mancano. È la crisi dell’età di cui donne e uomini soffrono, da cui tutti cercano di guarire con la stessa medicina provvisoria ma efficace: l’eros, il sesso. L’attrice si innamora di un bel ragazzo americano, suo fan appassionato. La medicina sembra funzionare, dare vitalità e gioia. L’attrice, resa oblativa dall’amore, regala al ragazzo orologio e portasigarette preziosi, gli dà soldi, prima d’accorgersi che quello di lui è un rapporto d’uso, che intende sfruttarla per sé e per la carriera della sua ragazza. È un colpo che non avvilisce né mortifica l’attrice: la spinge invece alla vendetta e, aiutata dal grande talento, a una rivalsa che la riporta al centro della scena. Recita e salva la sua vita, vince l’infelicità per le insidie del tempo: recitare non altera ma rafforza l’esistenza. Brillante, spiritoso e non superficiale, tratto dal romanzo scritto negli Anni Trenta da W. Somerset Maugham (editore Adelphi), girato in Ungheria, di realizzazione cosmopolita, doppiato per la protagonista da Mariangela Melato, il film è molto ben fatto. Il periodo in cui è collocato, unito alla perenne attualità della convivenza tra realtà e finzione, tra schiettezza e falsità, rendono la storia (quel teatro, quelle idee, quegli amori) un poco antiquato. Lo stile classico è sottolineato dall’eloquente ricorso a molti primi piani. Annette Bening è molto brava, opportunamente manierata, con vestiti e gioielli di grande eleganza; Jeremy Irons è perfetto in uno di quei personaggi di uomini impeccabili e mediocri che il cinema usa affidargli; scenografie e costumi (Luciana Arrighi, John Bloomfield) sono ammirevoli.", "Un’attrice di meritato successo tenta per l’ultima volta di essere solo e soprattutto una donna amando un uomo molto più giovane di lei, ma scopre che la sua condanna e la sua salvezza sono una cosa sola: essere attrice, appunto. Apparso per la prima volta nel 1937 col titolo semplice e perentorio di Theatre , il romanzo di William Somerset Maugham portato sullo schermo da István Szabó col titolo di La diva Julia , è uno di quei lavori così fluidi e ben congegnati da nascondere accortamente le sue profondità sotto una superficie piacevole e scintillante. Come la vita e l’arte di questa immaginaria signora delle scene londinesi che nel 1938, un anno prima della guerra, ha la ventura di conoscere un suo giovane fan americano assai meno ingenuo di quanto voglia sembrare. Ma non si ruba in casa dei ladri, e quando la commediante scopre di essersi fatta giocare con le sue stesse armi, escogita una vendetta che sarebbe un delitto raccontare. Diciamo solo che fra palcoscenico, alcove e sale da tè, nella partita entrano anche un fatuo marito ormai “promosso” al rango di socio in affari (il più che perfetto Jeremy Irons), una matura finanziatrice segretamente invaghita dell’ancora assai piacente Julia, un figlio adolescente che torna dal college solo per smascherare col suo sguardo innocente gli intrighi dei genitori, una giovane attrice di qualche talento ma di troppi appetiti che sarà insieme oggetto e strumento della vendetta di Julia. E un godibile coro di comprimari, colleghi devoti, vecchie zie, domestiche fedeli, oltre a un drammaturgo troppo pieno di sé per non sgranare il suo testo muovendo le labbra mentre gli attori recitano in palcoscenico, ma del tutto incapace di cogliere il vero senso di ciò che sta accadendo in scena... L’adattamento del grande commediografo Ronald Harwood, già “penna” di Polanski, Yates e dello stesso Szabó (Il pianista, Servo di scena, A torto o a ragione ), sottolinea con intelligente scioltezza il sottotesto della vicenda, che è naturalmente l’eterno conflitto fra essere e apparire, vivere e recitare, sentire e simulare; conflitto universale proprio perché non si applica certo solo a chi recita per mestiere. Ma è la regia classica e insieme vivace di Szabó, a immagine dei suoi affiatatissimi interpreti, a estrarre dalla vicenda gemme di ironia. Chi cerca la novità a tutti i costi stia alla larga. Chi rimpiange il vecchio cinema ben fatto in armoniosa unione di talenti (romanzo inglese, regista e operatore ungheresi, scene dell’italiana Luciana Arrighi...) si accomodi. Anche se a voler essere incontentabili l’unico neo è forse proprio lei, la diva Julia, l’americanissima Annette Bening, doppiata in italiano da un’istrionica Mariangela Melato, che proprio in quanto americana finisce per esteriorizzare fin troppo il personaggio risolvendo ogni conflitto in spettacolo.", "", "Ottobre", "28-29");
movie[6]= new Array (746206, "LA SAMARITANA", "Samaria", "tt0397619", "Kim Ki-Duk", "Lee Uhl (Young-Gi), Kwak Ji-Min (Yeo-Jin), Seo Ming-Jung (Jae-Young), Kwon Hyun-Min (venditore), Oh Young (musicista), Shin Taek-Ki (suicida)", "", "Corea del Sud (2004)", "Kim Ki Duk", "Sun Sang Jae", "Park Ji", "95", "Kim Ki Duk Film", "Mikado Film", "Esponente maggiore (e maggiormente conosciuto in occidente, grazie ai festival e ad una più attenta distribuzione) è Kim Ki-duk. Prolifico e veloce (ha girato dodici film in dodici anni), Kim Ki-duk è anche particolarmente eclettico. Se non si conoscesse la vena profonda che irrora le sue opere, si potrebbe dire che il regista di Ferro 3 non è lo stesso di Primavera, estate, autunno, inverno... e ancora primavera, che l’autore di L’isola non è lo stesso de Adress Unknown. Questa sensazione di ricchezza di stili e di inventiva è pienamente confermata dal film in uscita nelle nostre sale: La Samaritana. Il film è del 2004, ma precede il bellissimo Ferro 3 (preso al volo negli «Eventi speciali» dell’ultima Venezia) e L’arco (selezionato, invece, nell’ultima Cannes), realizzati entrambi successivamente. Kim Kiduk gira in sequenza e con una velocità impressionante, mai a detrimento della qualità delle opere, rafforzate da storie potenti e originali, anche quando ancorate al presente, come l’ultima. La samaritana prende spunto dai fatti di cronaca legati alla prostituzione delle minori in Corea, pratica diffusa e drammatica. Ma Kim ki-duk presto si discosta per seguire il suo percorso e riconnettersi con le linee profonde della sua opera, che qui riguardano il perdono e il pentimento. La samaritana è una liceale che si prostituisce per sanare una ferita inferta dalla morte per suicidio della sua amica del cuore, anch’essa prostituta per gioco e passione. Per tutta la prima parte il film segue le due ragazze e i loro giochi ingenui e pericolosi. Nella seconda si fa cupo e feroce, prendendo il punto di vista del padre della liceale che la scopre in azione. Il finale è di assoluta bellezza e crudeltà in una fuga senza speranza tra le montagne, lontano da Seul, dalla città, dalla perdizione. Kim Ki-duk è uno che pensa il mondo nelle forme del cinema.", "La samaritana è il film precedente a Ferro 3, ed è il miglior lavoro di Kim Ki-duk (insieme a Bad Guy), il più sconvolgente, il più stratificato. La pulizia stilistica e la sintesi del racconto di Kim dovrebbero ormai essere studiate nelle università. Con La samaritana, demolisce ogni consuetudine etica per lasciare allo spettatore la possibilità del come e cosa pensare. Cioè: il non plus ultra che si può chiedere al cinema. Preferiamo non dir nulla della vicenda, anche perché si rischierebbe di dare a intendere “tematiche” che non esistono. Per favore, non scambiatelo per un film moralistico o, ancor peggio, sulla pedofilia. La samaritana è sguardo su un mondo che non ha più né bianchi né neri, e il grigio mette paura; è incisione su relazioni di sangue che rivelano improvvisamente delle inadattabilità insanabili: è elaborazione impossibile di un lutto, quello per la morte della morale (appunto). Kim Ki-duk è di una lucidità che mette la pelle d’oca, e non offre facili risposte a domande più grosse della vita. Dove stiano il giusto e lo sbagliato, la ragione e il senso, è adesso luogo sconosciuto. Un film a suo modo definitivo, che lascia da soli con se stessi, senza padri e senza madri e senza guide, come evidenzia il finale.", "Prendendo spunto da un fatto di cronaca e ossigenandolo poi con un senso del cinema etico che si allarga sui silenzi e panorami esistenziali mentre la storia s’incupisce, il coreano Leon d’oro Kim Ki Duk racconta due prostitute di buona famiglia: una innamorata e inseguita dalla buoncostume, si uccide; l’altra la vendica «restituendo» i guadagni, come se i sentimenti avessero un’andata e ritorno (splendida idea di sceneggiatura). L’imprevisto è che il padre la scopre e si rovina la vita. Intriso dell’angoscia del cinema asiatico ma anche provvisto dello strano humour d’autore a 360 gradi, il film è di una pregnante malinconia, ha un gusto del racconto interiore che copre l’origine documentaria. Una lezione senza soluzione sul complesso di colpa.", "Novembre", "04-05");
movie[7]= new Array (746214, "UN TOCCO DI ZENZERO", "Politiki kouzina", "tt0378897", "Tassos Boulmetis", "Tassos Bandis Georges, Corraface Basak Köklükaya, Renia Louizidou, Ieroklis Michaelidis", "", "Turchia, Grecia (2003)", "Tassos Boulmetis", "Takis Zervoulakos", "Evanthia Reboutsika", "108", "Lily Papadopoulus, Artemis Skouloudi", "", "L’eterna diatriba storico culturale tra Grecia e Turchia è servita metaforicamente in tavola da Tassos Boulmetis coi suoi ricordi di un ragazzino greco negli anni ’50 costretto a traslocare da Istanbul ad Atene, segnato dal profumo di spezie della bottega dell’amato nonno. Fine del miraggio: ziette e ricette, astronomia e gastronomia, acquoline, pranzi e tavole imbandite, gelosie di cucina, una promessa d’amore difficile da onorare, i colonnelli alla porta. Tutti beffati e/o delusi: solo la cucina, anche nei bordelli, può avvicinare gli uomini. Un pezzetto di vita che si snoda con piacere, senza profondità ma con molta umanità anche sentimentalmente ricattatorio. Record d’incassi greci, atmosfera da idillio collettivo tra cibi e pianeti.", "Fanis è un bambino che vive nella magica Istanbul. Il padre di origine greca vive in Turchia da anni e si considera turco a tutti gli effetti. L’infanzia accanto al nonno, alle spezie, alle tradizioni si riveste di incanto e meraviglia. E’ un bambino taciturno che a poco a poco apprende dal nonno materno l’antica sapienza dei sapori e l’antica conoscenza dei pianeti. Costretto a lasciare la terra natale a causa delle tensioni tra Grecia e Turchia, Fanis con la madre e il padre si reca nell’estranea Atene. Non ama nulla della Grecia, non può e non vuole. Il legame affettivo con il nonno e con quanto il bambino ha di più caro si rinnova nel piacere di cucinare piatti unici e irresistibili. Impastare, speziare, condire, e mille altri atti sono in grado di ricondurre Fanis all’originaria anima turca che vive in lui. L’azione si sposta. Fanis è ormai un uomo, un astronomo di fama internazionale. Il nonno non si è mai allontanato dalla Turchia e nel momento in cui decide di rivedere l’amato nipote è colpito da malore. Fanis ritorna ad Istanbul ed è un viaggio nella memoria. “Un tocco di zenzero”, film che ha riscosso in Grecia un clamoroso successo raggiunge le sale italiane nel week end di Pasqua. Il regista Tassos Boulmetis pesca a piene mani nella propria autobiografia e regala un film nostalgico a tratti incantevole in cui il ricordo e la rêverie fanno i padroni di casa. Pianeti, stelle, sapori e spezie, l’arte di cucinare, l’amore infantile e quello adulto, la capacità affabulatoria dei nonni, la bizzarria dei parenti, le innovazioni tecnologiche degli anni ’60, l’abbandono della Turchia da parte dei Greci a seguito della decisione del governo turco. Questi i numerosi ingredienti di un film che plana delicatamente su una molteplicità di generi e che a poco a poco avvolge la sala cinematografia con il suo indistinguibile sapore. Da vero equilibrista Boulmetis si destreggia con maestria con la commedia e con il dramma. Bravi gli interpreti, su tutti si distingue George Corraface, intenso e commovente. Il film, sebbene pecchi di un certo sentimentalismo, è piacevolmente “sensoriale”. Sapori, profumi, atmosfere, musiche abbracciano gli eventi su cui si costruisce l’intreccio. “Un tocco di zenzero” non è un capolavoro, ma per una buona ora e mezza è in grado di rapire la meraviglia di Istanbul e il fascino della civiltà ottomana, offrendola allo spettatore come una gustosa prelibatezza. La pecca del film è quella di ammorbidire eccessivamente le emozioni, di ammorbarle nella piacevolezza, persino il dolore si ingentilisce, ma tutto sommato è un peccato veniale. Tra le tante urla tra i molti strepiti di film che dello stridore fanno l’unico pregio, ben venga chi sa ancora parlare sotto voce.", "LA PROIEZIONE DI QUESTO FILM E’ INSERITA TRA GLI EVENTI DELL’EDIZIONE 2005 DEL BACCANALE, LA MANIFESTAZIONE ORGANIZZATA DAL COMUNE DI IMOLA - ASSESSORATO ALLA CULTURA", "Novembre", "11-12-13");
movie[8]= new Array (746220, "SAIMIR", "Saimir", "tt0415006", "Francesco Munzi", "Mishel Manoku (Saimir), Xhevdet Feri (Edmond), Lavinia Guglielman (Michela), Anna Ferruzzo (Simona),Antonella Cerminara, Alessio Falcinelli", "", "Italia (2004)", "Francesco Munzi, Serena Brugnolo, Dino Gentili", "Vladan Radovic", "Giuliano Taviani", "84", "Cristiano Bortone, Daniele Mazzocca, Gianluca Arcopinto", "Istituto Luce", "I “ragazzi di vita”, che un tempo Pier Paolo Pasolini rappresentava nella pagina e sullo schermo, vivono ancora nei sobborghi laziali, ma ora provengono da lontano. Dall’Albania nel caso di Saimir, da cui prende il nome la toccante opera prima di Francesco Munzi. Ancor più dei personaggi pasoliniani, però, sono giovani in bilico su se stessi. Come il quindicenne protagonista di questa storia non immemore della lezione neorealista: né a casa propria né del tutto straniero; non più adolescente, perché maturato da esperienze precoci, e non ancora uomo. Saimir intrattiene col padre, Edmond, un rapporto d’affetto reciproco, ma con grossi intoppi nella comunicazione. Il genitore vorrebbe assicurare al figlio un avvenire migliore del suo presente; per farlo, usa l’unico mezzo che conosce: il traffico di clandestini dall’Est. Se il ragazzo ambisce a integrarsi con i giovani autoctoni italiani, una barriera di pregiudizi gli rende le cose difficili. Michela, la graziosa coetanea borghese di cui s’è innamorato, dapprima ne è attratta, poi fugge spaventata. Suoi “simili”, alla fine, sembrano essere soltanto i coetanei del campo nomadi, che lo invitano a rubare nelle ville con piscina. Amareggiato e infelice, Saimir scopre i legami del padre con un malavitoso che sfrutta la prostituzione minorile. Realizzato dopo un documentario sui rapporti generazionali in una comunità rom, il film di Munzi ha il sapore della verità; fissa sulla pellicola emozioni autentiche e le trasmette, più di una volta, allo spettatore.", "Una vita violenta, tra i clandestini Saimir è un 16enne albanese che vive col padre, trafficando in clandestini sulla costa laziale. Una vita violenta e malavitosa con un gruppo di Rom, finché una ragazza borghese lo fa entrare in un nuovo sogno subito infranto. La rabbia di Saimir esplode, ma ritroverà la retta via a nome di tutti, denunciando e rinunciando all’omertà. Bellissimo debutto di Munzi, lo schermo rimanda una vena critica di pietà mai retorica con uno sguardo impietoso, mirando ai sentimenti. Il racconto ha la verità di un pezzo di vita strapazzato e infelicemente attuale, in una costruzione narrativa che sta tra neorealismo e documentario, ripensando alla crudeltà di un rapporto filiale e sociale difficile. Aggressivo e delicato, il giovane è lo studente Mishel Manoku.", "Saimir significa Il giusto, un destino segnato fin dal nome che tenta in tutti i modi di ribellarsi al suo ineluttabile karma. Perché Saimir, sedicenne albanese finito chissà come nel degradato litorale laziale, è costretto dal padre a una sporca complicità in un traffico di clandestini. Sogna di andarsene Saimir, mentre scappa via da se stesso in sella al suo motorino, sogna di innamorarsi, di condurre una vita normale. E sogna suo padre, che la sera conta i risparmi, pensando a un altro matrimonio, a un altro lavoro, a un’altra vita. L’opera prima di Francesco Munzi arriva dopo una solida esperienza documentaristica concentrata sulle strazianti problematiche degli stranieri in Italia, sulle nuove, tragiche coordinate di un’immigrazione che paga ogni giorno pesantissimi dazi. Il suo linguaggio e il suo sguardo sono debitori soprattutto al cinema dei fratelli Dardenne (in special modo, La promessa) e le radici affondano nell’immaginario pasoliniano di Ragazzi di vita, Una vita violenta e Accattone. Una scelta di campo dunque che impone uno stile essenziale, che fa parlare i corpi, le sfumature, i silenzi, e che ribalta in tragedia la gioiosa passeggiata in Vespa del Moretti di Caro diario.", "Novembre", "18-19");
movie[9]= new Array (746227, "EL ULTIMO TREN", "Corazon de fuego", "tt0303267", "Diego Arsuaga", "Federico Luppi (Pepe), Hector Alterio (Professore) Gaston Polus (Jimmy Ferriera), Eduardo Miglionico (Ponce), Saturnino Garcia (Arnoletti), Elisa Contreras (Micaela), Barlaram Dinard (Hugo ‘Guito’), Alfondo Tort (Daniel), Jenny Goldstein (Notera)", "Avventura", "Argentina/Spagna 2002", "Diego Arsuaga, Beda Docampo Feijoo, Fernando Leon De Aranoa", "Hans Burman", "Hugo Jasa", "93", "Tornasol Films S.A., Ok Films, Patagonik Film Group, Rambia Producciones, Taxi Films, Telefe’ Cine", "Gruppo Minerva International (2004)", "Dopo un lungo girovagare per il mondo arriva finalmente in Italia, purtroppo in poche sale, questo piccolo capolavoro della cinematografia sudamericana: un film che meriterebbe di essere proiettato oltre che nelle sale, nelle scuole, nelle carceri, in tutti quei luoghi dove il cinema può assumere il suo valore didattico. La pellicola, ambientata ai giorni nostri in Uruguay, racconta di una antica locomotiva a vapore, la mitica numero 33, che le locali ferrovie vendono a una multinazionale americana. La società vuole portarla via dal Paese e usarla per girare un film. La cosa non va giù a un gruppo di pensionati veterani delle ferrovie che, al grido di “il patrimonio nazionale non si vende”, rubano la locomotiva. Tre anziani, con tutti i loro drammi e i loro problemi, e un ragazzino si lanciano in una improbabile fuga tra linee ferroviarie dismesse e stazioni abbandonate. Poesia, fantasia, sentimento: tanti gli ingredienti della pellicola che propone, forse senza troppa originalità, ma con efficacia, il tema del viaggio come metafora della vita. Il ‘coraggiso’ del gruppo si rivelerà meno duro di quello che sembrava, mentre un altro combatte l’alzheimer arrangiandosi con la fantasia. Uno prende pasticche per il cuore mentre il bambino appare il più deciso di tutti. Una morale del film – che si presta a varie chiavi di lettura – che tutti possono permettersi ideali nobili, anche chi apparentemente non ha alcun potere e in più è pieno di acciacchi. Il film pesca il meglio dei ‘road movie’, dello Spielberg di “Sugarland Express” (1974) a “Convoy” di Sam Peckinpah, senza cadere nel banale. C’è un richiamo al miglior cinema sociale inglese, da Ken Loach a Kirk Jones, mutuando da questi autori una buona dose di umorismo che dà vivacità a godibilità alla narrazione. Non si spara un colpo di pistola, non ci sono esplosioni né effetti speciali. La tensione è generata dall’umanità della storia e dalla bravura (tanta) degli attori. Regista e sceneggiatore è l’uruguaiano Diego Arsuaga, pluripremiato autore di cortometraggi, passato a una cinematografia più importante pescando idee qua e là, ma con abilità e intelligenza.", "“E sul binario stava la locomotiva / la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva”. Chissà se Diego Arsuaga, regista di “El ultimo tren”, conosce “La locomotiva” di Francesco Guccini. Fatto sta che la ballata del cantautore italiano potrebbe fare benissimo da colonna sonora al suo film, se non fosse che la locomotiva uruguayana, lanciata a bomba contro ‘l’ingiustizia’ e deviata alla fine su una linea morta, non è guidata da eroi “tutti giovani e belli”, ma da tre arzilli vecchietti che volontariamente rinunciano al sacrificio estremo, obbedendo alla saggezza dell’età. (...)
Simbolo e messaggio, parole desuete per noi disincantati occidentali, riacquistano tutto il loro significato in “El ultimo tren”, che riesce nella difficile impresa di raccontare con grazia e tocco felicemente naïf una parabola utopista, a cui non nuoce una certa necessaria dose retorica. Fa parte del gioco anche qualche inspiegabile difetto di sceneggiatura, che non toglie niente all’immediatezza della narrazione e alla spontaneità del ritratto di un paese visto con gli occhi nostalgici ma vivissimi di tre uomini al tramonto. L’ultimo treno è per loro l’ultima occasione di sentirsi utili e gettare lo sguardo oltre la fine che si avvicina, nei bellissimi spazi aperti attraversati dal treno. L’eroismo donchisciottesco dell’avventura è reso molto umano dalle loro debolezze di vecchi – la perdita della memoria, la malattia di cuore – che danno origine a dialoghi molto brillanti e a situazioni dove la comicità si mescola alla tenerezza. Nel microcosmo della locomotiva, il professore, Dante il segretario e Pepe il conducente, interpretati da tre attori di razza, ritrovano la vecchia amicizia, il piacere del gioco e il gusto della sfida alle autorità, dimenticando gli acciacchi e i rischi di incolumità personale. La loro vittoria è l’aver saputo obbedire a una chiamata contro l’ingiustizia, senza tenersi fuori per limiti di età. “La storia siamo noi” dice un’altra canzone.", "", "Novembre", "25-26");
movie[10]=new Array (746235, "LA SPOSA SIRIANA", "The syrian bride", "tt0423310", "Eran Riklis", "Hiam Abbass (Amal), Makram J. Khoury (Hammed), Clara Khoury (Mona), Ashraf Barhoum (Marwan), Eyad Sheety (Hattem), Julie-Anne Roth (Jeanne), Derar Sliman (Tallel)", "", "Francia, Germania, Israele (2005)", "Suha Arraf", "Micheal Wiesweg", "Cyril Morin", "97", "Bettina Brokemper, Antoine de Clermont-Tonnerre, Eran Riklis e Micheal Eckelt", "Mikado", "Una giovane donna che convola a nozze: che c’è di strano? In teoria nulla, ma dipende. Per esempio, Mona, «La sposa siriana» del film di Riklis, ha qualche problema. Vive infatti in un villaggio sulle alture del Golan, in una zona occupata dagli israeliani a ridosso della frontiera con la Siria, e appartiene alla minoranza drusa considerata di nazionalità «indeterminata» da entrambi. In quanto attivista filosiriano, il padre della ragazza è agli arresti domiciliari; e il suo futuro sposo, che neppure conosce perché il matrimonio è stato combinato tramite foto, è un viso noto della TV di Damasco. Il che significa che una volta oltrepassata la frontiera, Mona non potrà più rientrare. Non ci vuole molto a capire che in una situazione così le cose possono diventare parecchio complicate, se non addirittura drammatiche. Tuttavia Riklis (classe 1954), che vive a Tel Aviv e ha firmato numerosi spot e più di una pellicola campione di incasso in Israele, conosce l’arte di divertire e ha scelto una riuscita chiave di commedia all’italiana, orchestrando con la sceneggiatrice palestinese Suha Arraf un pittoresco affresco corale. Per le nozze tornano al borgo natio i fratelli emigrati di Mona: uno da Mosca con una moglie russa poco gradita, l’altro dall’Europa ed è un mezzo imbroglione. Interpretata da attori abili a svariare fra la lacrima e il sorriso, la storia è raccontata con freschezza e semplicità, però mettendo bene a fuoco il tema del «potere dei confini» non solo fisici, bensì anche «mentali ed emotivi». La stupidità kafkiana delle congiunte burocrazie non è l’unico male: nella piccola comunità drusa pregiudizi, tradizioni costrittive, chiusura al diverso creano contrasti e problemi. A farne le spese sono soprattutto le donne e non è un caso che proprio a loro sia affidato nel bel finale il messaggio di libertà e tolleranza.", "Le cronache dei conflitti medio-orientali fanno accenno di rado ai Drusi, degli arabi musulmani che vivono in Siria, in Libano e, dal 1967, dopo la conquista israeliana del Golan, anche in Israele. Il film di oggi, realizzato dal regista israeliano Eran Riklis, ci parla proprio di questi ultimi che la politica e le guerre hanno costretto a vivere in una terra di confine, proprio di fronte alla Siria cui, come etnia e religione, si sentono più legati. A tal segno che, secondo la tradizione dei matrimoni combinati, una giovane drusa viene promessa in sposa a un siriano che, naturalmente, abita dall’altra parte. Con la conseguenza immancabile per la donna, dopo il matrimonio, di non poter più tornare dai suoi, perché Israele la respingerebbe, mentre dalla Siria, una volta arrivata, non la lascerebbero più uscire. Con questa situazione nello sfondo, le vicissitudini della “sposa siriana”. Prima per potersi sposare, dopo, e sono le più fitte, per poter entrare in Siria dove l’attende lo sposo. Un dramma, svolto però da Riklis molto spesso anche con il tono della commedia polemica, soprattutto quando deve elencare una dopo l’altra le complicazioni burocratiche, spesso anche buffe, che intralceranno quel passaggio di frontiera, tra reticolati, militari e funzionari, salvo qualche eccezione, nient’affatto comprensivi e legati, invece, alla lettera dei regolamenti. Di sfuggita, ma con impegno, anche il problema della condizione della donna, priva, per colpa delle tradizioni locali, della propria autonomia. Caratteri forti, disegnati con sicuro rilievo, situazioni condotte avanti con rigore, un senso del cinema che si risolve sempre in ritmi saldi e in immagini di gusto non di rado anche prezioso. Gli interpreti hanno un passato in teatro e al cinema che, vedendoli recitare con segni sicuri, non sfugge. Cito soprattutto due attrici, la protagonista, Clara Khoury, e quella che saprà “liberarsi”, Hiam Abbass. Volti che non si dimenticano.", "", "Dicembre", "02-03");
movie[11]=new Array (746242, "I TEMPI CHE CAMBIANO", "Les Temps qui Changent", "tt0399738", "André Téchiné", "Catherine Deneuve (Cecile), Gerard Depardieu (Antoine Lavau), Gilbert Melki (Natan), Malik Zidi (Sami), Lubna Azabal (Nadia/Aicha)", "", "Francia 2004", "Andre’ Techine’, Laurent Guyot, Pascal Bonitzer", "Ulien Hirsch", "Juliette Garrigues", "90", "Paulo Branco per Gemini Films, France 2 Cinema con la Partecipazione di Canal+", "Mikado", "Amor che nullo amato amar perdona è il senso di I tempi che cambiano, tipica commedia a retrogusto drammatico ideata da Claudine Taulère e realizzata da André Téchiné sull’ interrogativo: un primo amore si può far rinascere come ultimo amore? La situazione è complicata perché Antoine (Gérard Depardieu) vive nel passato e Cécile (Catherine Deneuve) è totalmente immersa nel presente. Dopo trent’ anni lui, imprenditore edile, non ha dimenticato l’antica innamorata e trova un pretesto per recarsi a Tangeri allo scopo di rivederla. Cécile è sposata, ma non felice, con il medico Nathan (…). Diciamo solo che in seguito a un incidente qualcuno finisce all’ ospedale, ricordando un po’ il coma di Parla con lei di Almodóvar. Mi guarderò bene dallo svelare l’ articolata vicenda, tanto più che nel film di vicende ce ne sono quattro o cinque: le storie di Sami e del suo amante marocchino, delle gemelle, di Nathan marito in crisi improvvisamente attirato da Aicha. Tenui fili destinati a intrecciarsi come in certe coinvolgenti trame dei romanzi di Françoise Sagan, di cui ricorre fra qualche settimana l’anniversario della scomparsa; e della quale, nella circostanza, non si mancherà di rimpiangere la delicatezza del tocco nell’ investigare i sottofondi degli atteggiamenti di amore e odio. Proprio come in fondo a ogni libro saganiano, anche alla fine di I tempi che cambiano ci si scopre affezionati all’ intero gruppo e resta la voglia inappagata di sapere com’ è finita: se Antoine e Cécile si sono davvero riuniti, se Nathan sarà felice con Aicha, se Sami troverà un equilibrio sentimentale fra le opposte seduzioni di Bilal e Nadia. A lungo candidato dalla critica parigina come il successore di François Truffaut, in 35 anni di carriera e prossimo al traguardo dei 20 titoli Téchiné è andato sempre migliorando: vibrante sensibilità, fluidità, senso del racconto, impeccabile gusto negli scorci d’ambiente. Si veda come qui, pur coinvolto nei tira e molla dei personaggi, trova modo di raccontarci un angolo d’Africa, le differenze di usi e costumi, l’indolenza dei nativi, la schietta naturalità di Bilal. Ovviamente l’ interesse maggiore si polarizza sui protagonisti: e se la Deneuve appare meno icona di se stessa e più partecipe che in altre occasioni, Depardieu è al vertice della bravura. Sempre corpulento, ma finalmente non obeso, l’attore riesce a dissimulare il suo temperamento esplosivo incarnando un poetico e occhialuto tipetto eternamente nelle nuvole, che esordisce sbattendo il naso in una vetrata. Questa riunione dei due mostri sacri a tanta distanza da L’ ultimo metrò (1980) ha indotto i giornali francesi a un paragone con la mitica coppia formata da Jean Gabin e Michèle Morgan. Vien fatto di chiedersi se l’ evento, ricco di una potente attrattiva divistica pur restando sotto il segno del talento, riuscirà a scuotere l’ostinata indifferenza del pubblico nostrano per il cinema parigino, l’ unico ancora disposto a occuparsi dei sentimenti.", "Andrea Techiné, nome importante della cinematografia francese, ritorna spesso in luoghi e atmosfere che gli sono cari, ambientando storie che raccontano spesso culture e tempi in un confronto diretto e mai scontato. Avevamo molto amato, qualche anno fa, Lontano, calato nella Tangeri di oggi, attraverso gli occhi irrequieti di un camionista francese che, grazie a un amante del luogo, confronta il suo nord razionale e illuminato con il sud mediterraneo, ora marocchino, sempre vitale e confuso. A Tangeri torna anche Depàrdieu in I tempi che cambiano, anche lui per trovare una vecchia fiamma mai dimenticata: la bella Catherine Deneuve, sposata ma dimentica del suo passato amore per Depardieu. I tempi che cambiano è meno forte e riuscito di Lontano. Pur nei modi di un melodramma asciutto e intimista, il film da oggi nelle sale rimane troppo stretto al suo tema principale: la vita che cambia i sogni e le passioni di un tempo, com’è difficile essere di nuovo quel che si è stati una volta. Depardieu pedina la sua ex amante e la concupisce nuovamente in una rete di fili vecchi che non reggono l’urto del presente. L’amata ha una sua vita e non vede nel passato che torna la nave per un nuovo futuro. Techiné ci ricorda con rara arte e sensibilità a ogni inquadratura che cosa è il cinema. E tra quei registi francesi che mantiene vivo il dialogo con i maestri suoi e del cinema europeo. E lo fa da fine psicologo, da attento osservatore di luoghi e costumi. Forse la presenza di due attori come Depardieu e Deneuve ha fatto dimenticare un po’ troppo l’ambiente tangerino. Belle e importanti sono le figure di comprimari, il marito e il figlio della Deneuve, espressione diretta di quei mondi e luoghi.", "", "Dicembre", "09-10");
movie[12]=new Array (746249, "PROFONDO BLU", "Deep blue", "", "Andy Byatt, Alastair Fothergill", "Gli oceani e i loro ‘abitanti’", "", "Germania/Gran Bretagna (2003)", "Andy Byatt, Alastair Fothergill, Tim Ecott", "Doug Allan, Rick Rosenthal, Peter Scoones", "George Fenton", "85", "Sophokles Tasioulis, Alix Tidmarsh", "Lucky Red", "Osservazione scientifica e gusto del gioco si mescolano in “Profondo blu” di Byatt-Fothergill, documentario sul fondo del mare (dalla Isole Falkland alla Polinesia all’Antartide) accompagnato dal pertinente e spesso divertente commento musicale della Filarmonica di Berlino (è la prima volta che questa illustre orchestra lavora per il cinema). “Sono più gli uomini che sono stati nello spazio di quelli che hanno esplorato gli abissi di questo mondo alieno”, dice il commento, e ha ragione soprattutto se la profondità marina è notevole: la bellezza del paesaggio e dei suoi abitanti è misteriosa e straordinaria. Pesci tropicali, tigrati, a puntini, a strisce; granchi grandissimi, squali, orche, pinguini; colori mai visti, velocità stupefacente; fauna stilizzata e stravagante tanto da somigliare a creazioni astratte o a grafica computerizzata. Il documento è tutt’altro che pedagogico-banale: anzi, le riprese velocizzate o rallentate tradiscono la realtà per ricercare effetti buffi o eccezionali; ma la colonna sonora, il montaggio, il piacere di trasformare certe immagini in piccole storie, la luce, sono utilizzati con una maestria cinematografica forse superiore a quella di “Microcosmos” o di “Il popolo migratore”. Insieme con i ‘pinguini imperatori’ o i leoni marini, con i delfini o le balene, viene analizzato il loro mondo, i ghiacci, la vegetazione molle e ondulante, gli scogli porosi o la sabbia bianca, specialmente il mare trasparente e in movimento perenne. Tutta questa bellezza (in alcuni casi filmata per la prima volta al mondo, a profondità mai toccate prima) potrà essere conservata come un bel ricordo: anche se non se ne parla nel bel documentario che rappresenta una tendenza contemporanea nel campo della distribuzione del film, questa Natura con le sue meraviglie sono destinate a perdersi, a morire d’inquinamento.", "La domanda di cinema documentario sta aumentando. Non ne sono prova soltanto gli exploit della nuova onda politica americana, ma anche l’enorme successo riscosso dalle opere naturalistiche legate al nome dell’attoreproduttore Jacques Perrin, come Microcosmos e Il popolo migratore. Sulla stessa lunghezza d’onda si muove anche Profondo blu che la società di distribuzione italiana Lucky Red manda nelle sale con un vasto accompagnamento di iniziative collegate all’Acquario di Genova piuttosto che a Legambiente. Se l’irriverente Wes Anderson con il suo Le avventure acquatiche di Steve Zissou canzonava il modello di documentaristaesploratore del comandante Cousteau, la specializzatissima troupe della Bbc che ha girato in trentaquattro location diverse quest’opera di altissima qualità, tecnica ma anche artistica, perseguiva evidentemente scopi diversi. Quello di raccontare che cosa succede in quasi due terzi del pianeta, quel 70 per cento di superficie terrestre fatta di acqua. Mostrare la bellezza remota e incontaminata della vita che vi si svolge ma anche la ferocia della lotta per la sopravvivenza (quando le orche catturano un cucciolo di balena). Dare il senso concreto di un patrimonio da proteggere e preservare. E’ naturalmente in primo luogo un oggetto destinato a un pubblico molto motivato e appassionato, e in secondo luogo uno strumento didattico. Ma può anche essere, per tutti, una festa degli occhi.", "", "Dicembre", "16-17");